E’ severamente Vietata la riproduzione e l’utilizzo  di tutte le immagini presenti nel sito.

Copyright © Stefano Grassi 1995-2026

Storia del Manray 2011 – 2016 tratta dal libro “Quel centro al Centro, un posto in trincea” di Wanda Nazzari. Fotografia e grafica di Stefano Grassi, presentazione Maria Paola Masala, postfazione Mariolina Cosseddu, Edizioni Man Ray, stampa Grafiche Ghiani

2011

Nel 2011 non ci venne rinnovato il contratto con Camù e perdemmo la bellissima sede didattica al castello di San Michele. Era troppo tardi per cercarne un’altra che si adattasse alle nostre risorse, ma un amico arrivò in nostro aiuto. In quel momento arrivò Fabrizio.

Fabrizio Anedda, consigliere regionale e imprenditore dentale, con un passato di viaggiatore, persona di grande moralità, dal carattere semplice e generoso, amico di mio figlio Bruno dai tempi del liceo, ci offrì, a titolo gratuito, un suo spazio in via Isonzo per la scuola di fotografia. Da allora Fabrizio è nostro sostenitore e collaboratore.

Quanto importante lavoro è stato fatto nella sede di via Isonzo! Iniziammo con le cene d’arte, con qualche incursione improvvisa del padrone di casa che ogni tanto, da vero anfitrione, “serviva” manicaretti deliziosi e introvabili. Durante le cene presentammo diversi artisti internazionali del novecento, con musica dal vivo e performance teatrali, si creava un bel clima di gioia conviviale dal quale era difficile staccarsi, anche perché si conoscevano nuove persone, ma si ritrovavano anche i vecchi amici con i quali finivamo per fare le ore piccole.

Nel 2011, dietro un preciso invito del Comune di Cagliari rivolto a tutte le associazioni, il Centro Man Ray fu sede di una serie di incontri finalizzati alla stesura di un manifesto per la promozione della consulta degli operatori della cultura e dello spettacolo. Lavoro che ci impegnò diversi mesi nella nostra sede di via Isonzo e che vide, in alcune occasioni, la partecipazione di Francesca Ghirra presidente della commissione Cultura del Comune di Cagliari e di Francesco Siciliano allora assessore alla Cultura della Provincia di Cagliari. Trenta rappresentanti di associazioni presero parte a questi lavori. Lo scopo degli incontri era quello di chiedere alla nuova, giovane amministrazione, chiarezza, trasparenza, giusto riconoscimento per chi ha sempre lavorato con serietà e onestà nel comparto culturale. Questi principi erano già contenuti nel manifesto d’introduzione ai lavori che si protrassero per lungo tempo, producendo interessanti risultati, riversati in un documento, consegnato all’amministrazione, del quale non si è saputo più nulla. Di quel grande lavoro rimangono, comunque, intensi legami tra le diverse associazioni che come noi hanno “creduto e partecipato”.

Stanze XII edizione Quinte mobili 

Rassegna molto bella ma difficile da allestire, nella sala delle volte dell’Exmà. Devo proprio dire che un grande ruolo lo ha avuto Efisio Carbone teatralizzando lo spazio per adattarlo al tema, affiancato dalla preziosissima Francesca Pitzalis, tuttofare e che, ogni tanto, lavorava a sorpresa: come ha fatto per il difficilissimo allestimento di Igino Panzino, che ha risolto da sola nella pausa pranzo.

Francesca Pitzalis, laureata con la prof.ssa Maria Grazia Scano Naitza, bella e ingegnosa: non c’è nulla che non sappia fare. Persona dai grandi slanci affettuosi con spiccata tendenza alla teatralità. Impegnata in tutti i fronti durante le manifestazioni, ha dato prova di grande coinvolgimento sempre, ma soprattutto per Imperfetto Futuro, all’interno del quale è stata consigliera amorevole per i ragazzi, assistente al trucco, durante le performance, e infine lei stessa perfomer perché tutto è gioia, tutto è amore in quei giorni meravigliosi.

Ma torniamo a Quinte Mobili. Ricordo una grande disponibilità da parte della direzione di Camù per la realizzazione delle opere di Stefano Grassi che ha lavorato fuori orario con la ballerina Luigia Frattaroli che ha interpretato una serie di azioni performative dirette da Stefano all’interno della Sala delle Volte, producendo il materiale della mostra. Ricordo il lungo e difficile allestimento e le particolari attenzioni di tutto il personale che, in quella occasione, è stato molto presente. Ricordo un Walter Mostallino, meticoloso tecnico delle luci, arrampicato su una scala ad un’altezza incredibile, lavorare sulla mia opera scenografica, con un accanimento che è andato oltre il senso del dovere. Grazie amico Walter! 

Walter Mostallino: alto, robusto, apparentemente rude, in realtà, capace di grandi gesti generosi; altamente professionale, si trovava spesso a dover lavorare in situazioni di estrema difficoltà, a causa degli impianti, allora inefficienti, che limitavano e impedivano la piena soluzione del lavoro. Quest’uomo volenteroso e tenace lavoratore, qualche volta ha fatto dei veri e propri miracoli. 

Fatica, fatica, fatica! La mostra è riuscita perfetta, equilibrata, preziosa. In una sede staccata e adiacente, il video di Stefano Grassi Del cielo, del mare, dei sogni sulla figura e l’opera di Gaetano Brundu dove Gaetano interpreta se stesso.

Grande pubblico felice, generoso, grande calca attenta, stupita. Delicata performance delle ballerine di Luigia Frattaroli che hanno danzato al ritmo di Quadri di un’esposizione di Mussorgsky, entrando in fusione con la mia opera scenografica Petra, appositamente realizzata per loro, con l’intento di rispondere al tema Quinte Mobili, coniugando la danza con le arti visive. Bella e divertente anche la performance del piccolo Riccardo Saiu che, diretto e coadiuvato da Stefano Raccis, ha sorpreso e incantato i presenti.

Quindi, tutti contenti, tutti felici, fuorché qualcuno che andava in giro lamentandosi per alcune scelte di allestimento, soprattutto con la povera Mariolina Cosseddu, che, in quel caso, non era responsabile, dal momento che tutto era stato studiato a tavolino da Carbone, che conosceva le opere, gli studi precedenti e le motivazioni delle scelte. L’assegnazione di uno spazio più o meno grande, dipende sempre dalla dimensione delle opere e non dal nome dell’autore, quello spazio era stato suddiviso alla perfezione, tenendo conto anche delle performance che erano in programma. Le lamentele erano assolutamente fuori luogo. La bellezza è bellezza, appartiene a chi la vive, poco importa l’origine, l’essenziale è guardarla con “occhi buoni”, goderne e farla nostra. Potrei raccontare infiniti momenti in cui ho goduto della bellezza altrui, mi limiterò a descriverne alcuni legati alla gestione del Man Ray. Ricordo l’emozione nel camminare felice, a piedi scalzi, sul prato di Monica Solinas, che in quei giorni, diventava il mio prato. E la sensazione “straniante” prodotta dallo scricchiolio del sale dell’installazione di Gabriella Locci che invadeva le stanze del Man Ray “rovinosamente”, era bello essere dentro, nonostante il disastro che produceva, era un tempo unico, diverso, e non volevo perderlo. E ancora l’incanto di un’opera di Rosanna Rossi, apparsa all’improvviso, all’interno di una mostra collettiva dal titolo molto ambizioso, al quale, fino a quel momento, secondo il mio sentire, soltanto lei era stata in grado di rispondere. L’opera era allestita in un modo perfetto che la isolava dal rumore che aveva intorno: un’apparizione silenziosa che trapassava l’anima. Momento bellissimo! Indimenticabile. Ho sostato a lungo per goderne.

A questo breve elenco vorrei aggiungere l‘estasi vissuta all’interno del Museo Ebraico di Daniel Libeskind a Berlino nel 2013, dove, dopo aver provato una sensazione di totale annullamento, mi sono sentita integrata nell’opera che mi accoglieva, diventandone parte. Una sensazione incredibile e meravigliosa, di una forza dirompente che, successivamente, mi ha portato alla realizzazione dell’opera Grado Zero, nata nella mia mente a Berlino, e dedicata al grande Libeskind.

“Stanze Quinte mobili”. Dal testo di presentazione di Mariolina Cosseddu: “[…] il titolo di Quinte mobili con evidente allusione alla teatralità quale componente implicita dell’arte, non solo contemporanea, è nucleo nevralgico […] della rassegna stessa.

La vocazione che continua ad animare l’edizione attuale è quella […] di una rinnovata sintesi tra le arti, in grado di dialogare fra loro in una felice “contaminatio” tra linguaggi e modalità espressive differenti fino a creare situazioni comunicative inaspettate e plurali. Per questo, lo spazio che ha ospitato le opere, il vasto ambiente dell’Exmà, è stato trasformato, grazie all’allestimento diretto da Wanda Nazzari e realizzato da Efisio Carbone e Francesca Pitzalis, in una grande e suggestiva quinta teatrale. Qui hanno trovato accoglienza le opere di otto artisti che hanno affrontato il rapporto tra arti visive e arti dello spettacolo e che, almeno per due serate, hanno condiviso lo spazio con gli allievi della coreografa Luigia Frattaroli e la recitazione di Stefano Raccis. […]

Della teatralità, intesa come evento spettacolare e pieno di meraviglia, Gianni Atzeni ha colto l’aspetto metamorfico, quello proprio alla sua attività di incisore e di sperimentatore di pratiche calcografiche. Nella lunga ricerca di tecniche di stampa, Gianni Atzeni ha messo l’accento sul processo di trasformazione delle forme e dei materiali usati in segni e tracce di un alfabeto magico e simbolico. […] Testimone di una nuova nascita della materia, che perde le sue peculiarità per assumere sembianze puramente estetiche, Atzeni assiste e segue la metamorfosi di un processo che, come nelle opere in mostra, coniuga naturalità e artificio, dati concreti e forme evocative, realtà materiche e alchimie dell’arte.

In perfetta sintonia con la musicalità della danza e l’armonia del movimento appare l’intervento installativo di Stefano Grassi, che ha posto il proprio obiettivo fotografico al servizio di una disciplina che da tempo concepisce come dinamica di forme ritmiche in divenire. Oggetto del suo lavoro la performance di Luigia Frattaroli che, sospesa come meteora luminosa nel vuoto dello spazio neutro, si avvolge in atti di sublimata leggerezza, guidata dalla regia dell’eccezionale ritrattista. In realtà Stefano Grassi interpreta la danzatrice non nell’identità della figura stessa, quanto nell’essenza della sua gestualità divenuta pura astrazione formale, omaggio alla creatività di un’arte lirica, nell’incanto dello sguardo del suo lucido osservatore. E sempre un omaggio Stefano Grassi lo dedica a Gaetano Brundu, storica figura dell’arte più avanzata in Sardegna, ritratto con poetiche visioni in un video che celebra la sua pittura e il ruolo di grande intellettuale.

Al corpo, alle sue fragilità, alla sfera delle emozioni che racchiude, ai bisogni a cui rimanda, si rivolge la ricerca di Fabiola Ledda che, del corpo, si serve per indagare aspetti di una socialità inquieta e insidiosa. […] il corpo racconta, mostra, denuncia, si offre e si nega ma non si lascia addomesticare, reagisce e combatte, fino alla mutilazione e alla morte. Come nelle opere in mostra, dove il corpo è luogo della ritualità, della memoria, del sacro che si incarna nella bellezza della forma, nella fredda evidenza del colore, nella composta eleganza di un linguaggio che aggancia, con lirica presa, la grande tradizione della pittura. […]

Niente di più sollecitante della informazione visiva di Gianfranco Setzu: le vaste dimensioni delle stampe, realizzate con linguaggio digitale alimentato da una cultura writer, si impongono ironiche e graffianti con un alto tasso di comunicazione contemporanea. […] Sono, in realtà, la risposta dell’artista ai fatti del proprio tempo, dai movimenti degli “indignados” alle occupazioni giovanili, affidata ad un piccolo logo (il “drop”, la gocciolina che si fa massa, opinione, forza trainante e disturbante), impegnato, a sua volta, in rappresentazioni simboliche su carte diventate corridoi di metropolitane cittadine o muri saturi in periferie abbandonate.

Nello spazio di Pastorello due lavori raccontano l’ultima avventura artistica di un raffinato affabulatore che coniuga fotografia e pittura. […] I procedimenti creativi del suo operare hanno origini diverse, dalla letteratura popolare al pensiero scientifico, dalla fantascienza al fumetto: mescolando in un frullatore intellettuale le particelle di un pensiero sempre rigoroso e determinato, Pastorello gioca sulla sorpresa di un linguaggio essenziale e impeccabile, mimetico e concettuale. Nelle opere esposte ribadisce il fascino di un cielo attraversato da scie luminose, spettacolo cosmico diversamente interpretabile, divenuto qui supporto fotografico ad una pennellata singolare per immediatezza e gestualità, frutto di una sapiente ricerca che lo rende, in ultima battuta, pittore per eccellenza.

La risposta di Igino Panzino al tema della rassegna dichiara la sensibile intelligenza di un artista avvezzo alla riflessione razionale sulle cose piuttosto che l’adesione emozionata al tutto. Così i lavori in mostra affrontano un binomio contingente ed eterno al tempo stesso: il dualismo tra reale e virtuale, tra concreto e astratto, tra essenza e apparenza. Ma la soluzione è una sola: le parti sono intercambiabili, i ruoli sostituibili, le verità discutibili. Anche nel rapporto tra le forme geometriche e tridimensionali che costituiscono una componente del lavoro e gli acquerelli che descrivono le maschere della Commedia dell’arte. Avvicinati inopinatamente, i due momenti risultano contigui eppure indipendenti, vicini ma separati, almeno fino a quando, per uno strano destino delle opere d’arte, le forme non si contagiano, si richiamano, si completano e diventano altro dall’origine: significati nuovi generati per forza propria, come a dire che la razionalità geometrica si lascia sedurre dall’emozione della mano che disegna.

[…] “Petra” è una delle città mute concepite come spazi dell’immaginario su cui Wanda Nazzari incide, con meticolosa insistenza, la carta che, in quelle docili ferite, si anima di forme allusive preziosamente ricamate. Quelle forme, nate dall’abilità e infinita pazienza manuale, vengono ritagliate, sovrapposte, assemblate fino a perdere qualsiasi riferimento materico e acquistare la fisionomia della visionarietà e dell’incanto onirico. Modellate come sculture, fragili come filigrane, disposte per piani architettonici, le città mute hanno il fascino di leggendarie mitografie, di mappe del desiderio, di mai sopite nostalgie di un’età dell’oro dove le arti regnano sovrane.

È fatta di sottili e sospese strutture metalliche l’opera di Raffaello Ugo, […] Il suo lavoro è un sistema perfetto di ritmo, precisione, razionalità e poesia: il tutto mosso dallo scorrere dell’acqua, fonte prima della vita e dell’arte. Il lento meccanismo della caduta dell’acqua, che genera a sua volta una reazione a catena di congegni fisici, appare più che un miracolo ingegneristico una naturale dimostrazione del processo che governa la realtà delle cose.

Realizzata con materiali di recupero, tesa in auree geometrie, attraversata dall’aria e dalla luce, la scultura mobile di Raffaello Ugo invita a girarci attorno come ad un’isola dove pulsa lo scorrere fluido e necessario di uno spirito vitale.”

Due le recensioni, una di Alessandra Menesini su L’Unione Sarda titolata “Exmà, il teatro si fa arte nelle “Stanze” allestite dal Man Ray” e l’altra di Massimiliano Messina su il Sardegna che riportiamo: “Con “Quinte mobili” l’arte entra in scena nelle Stanze multimediali della ricerca”.

“Stanze” d’arte e teatro. Arte totalizzante, che vuole coniugare pittura, danza, musica, fotografia, video. Un dialogo fra linguaggi diversi ma contigui. Teatro, perché “Quinte mobili” è titolo della dodicesima edizione di “Stanze”, progetto di Wanda Nazzari, […] La vocazione alla teatralità dell’arte, il rapporto fra arti visive e spettacolo. In otto sono stati chiamati ad interpretare il tema, otto “stanze” espositive in mostra all’Exmà […]. Curatrice dell’esposizione Mariolina Cosseddu, critico d’arte […]. Al centro della Sala delle Volte “Petra”, della Nazzari. Già nel 2007 l’artista cagliaritana aveva intrapreso una ricerca sulla città con “Città mute”. Per “Stanze” altre cinque città, assemblate, luoghi ideali, città fantastiche, che fuoriescono astratte, sbalzate, dalla carta, scavata, cesellata. Costruzioni materiche appuntite, quasi gotiche. […] 

Il bianco e la grazia delle ballerine classiche a sposarsi con il candore delle opere dell’artista. […] Dietro “Petra”, quasi protetta, una delle macchine di Raffaello Ugo, realizzata con materiali poveri e oggetti inutilizzati. “Altrove” il titolo evocativo, congegno perfetto, un percorso ciclico che fa dell’acqua il suo motore. Opera aerea, a rappresentare il ciclo biologico della vita, l’acqua la sua fonte. Scultura “mobile e sonora”, che richiede silenzio a chi osserva. Igino Panzino, sassarese, si è voluto divertire con “La commedia dell’arte”. Si tratta dei suoi ultimi lavori, di piccole dimensioni, una sequenza che gioca con la tridimensionalità della forma e col disegno acquerellato delle maschere della commedia dell’arte. “Quinte mobili” è il ciclo di fotografie di Stefano Grassi. Dalla danza, corpi in movimento, fluttuanti, sfuggenti, in scia sul bianco e nero. Grassi è autore anche di un video, omaggio a Gaetano Brundu (ai cui pensieri presta voce Fausto Siddi), […] “Quinte mobili” anche le incisioni di Gianni Atzeni, cagliaritano, che lavora con rafia, ritagli di giornali, forme a metà strada tra la figurazione e l’astrazione. Ancora fotografia, “In Requiem”, di Fabiola Ledda, sarda nata in Germania, che lavora con il proprio corpo, esempio di body art. […] “Stanze”, di Pastorello, sassarese, immagini con supporto fotografico e intervento pittorico, cielo, missili, scie luminose. E del designer oristanese Gianfranco Setzu, Grafica, street art, le gocce come simbolo, metafora di moltitudine, “quinta mobile”. 

Gennaio 2012

Imperfetto futuro VIII edizione – FESTIVAL REGIONALE GIOVANILE DELLE ARTI

Dedicata a Roberto Coroneo, l’attesissima ottava edizione di Imperfetto futuro si è svolta all’Exmà di Cagliari con risultati superiori alle nostre aspettative. 

Questa edizione si distingueva dalle altre in quanto si stabilì che a conclusione della rassegna, un comitato di esperti avrebbe conferito ai giovani che si esibivano nelle varie discipline, un premio finale per ognuna di esse, come riconoscimento dell’impegno profuso e del risultato conseguito.  

Grande il lavoro nei mesi precedenti l’evento, per i contatti con le scuole d’arte e la scelta dei partecipanti. Hanno risposto in tanti, come sempre, accompagnati dai loro insegnanti che, anche quando non erano presenti, mantenevano un contatto telefonico con i ragazzi.

Ricordo momenti di imbarazzo da parte di alcuni di loro di fronte alla grande tela che si accingevano ad affrontare, 2 m x 2,50 m di altezza: questo è sempre stato il nostro formato standard per Imperfetto Futuro. Ricordo i giovanissimi Gianmarco Derosas e Antonio Sale dell’Istituto d’Arte di Nuoro, che, colti dal panico, volevano abbandonare l’impresa. E’ bastato un richiamo al dovere da parte del professore Graziano Mangia, il quale ha ricordato loro che erano stati scelti come i migliori della scuola, per farli rinsavire. Gioia e armonia da parte dei gruppi di danza che hanno lavorato con grande partecipazione. 

Bellissima e di grande impatto visivo la performance degli allievi di Luigia Frattaroli che si è avvalsa delle luci di Marco Mereu, portando i giovani Roberta Cossu, Matteo Sedda e Matteo Tolve, alla vittoria finale.

Divertente e interessante la performance di Assunta Pittaluga in dialogo con le sue bravissime allieve che ha reso una particolare prova di danza e recitazione insieme. Da segnalare, in special modo, le giovanissime Stefania Sanna e Valentina Pintore che si sono aggirate leggere per tutto lo spazio della Sala delle Volte salutando col sorriso le varie situazioni installative, esibendosi volteggiando sulle punte con grande abilità tecnica e delicata poesia. Un esempio di comunione partecipativa di eccellenza, che ha rispecchiato, a pieno, lo spirito di Imperfetto futuro.

Impeccabili e rigorose le performances delle allieve di Valentina Cossu e di Carla Erdas.

Per il teatro sono emersi tre giovanissimi molto bravi che hanno vinto il premio finale, Leonardo Tomasi, Luca Picariello, Tommaso Campomagnani che facevano parte della scuola Effimero Meraviglioso diretta da Maria Assunta Calvisi. Hanno preso parte per la musica, diversi allievi del Conservatorio Musicale P.L. da Palestrina e alcuni maestri. Voce sola e indipendente quella del bravissimo e carismatico M. A. (Massimiliano Atzeni).

Tenerissimi e divertenti i bambini della Scuola di musica Crescendo di Cécille Rabiller.

C’era da esserne fieri! Al gruppo di lavoro Man Ray si sono aggiunti alcuni giovani provenienti dalla scuola di specializzazione in Storia dell’arte, che sono stati preziosissimi per la conduzione delle operazioni, soprattutto il terzo giorno in cui hanno fatto parte della giuria. In quella occasione, che ha visto Efisio Carbone schierato sin dall’inizio, si è distinta in modo particolare Simona Campus. Simona, che avevo nominato presidente di giuria, ha intervistato in un modo molto delicato e professionale tutti i ragazzi partecipanti, riuscendo così ad acquisire maggiori informazioni e possibilità di scelta. Davvero un ottimo lavoro.

Simona Campus

Storica dell’arte, laureata in lettere all’Università di Cagliari, specializzata in Storia dell’Arte presso la Scuola normale di Pisa. Master in management per curatore Museale presso la Sapienza di Roma. Attualmente direttrice artistica dell’EXMÀ e di altri centri culturali comunali di Cagliari e professore a contratto all’Università di Cagliari.

Tornando all’evento, ho affidato il coordinamento delle Attività di Spettacolo a mio figlio Stefano Grassi e a Stefano Raccis, mentre il coordinamento di Arti Visive e Performative è stato curato da me, Efisio Carbone e Francesca Pitzalis.

Hanno partecipato all’evento gli allievi delle scuole: Liceo Artistico F. Fois di Cagliari, Liceo Artistico F. Costantino di Alghero, Istituto d’Arte F. Ciusa di Nuoro, Liceo Artistico G. Brotzu di Quartu Sant’Elena, Scuola di Danza Assunta Pittaluga, Centro Danza Dancer, Effimero Meraviglioso, Figli d’Arte Medas, Circo Calumet, Man Ray Photo School, Conservatorio di Musica G. P. Da Palestrina, Scuola di musica Crescendo, Università degli Studi di Cagliari.

Dal mio scritto in catalogo: “Ancora una volta le luci si sono spente su quello che, per i giovani, è diventato l’evento più atteso dell’anno. Teatro dell’happening: la Sala delle Volte dell’EXMÀ di Cagliari, dove numerosi sono accorsi a respirare arte! Un’arte a 360 gradi: musica, teatro, danza, pittura, fotografia, poesia. Centoventi giovani allievi, provenienti da varie scuole d’arte, hanno lavorato fianco a fianco in un clima di collaborazione collettiva, superando la timidezza iniziale e creando dinamiche di gruppo che hanno dato esito a delle performances di grande livello emotivo. Aggrappati alle pareti a raccontare la propria visione del mondo, padroni dello spazio, in un programma progettato solo in parte, e che ha proseguito caricandosi di emozioni e contaminazioni. Loro, coadiuvati dai maestri, a ripetere passi di danza sempre nuovi, o a improvvisare con trombe e violini, loro, nascosti dietro una maschera di Cattelan, ad urlare parole di rivolta, loro insieme, loro liberi! 

Dal 2001, anno del primo Imperfetto Futuro, il “gioco” si ripete, sempre con maggiore impegno. Ogni anno un artista storico viene invitato ad aprire i “giochi” con una performance. Ospite per questa edizione: Josephine Sassu. Artista della raffinatezza e della gioia, pervasa da una profonda interiorità, Josephine ha lavorato con la semplicità, l’ironia e la passione di sempre, uscendo dalla tela e appropriandosi dello spazio, accompagnata dai musicisti che la seguivano improvvisando. E ha continuato ad esserci, nonostante la sua assenza nei giorni a seguire: la sua opera era là, come elemento scenografico, ad accogliere altre performance e altri artisti fino all’ultimo squillo di tromba”.

In chiusura della manifestazione, la Giuria, formata da: Simona Campus (Storica dell’Arte, Presidente di giuria), Efisio Carbone (Storico dell’Arte), Rita Pamela Ladogana (Storica dell’Arte), Silvia Ledda (dott.ssa in Storia dell’Arte), Wanda Nazzari (Artista), Pamela Sau (dott.ssa in Storia dell’Arte), Antonio Trudu (Musicologo), ha deciso di assegnare i Premi Imperfetto Futuro, per le arti visive, a Chiara Porcheddu, del Liceo Artistico “F. Costantino” di Alghero, con le seguenti motivazioni: “Per aver saputo raccontare il mondo con sensibilità, capacità d’osservazione, ironia, maturità di pensiero e per la competenza tecnica”; per la danza, a Luigia Frattaroli e ai suoi allievi, “Per aver saputo coniugare felicemente il mondo dell’arte visiva con il mondo della danza”; per la musica, a Nao Hosokawa, “Per le capacità tecniche e interpretative”; per il teatro, a Effimero Meraviglioso, “Per le capacità dei giovani attori e per la regia”. La Giuria ha assegnato, inoltre, due menzioni speciali: per la fotografia e Performance Art, a Veronica Frau, della Man Ray Photo School, con la seguente motivazione: “Per aver saputo coniugare in maniera inedita ed espressiva i linguaggi artistici della performance e della fotografia”. Per la musica, a M.A. (Massimiliano Atzeni), “Per le capacità tecniche e inventive e per il carisma”.

Presenti per le Arti visive e performative: Stay on Fango, progetto di Barbara Ardau & Mimmo Di Caterino. Giovani pittori a cura del Centro Man Ray: Christian Balloons, Ilaria Contu, Simona Ciusa, Sara Congiu, Gianmarco Derosas, Veronica Frau, Ilaria Gorgoni, Chiara Porcheddu, Riccardo Leschio, Axsana Pitzalis, Antonio Sale; per la musica: M.A., Andrea Congia, Edoardo Fanni, Nao Hosokawa, Alice Marras, Mario Massa, Doriana Montis, Marco Ravasio, Flavio Secchi, Coro Francisco Guerrero, Scuola di Musica Crescendo; per la danza: Scuola di Danza Assunta Pittaluga, CasadellaDanza di Luigia Frattaroli, Allievi di Valentina Cossu, Centro Danza Dancer di Carla Erdas; per il teatro: Andrea Lecca, Noemi Medas, Andrea Meloni, Stefano Raccis, Fausto Siddi, Effimero Meraviglioso; opening: Josephine Sassu; poesia: Italo Medda, Massimiliano Messina; video: Stefano Grassi; fotografia: Stefano Grassi, Max Mocci, allievi Man Ray Photo School.

Dall’articolo di Carlo Argiolas su L’Unione Sarda dal il titolo: È ancora tempo di Imperfetto Futuro. Man Ray: all’Exmà, nel nome di Roberto Coroneo, il Festival delle arti rivolto ai giovani: “Nel ricordo di Roberto Coroneo, preside della facoltà di Lettere dell’Ateneo cagliaritano, scomparso prematuramente la scorsa settimana, salpa oggi alle 18 all’Exmà di Cagliari l’ottava edizione di “Imperfetto futuro”, festival delle arti rivolto ai giovani, organizzato dal Centro Culturale Man Ray con la direzione artistica di Wanda Nazzari, infaticabile ideatrice di eventi culturali, sempre immersa nella logica dell’emozione condivisa. Tre intense giornate di art in progress, visive, performative, musica, danza, teatro, pittura, poesia, video, fotografia, a cui prenderanno parte compagnie e collettivi musicali. […] Oggi dunque si comincia, nel nome di «un insigne studioso che era una persona meravigliosa», ha detto la Nazzari. […]

Su Sardegna 24 si poteva leggere l’articolo di Anna Brotzu dal titolo L’arte, una realtà (quasi) perfetta. A Cagliari in scena Imperfetto futuro, festival di creatività in progress che coinvolge gli studenti degli Istituti superiori: “L’Imperfetto futuro abita all’Exmà di Cagliari: Art in Progress della Sala delle Volte del Centro di Arte e Cultura per tre intense giornate […] sotto le insegne del Man Ray, tra performance pittoriche e teatrali, coreutiche e musicali che vedranno protagonisti gli allievi di Istituti, Accademie e Scuole d’Arte dell’Isola. Il progetto multimediale inventato da Wanda Nazzari si incentra su raffinati esercizi di creatività, interazioni e composizioni collettive, fino a trasformare lo spazio espositivo in un ampio atelier, in cui nuovi talenti e nomi affermati della scena sarda e internazionale, dialogheranno e si confronteranno in un interessante alchimia di linguaggi. […] L’arte è ricerca e approfondimento ma vive di fragili equilibri e qui si privilegia l’invenzione, magari la “contaminazione” con suggerimenti impliciti […]. Vedrà anche la luce in tempo di crisi, ma anche di riflessioni sull’arte contemporanea […] il Premio Imperfetto futuro: nello spirito di un investimento sui nuovi talenti, la giuria di artisti ed esperti, sceglierà l’ospite della prossima edizione di “Stanze”. Per restituire all’arte un suo magari Imperfetto futuro.” 

Sull’evento ha scritto anche Jacopo Basanisi sulle pagine di Sardegna col titolo Imperfetto futuro giovani creativi tra jam session e art in progress: “L’arte è vita, è libertà, è spettacolo. L’artista traccia il suo percorso con immagini, suoni o movimenti. Questo processo non ha mai fine, si nutre delle risposte del pubblico e porta alla creazione di nuovi elementi. “Imperfetto Futuro”, festival regionale giovanile delle arti, non pone limiti al processo creativo. Lo asseconda proponendo performance strutturate solo in parte. L’improvvisazione e il coinvolgimento reciproco tra partecipanti svolgono un ruolo fondamentale. […] Dal 2001 “Imperfetto Futuro” si pone l’obiettivo di promuovere e stimolare la creatività dei giovani artisti, offrendo loro l’opportunità di esibirsi in varie discipline. […]

[…] Il Centro Man Ray seleziona studenti provenienti da tutte le scuole d’arte e li porta direttamente al centro della scena. L’interazione con artisti già affermati stimola la crescita emotiva dei giovani e mette in moto il processo creativo davanti al pubblico.[…] Novità di quest’anno è il Premio Imperfetto Futuro, un concorso che collega questo evento a “Stanze”, rassegna multimediale curata dal Centro Man Ray. […] Il legame tra le due iniziative è voluto da Wanda Nazzari, che cerca in questo modo di valorizzare i talenti emergenti. […]“

Diversi i progetti importanti realizzati nel 2012:

In collaborazione con L’Alambicco, Schermi Rubati, La Macchina Cinema, la rassegna cinematografica d’autore: Disoccupate le strade dai sogni, le dinamiche del potere nella società contemporanea. Il vasto programma comprendeva i films Taurus di Alexandr Sokurov (2001), Europa di Lars Von Trier (1991), La confessione di C. Costa Gravas (1970), Segreti di Stato di Paolo Benvenuti (2003), Le mani sulla città di Francesco Rosi (1963), I sovversivi di Paolo e Vittorio Taviani (1966), Crepa padrone, tutto va bene di J. L. Godard (1972), Todo Modo di Elio Petri (1976), Il caso Moro di Giuseppe Ferrara (1986), Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck (2006), Complici del silenzio di Stefano Incerti (2008), L’uomo di vetro di Stefano Incerti (2007), Missing di C. Costa Gravas (1982), Il portaborse di Daniele Lucchetti (1991), L’onda di Dennis Gansel (2008), Nascita di una democrazia di Guido Chiesa (1996). La rassegna che è durata circa quattro mesi, si è svolta tra Cagliari e Elmas, nelle sedi del Centro Man Ray, dell’Alambicco e di Schermi Rubati. Ha avuto un grande successo ed è stata seguitissima, anche perché accompagnata da importanti interventi e calorosi dibattiti, svolti nei vari appuntamenti, da parte di registi, scrittori e studiosi di vari settori. Interventi: Antonello Zanda, Elisabetta Randaccio, Eugenio Dessy, Walter Falgio, Salvatore Pinna, Gianni Olla, Gianni Loy, Bepi Vigna, Gianmario Demuro, Antioco Floris, Marco Pitzalis, Eugenio Mangia, Paolo De Angelis, Antonio Sitzia.

Sempre nel 2012, da un’idea di Stefano Grassi, il Centro Culturale Man Ray ha realizzato un seminario di Filosofia politica dal titolo Gramsci pensatore dell’umanità: questa è la realtà, qui è la lotta per il recupero della democrazia, rivolto agli studenti universitari.

Scopo dell’iniziativa: coniugare Diritto, Filosofia e Politica in una sintesi che renda pensabile e praticabile un punto di vista critico e alternativo all’esistente.

Gli incontri, molto seguiti dagli studenti, davano la possibilità di ottenere crediti universitari, e si sono svolti presso l’Aula Magna della facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Cagliari, a partire da novembre 2012 fino a febbraio 2013.

Docenti: Gianni Loy (doc. Diritto del Lavoro), Paolo de Angelis (magistrato), Fiorella Pilato (magistrato), Don Mario Cugusi (educatore), Ettore Cannavera (educatore, dir. Comunità la Collina), Gianmario Demuro (doc. Diritto Costituzionale), Fernanda Arrius (dott.ssa in Filosofia), Gino Melchiorre (sociologo, giornalista), Daniele Basciu (economista Democrazia MMT).

Nello stesso anno: Stanze XIII edizione – Land(e)scape

Il paesaggio è dentro di noi, e a tratti ritorna, infinito, pacato o vibrante, a seconda del momento: da un frammento che si adagia, da un luogo sospeso, da una stesura ritmata e costante, da una nota che sale e si libra a cercare nuovi orizzonti; diventa terra, territorio dove depositare le proprie ansie, alla ricerca di quelle pause che Kandinskij definiva di “quiete”. Gli artisti chiamati: Simone Dulcis, Stefano Grassi, Paola Dessy, Daniela Nobile, Italo Medda, Rosanna D’Alessandro, Rosetta Murru, Rosanna Rossi, Alberto Picciau.

Lande desolate e paesaggi metropolitani per Simone Dulcis in un’alternanza di travagli disperati e di pause sublimali.

Stefano Grassi compone un paesaggio di sogno dove acque trasparenti fermano un attimo di vita di una natura incontaminata. Escursionista e naturalista convinto, sempre proteso alla salvaguardia dell’ecosistema, instaura con la natura un rapporto di dialogo continuo. Effetti pittorici, come sempre nella sua opera, un invito a salvare la natura, a integrarci in quel respiro cosmico che ci riconcilia con il mondo, riportandoci ai valori dello spirito.  

Paesaggi dell’anima per Rosanna Rossi, costantemente impegnata in raffinate e preziose stesure di rispondenza ascetica, come l’opera installativa presentata, risultato di un lunghissimo e minuzioso lavoro che esprime tutto il suo amore per la materia, trasformata in leggerezza, strumento e appagamento di quel rigore mentale e costruttivo che le appartiene. Erba di prato nel bellissimo paesaggio trittico di Paola Dessy che ci ha abituato da sempre ai suoi “giardini del sogno”, titolo di una sua incisione. E ancora da un sogno sembra nascere questa nuova opera che apre la visione di ingresso della mostra. Bagliori di tela intonsa a cercare equilibri luminosi nel paesaggio raffinatissimo, sospeso in atteggiamento di volo, per Daniela Nobile, nuova presenza dell’arte in Sardegna, che con quest’opera vibrante, convince ed emoziona. Paesaggi fantastici per Italo Medda, scorribande visionarie dentro cieli siderali di natura kleiana in un gioco continuo di bagliori improvvisi e di altalene di colore. Particolari e realizzati in tempi diversi sono i paesaggi di Rosanna D’Alessandro, che nella costruzione rivela la sua natura di incisore con un segno insistito e deciso, che in alcune opere si fa più leggero e pittorico. E ancora vegetali sono i segni nervosi e intrecciati delle opere di Rosetta Murru, che esprime una natura in movimento, colta in fase di risveglio e di trasformazione. Cattedrali fantastiche e visioni metropolitane per Alberto Picciau, giovane musicista, che libra la sua musica in voli distillati e preziosi, corre e si insinua, e in tempi minimi, raccoglie frammenti di pioggia e di vento, prima di riprendere a sorvolare la città. 

Rigore e grande classe nella performance dei giovani ballerini: Roberta Cossu, Matteo Sedda e Matteo Tolve, che ancora una volta, stupiscono nella giocosa coreografia di Luigia Frattaroli, fatta di ardite e complesse dinamiche danzanti, tra interno ed esterno di una “magica sfera” realizzata da Sabrina Cuccu. Ideata e “vestita” da me con l’aiuto di Francesca Pitzalis e Pamela Sau. Ho affidato la curatela di questa edizione a Efisio Carbone che ha realizzato anche gli allestimenti, coadiuvato dalle preziosissime Francesca Pitzalis e Gianfranca Loi. L’allestimento di Rosanna Rossi è stato realizzato da sua figlia Federica Orrù, architetto, di gradevolissima compagnia, che nonostante le difficoltà non ha smesso mai di sorridere, riuscendo perfettamente nel suo intento.

Dal testo in catalogo di Efisio Carbone: “Nel grande paesaggio in tre tavole di Paola Dessy, l’elemento erbaceo reiterato assurge a simbolo del mondo vegetale come sintesi del Codex Dioscurides transustanziato in un’opera pop di matrice warholiana. L’artista, cresciuta in un periodo di febbrile eccitazione creativa riconducibile ai grandi maestri del Novecento, il cui padre fu uno dei maggiori rappresentanti, ha sempre guardato al regno vegetale come luogo su cui concentrare la propria ricerca. La profonda conoscenza delle tecniche artistiche le ha permesso di esprimersi con grande libertà e varietà di mezzi per raggiungere risultati di sempre straordinario valore qualitativo. Un occhio di riguardo Paola Dessy lo dedica all’incisione, ponendosi come ponte ideale tra i gloriosi risultati degli artisti sardi del secolo scorso e la ritrovata passione per le tecniche incisorie del Contemporaneo alle quali si aggiungono infinite possibilità espressive derivanti dall’utilizzo di tecnologie e materiali di ultima generazione.

Intimo ed elegiaco il racconto di un’altra grande maestra dell’incisione, Rosanna D’Alessandro, che aggredisce i suoi lavori pittorici come se fossero carte incise, sempre in bilico tra il figurativo e l’astratto, per un risultato di suprema pulizia formale. Venticinque anni separano la prima stesura dalla ripresa. Il tempo e il ricordo sono gli elementi che rendono la percezione soggettiva e così gli spazi da lei descritti subiscono la luce delle stagioni che non sono quelle terrestri ma dell’anima. Una riflessione “sull’eterno ritorno” di Nietzsche, una sua descrizione, un suo superamento. Alla serie delle opere pittoriche si affiancano due “paesaggi tascabili” realizzati con un materiale di sua invenzione. Sono piccoli e preziosi taccuini su cui l’artista ha immortalato colori e profumi di paesaggi fantastici.

Intensamente ispirati i lavori di Simone Dulcis sono tele-sudari sui quali affiorano tracce indelebili di un’anima ferita che anela il volo, cade, si rialza, e incessantemente riprova. “Le montagne, la solitudine delle valli boscose, le isole meravigliose, i fiumi fragorosi, il fischio dei venti innamorati. La notte placata prossima al risveglio dell’aurora, la musica taciuta, la solitudine sonora, la cena che ristora ed innamora”, l’anima cerca il suo Sposo nei versi di Juan de la Cruz. Simone Dulcis è un asceta che non cerca Dio ma l’essenza della natura e in essa l’uomo che partecipa delle stesse fragilità. Perciò si spinge sulle vette della solitudine, per avere dall’alto una visione più ampia degli spazi sui quali concentrare la sua poetica.

Fotografia che si fa pittura è l’opera profondamente poetica di Stefano Grassi, professionista di elevata caratura e fine artista. Il suo paesaggio è tutto giocato su di una sottile illusione cognitiva che genera vaste radure solcate da nuvole erranti in luogo di scroscianti cascate, muschi e densi vapori. In questi spazi silenziosi sembra quasi di scoprire il segreto divino della natura, ma, come dice Montale, “l’illusione manca e ci riporta il tempo nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.” L’occhio non deve quindi incantarsi ma ragionare sull’estrema fragilità degli ecosistemi ormai prossimi alla scomparsa.

Rosanna Rossi incide il suo paesaggio sulla superficie lignea di una grande matrice e da essa ricava l’immagine stampata su leggerissima carta di riso con la difficile tecnica a cucchiaio. Il rigore del suo lavoro si concentra nel ritmo di segni e pause, di bianchi e neri che restituiscono il respiro del colore. Tre tavole della legge, solenni, inflessibili, austere e preziose, portatrici di messaggi eterni sul delicato equilibrio tra l’uomo e l’ambiente. Le sgorbie solcano la grande tavola come l’uomo biblico la terra, da essa si ricava l’immagine che è storia. La stampa su plexiglas, supporto contemporaneo trasparente, per effetto dell’incisione diviene traslucida costituendo così una porta posta al confine tra il fenomeno e il noumeno. Le sottili modulazioni e le complesse variazioni di campo sono caratteristiche riconosciute dalla critica nella produzione incisoria della Rossi che si arricchisce di una sempre maggiore consapevolezza e padronanza della tecnica piegata alla libertà espressiva.

Daniela Nobile frantuma la sua veduta in infinite geminazioni attraverso una pregevolissima tecnica dal tratto incrociato. Sembra quasi di tuffarsi dentro spazi senza tempo dove la luce vibra in continui bagliori. L’artista usa il pastello come la bacchetta di un direttore d’orchestra: il segno sulla tela è la traccia lasciata dall’impulso. Hans Hartung considerava l’azione sulla tela come una traduzione delle manifestazioni vitali di questa terra: “una pianta che cresce, la pulsazione del sangue, tutto quello che è germinazione, crescita, slancio vitale, forza viva, resistenza, dolore o gioia”. Il movimento costante di queste polveri stellari è garantito proprio dalla capacità di osservazione e trasposizione che Daniela Nobile attua sempre con grande gusto ed equilibrio.

Al fantastico e fiabesco guardano anche i paesaggi di Italo Medda, fine acquerellista che nelle sue carte libra mirifiche visioni su cieli trascolorati di tenui e luminosi colori. Il mondo festoso e surreale di Mirò è arricchito da un afflato melanconico che sembra ricondurlo alla poetica di Klee. Stupirsi come un bimbo che guarda gli aquiloni sollevati dal vento, ecco una chiave di lettura del mondo. La leggerezza, supportata da una colta ironia, disincanta e incanta, sgancia i pesi dalle caviglie e ci permette di volare. Siamo noi come aquiloni, dionisiaci festoni fecondanti, che passiamo lievi sulla terra perché sospesi e sorpresi a mezz’aria a sostenere, insieme a Calvino, le ragioni della leggerezza.

Rosetta Murru ci conduce nel mondo astratto dell’espressionismo lirico dove sovente indaga l’azione delle forze naturali. Con grande maestria modella le sue forme nelle tinte fredde del verde e del blu che nel loro movimento rappresentano la forza in costante divenire dell’acqua. Una grande riproduzione fotografica di uno dei suoi lavori si pone come interessante riflessione sul significato di riproduzione e percezione dell’oggetto artistico. E il pensiero corre a Walter Benjamin e al suo saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” del 1935, con tutti i suoi significati politici e sociali. In particolare ci riferiamo al passo in cui Benjamin descrive l’Aura dell’opera d’arte applicandola agli oggetti naturali: “Seguire, in un pomeriggio d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa, ciò significa respirare l’aura di quelle montagne, di quel ramo”. […]

Alberto Picciau si stacca, col suo paesaggio sonoro, dall’arte visiva, ma invita ad ascoltare e vedere. Attraverso l’estetica del rumore il compositore indaga il suono urbano contemporaneo. La composizione, strutturata in forma di rondeau, individua una cellula tematica macchinica che si muove su un basso bordone armonico che sembra aggiungere al brano qualcosa di sacrale. Nella sezione centrale gli elementi naturali del vento e della pioggia intervengono sulle strutture musicali totalmente antropizzate per poi scomparire lasciando alle macchine l’assoluto predominio sonoro. […]” 

La mostra è stata recensita da Alessandra Menesini su L’Unione Sarda con l’articolo Paesaggi urbani feriti e fragili speranze chiuse nel Land(e)scape.

2012 – 2013

Le avanguardie artistiche del Novecento – Percorsi didattici

Nel 2012 Stefano Grassi e Giuseppe Maggiolo Novella hanno progettato un ciclo di incontri culturali, didattici e multimediali, attraverso i quali si indagava il rapporto tra alcuni maestri dell’arte astratta e l’opera di musicisti moderni e contemporanei. 

Nel dettaglio, il progetto, articolato in tre incontri aperti al pubblico, ognuno dedicato ad un grande artista visivo del Novecento, comprendeva tre momenti: la presentazione della vita, delle opere e della poetica, al fine di offrire uno spaccato su tre importanti artisti dell’Avanguardia Storica e sottolineare, attraverso l’esecuzione dal vivo di brani musicali, il rapporto che si era instaurato con le sperimentazioni di grandi musicisti loro contemporanei. La narrazione, inserita all’interno del contesto storico-culturale d’appartenenza, coniugava nozioni di Storia Contemporanea, Storia dell’Arte e Storia della Musica.

Simultaneamente alla presentazione degli artisti e alle esecuzioni musicali, sono state proiettate su maxi schermo le immagini delle opere più significative e brevi video sull’attività pittorica degli artisti selezionati. La narrazione era intervallata dalle performances di un attore che recitava alcuni brani autobiografici, nonché scritti e citazioni dell’artista trattato. I ruoli erano così suddivisi: Stefano Grassi (percorso storico didattico, voce narrante); Giuseppe Maggiolo Novella (percorso musicale didattico, esibizione al pianoforte); Stefano Raccis (attore); Gianfranca Loi (mixer video).

Il carattere didattico e divulgativo, determinato dall’agilità della narrazione, dalla musica, dalla proiezione di immagini e video, garantivano fruibilità e facilità di comprensione anche a un pubblico neofita.

Artisti visivi selezionati per il ciclo di incontri: Vasilij Kandinskij, Man Ray, Jackson Pollock. Lo spettacolo Kandinskij e la sintesi delle Arti ha avuto luogo nel Castello San Michele di Cagliari, il 16 dicembre 2012, in occasione del finissage della mostra Stanze XIII edizione Land(e)scape mentre Man Ray tra realtà e finzione e Jackson Pollock genio e follia si sono tenuti presso il Palazzo Siotto di Cagliari, rispettivamente il 24 febbraio e il 28 aprile 2013. 

NEW FRONTIERS

Nel 2013 siamo stati protagonisti di un progetto molto ambizioso, nato con l’intento di indagare le nuove tendenze della fotografia attraverso il dialogo tra alcuni fotografi storici contemporanei sardi e giovani emergenti, provenienti dal territorio nazionale e internazionale, in uno scambio di residenze didattiche tra gli allievi della Man Ray Photo School e la PhotoAcademy di Berlino. 

La prima fase di scambio è iniziata tra agosto e settembre a Berlino, dove due allieve della Man Ray Photo School, Ivana Barrili e Veronica Frau, ospiti della Photoacademy, hanno realizzato un progetto di fotografia di scena e partecipato, insieme ad altri studenti selezionati della Man Ray Photo School, alla mostra didattica di fine anno della Photoacademy. L’operazione è proseguita a Cagliari nei mesi di settembre e ottobre, con vari appuntamenti delle mostre didattiche Man Ray Photo School 2013, divise per tematiche, ospitate nello Spazio Temporary Storing della Fondazione per l’Arte Bartoli Felter, e una nella Galleria La Bacheca.

New Frontiers 2013
Rassegna internazionale di fotografia

Residenze didattiche Cagliari/Berlino
Progetto e direzione artistica Wanda Nazzari
Progettazione grafica e coordinamento editoriale Stefano Grassi
testi in catalogo Wanda Nazzari, Mariolina Cosseddu, Valentina Neri, Ivana Salis

Il progetto New Frontiers nasce dall’intento di indagare le nuove tendenze della fotografia contemporanea attraverso il dialogo tra alcuni fotografi storici contemporanei sardi e giovani emergenti, provenienti dal territorio nazionale e internazionale.
Per l’edizione 2013, la rassegna New Frontiers ha visto protagonisti gli allievi della Man Ray Photo School di Cagliari e della Photo Academy di Berlino.
La prima fase di scambio è iniziata tra agosto e settembre a Berlino, dove due allieve della Man Ray Photo School, Ivana Barrili e Veronica Frau, ospiti della Photo Academy, hanno realizzato un progetto di fotografia di scena e hanno partecipato, insieme ad altri studenti selezionati dalla Man Ray Photo School, alla mostra didattica di fine anno della Photo Academy. L’operazione è proseguita a Cagliari nei mesi di Settembre e Ottobre, con vari appuntamenti delle mostre didattiche Man Ray Photo School 2013, divise per tematiche, ospitate nello Spazio Temporary Storing della Fondazione per l’Arte Bartoli Felter, e nella galleria La Bacheca, di Lidia Scuto.
Nel mese di novembre, due allieve della Photo Academy, Sandrine Appel e Katja Wassermeyer, ospitate a Cagliari dalla Man Ray Photo School, hanno realizzato un reportage sulla città e, in particolare, sui luoghi della cultura. I lavori prodotti verranno presentati a Berlino, con lo scopo di far conoscere e promuovere la Sardegna e, in particolare, la città di Cagliari.
Come appuntamento di chiusura, una mostra collettiva all’EXMA’ di Cagliari, divisa in due sezioni; la prima dedicata a sei fotografi storici sardi, omaggio alla loro professionalità e alla loro distinta poetica: Marco Ceraglia (Sassari), Giovanni Coda (Cagliari), Stefano Grassi (Cagliari), Francesco Nonnoi (Cagliari), Donatello Tore (Nuoro), Daniela Zedda (Cagliari).
La seconda sezione, dedicata ai lavori degli allievi della Man Ray Photo School di Cagliari e della Photo Academy di Berlino. Obiettivi dell’iniziativa sono stati principalmente quelli di favorire la mobilità dei giovani studenti di discipline artistiche allo scopo di creare occasioni di crescita, scambio e confronto con altre realtà internazionali; sottolineare l’importanza della scuola come mezzo necessario di formazione e di stimolo delle potenzialità creative e intellettive; promuovere e diffondere all’estero la Sardegna e, in particolare, la città di Cagliari; favorire l’integrazione tra i vari linguaggi e consentire un proficuo scambio di esperienze tra gli artisti al fine di accrescerne l’identità culturale e il senso di appartenenza.

Wanda Nazzari

2013 – Vernissage EXMA’ Cagliari. Katja Wassermeyer, Veronica Frau, Stefano Grassi, Sandrine Appel, Ivana Salis.

Sotto: un momento della presentazione con gli autori: Donatello Tore, Joe Coda, Stefano Grassi, Valentina Neri, Daniela Zedda, Marco Ceraglia, Francesco Nonnoi. Ph. Manuel.

2013 – Vernissage EXMA’ Cagliari. Consegna attestato partecipazione residenza artistica a Katia Wassermeyer Photo Academy Berlino.

Sotto: un momento della presentazione di Ivana Salis. Foto Manuel.

2013 – Vernissage EXMA’ Cagliari. Ivana Salis, Valentina Neri, Wanda Nazzari, Michela Murgia, Stefano Grassi. ph. Rosy Sitzia.

New Frontiers – Intorno alla fotografia – di Mariolina Cosseddu

Oggi noi sappiamo per certo che la fotografia è il linguaggio del nostro tempo. Più di qualsiasi altro medium artistico, l’immagine fotografica racchiude in sé il valore simbolico del presente: provvisorio, fragile, in eterno divenire, il nostro contemporaneo trova nella fotografia la sua ancora di salvezza. L’immagine riflessa e sottratta al fluire della realtà obbliga a pensare a ciò che sfugge irrimediabilmente, a riflettere sulle inesatte percezioni, a riformulare giudizi e valori arbitrari. La fotografia è, di fatto, una presa di coscienza sull’automatismo della visione abituale, sulla saturazione visiva, sulla superficialità di intenti e situazioni. Sarà per questo che viviamo un momento in cui tutti sono colti da un fenomeno maniacale: l’autorappresentazione. Ribattezzata “selfie” (autoscatto) e diventata, grazie al successo dei nuovi social network come Instagram o Pinterest, un’ossessione sociale, è, più di quanto non si creda, allegoria reale di occasionale certificazione d’esistenza, di effimera dichiarazione di vita. Ma l’enorme mole di immagini in rete non è meno travolgente degli scatti che trasformano qualsiasi utente in velleitario fotografo. Niente contro la nuova mania di fotografare pezzi di esistenza qualsiasi: piedi, bocche che sorridono, piatti ben confezionati, dettagli intimi o particolari scabrosi. L’arte del prelievo inconsiderato è una sorta di virus sociale che si diffonde con la velocità della luce e produce una nuova forma di nature morte private di qualsiasi significato se non quello di attestare la propria momentanea presenza nel mondo. In questo bailamme di immagini, orientarsi per individuare ciò che vale da ciò che è destinato a perdersi un attimo dopo, può risultare arduo per un occhio non addestrato, ma solo apparentemente difficile. Chiunque può cercare e trovare la consapevolezza che non sempre si è di fronte alla “nobile arte della fotografia”.

La fotografia è racconto e sentimento del reale, è pensiero che si fa visione, è artificio che svela l’autentica natura delle cose. Al contrario, la tecnologia rapida, alla portata di tutti, che ferma in presa diretta l’istante fuggitivo, porta alla malinconica certezza che la vita è consumata e dimenticata nei secondi successivi alla transitorietà dell’immagine. Che tutto viene fagocitato da altri uguali, ripetitivi, frammenti di saltuaria fissità. La vera forza della fotografia, al contrario, nasce dall’attesa, dai tempi lunghi della pazienza, dall’occhio vigile che sa cogliere o ricreare una verità altrimenti non detta. Come distinguere, allora, il dilettantismo dalla professionalità? L’inquinamento dall’approfondimento? Oltre al talento, che è sempre parte della visione artistica e, come tale, facilmente riconoscibile, le doti di abilità, destrezza, capacità operativa sono sempre frutto di conquista di saperi. Dunque ruolo fondamentale lo svolge l’educazione visiva, la conoscenza dei principi teorici e pratici, in una parola, la scuola. È nella scuola che si formano le professionalità, nello studio, nella pratica, nella metodologia conquistata con il pensiero, la progettualità, la riflessione. Non può esserci lavoro dello sguardo senza una consapevole attività intellettiva che lo preceda e questo, a sua volta, può nascere solo dalla padronanza di strumenti specifici di cui si conoscono meccanismi e soluzioni.

Ed è ancora nella scuola che si passa dalla nozione alla competenza e da questa alla sperimentazione, alla ricerca, alla formulazione di nuovi saperi. Va da sé che anche l’atto della ricezione è sempre un fatto di cultura e non solamente di intuizione. Per questo l’invito rivolto ai fotografici storici vuole essere non una semplice dimostrazione di bravura, ma semmai l’occasione per riflettere sulle infinite opportunità del mezzo fotografico, sul suo sapiente uso in funzione conoscitiva prima ancora che comunicativa. È solo se si accetta l’idea che il medium fotografico è strumento di conoscenza che se ne possono valutare gli esiti, ed è solo se si possiedono i codici estetici di riferimento (storici-artistici-interdisciplinari) che se ne possono creare di nuovi. Questo il ruolo della scuola, questo il ruolo della storia della fotografia. E non è certo un caso che il progetto New frontiers volga l’attenzione in particolare ai giovani e li ponga in relazione con altri giovani, perché è solo dal confronto e dalla capacità di interrogare se stessi che può derivare una cultura aperta e consapevole. Vale la pena ricordare allora che la fotografia, come le altre discipline artistiche, richiede un rapporto percettivo complesso, una lettura sensibile ed educata, una creatività dello sguardo che incrocia la creatività del progetto visivo. Nel racconto del presente.

Photo Academy Berlino 29 agosto 2013 vernissage New Frontiers, Stefano Grassi presenta la Man Ray Photo school alla Photo Academy di Berlino

Photo Academy Berlino 29 agosto 2013 vernissage New Frontiers, da sx Lucia Solinas, Marzia Pilo, Veronica Frau, Stefano Grassi, Wanda Nazzari, Raphael Bruggey, Ivana Barrili, Natascha Dunker, Nadine Hofman, Nicole Urbschat-Krüger.

sotto, Veronica Frau intevistata dalla RAI.

Photo Academy Berlino 29 agosto 2013 vernissage New Frontiers.

in basso, un momento della performance della modella Marzia Pilo ad Alexanderplatz, progetto di Veronica Frau.

MARCO CERAGLIA

Terzo Millennio

Le immagini di Marco Ceraglia affrontano un tema di attualità spesso trascurato dai più e, maggiormente, in senso artistico: la scomparsa della figura del Servo Pastore, autoctono e ancestrale della società sarda arcaica, sostituita da immigrati di passaggio in cerca di un’occupazione qualsiasi.

Colpisce subito, nei quattro scatti, tutti rigorosamente diurni, l’ossimorica oscurità della luce in cui manca l’abbraccio caldo del sole, quasi a voler rappresentare, in questo modo, la mancanza di continuità tra cielo e terra, metafore di vecchio e nuovo, ossia: l’assenza della volontà di perpetuare nel tempo la nostra storia e la nostra tradizione creando un ponte tra generazioni; forse perché il servo pastore globalizzato del terzo millennio, così definito dallo stesso Ceraglia, non può certo esserne il testimone. Nella prima immagine l’uomo si appoggia su un muretto a secco, che lo separa dal gregge in lontananza, come se quello stesso muro demarcasse il distacco con un mondo che non gli appartiene; sensazione che si rafforza osservando il suo sguardo perso e lontano. Nella seconda immagine, il pastore grava sul recinto oltre il quale sostano le pecore. Il suo volto è aspro; la postura è costretta e la sua pala da lavoro funge da bastone alla stanchezza che si trascina addosso. Anche qui si rimarca il distacco direzionale tra l’uomo l’ambiente, in una evidente inappartenenza.

Il terzo ritratto presenta una prospettiva dal basso: il ragazzo, dal volto impenetrabile e dal cipiglio diffidente, fissa con aria di sfida l’osservatore, come se fosse stato colto di sorpresa nello svolgimento del suo lavoro. Due maiali lo seguono a brevissima distanza. La nube plumbea, che quasi sormonta il capo del giovane, è presagio di malessere incombente. Nell’ultimo scatto l’uomo cammina insieme alle sue capre; una certa tristezza dello sguardo lo accompagna, mentre con un gesto della mano evita che la capra lo sorpassi. I colori sono decisi, il candore degli animali, il verde del pascolo e la roccia scura in lontananza, si stratificano creando volumetrie armoniose, oblique e ascendenti.

Nello specifico, la realtà sociale, così esplicita in queste foto, non può sfuggirci; essa è lo specchio di una marginalità invisibile che anela attenzione per non essere annientata. Marco Ceraglia, con quest’opera, dimostra la sua propensione per la verità e una naturale capacità, come diceva August Sander “di vedere le cose come sono e non come dovrebbero essere” in quanto, sempre secondo Sander, “l’essenza della fotografia è documentaria per natura”.

Valentina Neri

GIOVANNI CODA

Reconsidering the purpose of the body

Un vecchio proverbio indiano recita “Prima di giudicare un uomo cammina per tre lune nelle sue scarpe”. Da sempre, mettersi nei panni altrui è la metafora della vera conoscenza.

Sulla scia di questa antica saggezza Giovanni Coda ha fotografato i suoi modelli con addosso abiti vintage messi a disposizione da Giuseppina Pisu. “Far rivivere l’oggetto che ha vissuto, amato e, talvolta, sofferto con la persona che lo ha indossato. Solo così avremo una seconda possibilità di risorgere: diventando esaltazione di un ricordo. I frammenti di anima degli individui che ci hanno indossato o di coloro che ci indosseranno, sono racchiusi nel corpo, dallo spirito eterno e asessuato”. Spiegano così, la poetica di questi scatti, gli stessi Giovanni Coda e Giuseppina Pisu. “Se le tue foto non sono buone vuol dire che non sei andato abbastanza vicino. Ama la gente e faglielo capire” suggerì una volta Robert Capa a chi si cimentasse nella fotografia. Ed è proprio l’amore per l’umanità e la sua capacità di avvicinarsi profondamente ad essa, la cosa che Coda ha saputo meglio mettere a fuoco. I tre ritratti frontali, lambiti sul viso da una luce che ne accentua i carnati lattescenti attribuendo loro una natura ultraterrena, si stagliano da uno sfondo color prugna sul quale spunta l’ombra delle loro sagome; o forse quell’ombra che li accompagna non è che lo spirito di coloro a cui sono appartenuti gli abiti che adesso indossano? Nel primo ritratto, un ragazzo dai grandi occhi scuri, i folti capelli neri, labbra e naso carnosi, indossa un cappotto fantasia Anni Settanta e dei lunghi orecchini vistosi.

Nel secondo ritratto, invece, il soggetto è una donna in abito maschile: camicia bianca, giacca nera, capelli assenti, sguardo severo. Poi ancora un uomo: cappotto viola damascato, cappellino nero, orecchini a clip. Dolcissimi gli occhi, enormi e dominanti. Ed è come se, in questi ritratti, i vestiti avessero veramente il potere di trascendere dalla propria natura funzionale connotando, col proprio patrimonio di ricordi sensoriali ed emotivi, i tre modelli. Tuttavia la femminilità dei due ragazzi e l’androginia della donna emerge soprattutto dai loro sguardi. Nulla è stonato; nulla stride. La commistione tra abito e corpo, tra spirito e carne, è un amalgama perfetta. I frammenti di anima intrappolati in quei vestiti sono penetrati in quei tre volti, in quelle tre anime. La resurrezione è avvenuta.

Valentina Neri

STEFANO GRASSI

Listen!

“Di sicuro ci sarà sempre chi guarderà solo alla tecnica e si chiederà ‘come’, mentre altri di natura più curiosa si chiederanno ‘perché’ ”. Partendo da questa affermazione di Man Ray, che inquadra molto bene gli interrogativi che nascono contemplando gli scatti di Stefano Grassi, una cosa è subito chiara: grazie alla padronanza tecnica sapiente Grassi infrange quel confine tra scatto e opera d’arte riuscendo a creare delle immagini toccanti dagli effetti pittorici fluidi e pregni di simbologie, che penetrano l’interiorità riuscendo a ottenere la ‘foto dell’anima’. Osservando una per una, le opere presenti in questo catalogo, ci rendiamo subito conto che siamo davanti ad un lavoro unitario e dinamico, sia nel soggetto che nel movimento; un film che riproduce una danza nei sotterranei dell’inconscio e che narra, in modo liquido e incantato, forse, l’abbandono della realtà per scivolare poi in una dimensione sempre più sconosciuta, dai risvolti psicologici complessi. Nella prima immagine troviamo una donna immersa in uno sfondo di volumi dagli effetti rocciosi e verticali; una fonte luminosa sembra avvolgerla dal basso per poi ascendere afferrandola per tutti gli spigoli del suo corpo nudo nel tentativo di trascinarla via in un cielo ideale; ma qualcosa rimane a terra, sospeso nella realtà. La torsione del busto si allinea al suo sguardo che resta fermo sull’osservatore, fermo in un presente che non si vuole ancora abbandonare. Nello scatto successivo il corpo appare composto, lo sguardo è basso, perso nel vuoto, ma le braccia, si alzano. L’osservatore può percepire la sua voglia di volare, lasciandosi dietro una luce alle spalle; il viaggio terreno sta per terminare per accedere in un ‘altrove’ immaginario da cui la realtà terrena è ormai fuori, alle sue spalle, incarnata in quella luce. Nel terzo scatto la testa si perde all’indietro sfuggente, così come sfuggente diventa lo sfondo di cui si perdono invece i verticalismi rocciosi. Uno sfondo che ora scorre veloce dando l’impressione di una pellicola che si muove in maniera così celere da non poter più distinguere nulla, come dai vetri delle metropolitane. Sensazione che si accentua ancor più nell’ultimo scatto in cui il capo si volta, quasi improvvisamente, sottraendosi all’osservatore. I movimenti del corpo della donna si sdoppiano come se qualcosa di lei restasse indietro, forse le tracce di sé che non può cancellare, mentre la sua corporeità continua ad andare avanti. A questo punto è normale chiedersi, secondo la citazione di Man Ray, il ‘come’ e il ‘perche’. Il ‘come’ è da ricercarsi nella tecnica sapiente, ma il “perché”, il vero segreto dell’alchimia di queste immagini, è da rintracciarsi nella sensibilità di Stefano Grassi, nella sua capacità di penetrare e svelare narrazioni ed emozioni, non solo dai corpi ma anche dai luoghi, fino a far sì che la tecnica sapiente raggiunga esiti magici, dal sapore onirico e alchemico capaci di turbare l’anima e i sensi come solo i grandi maestri sanno fare.

Valentina Neri

FRANCESCO NONNOI

Senza titolo

Portovesme e Monteponi sono i luoghi immortalati in questa straordinaria galleria di immagini in cui, di primo acchito, il vero protagonista è il colore, il rosso dominante che da sempre contraddistingue il paesaggio dell’Iglesiente anche per via dell’inquinamento dovuto ai residui di bauxite. Nella prima immagine, una veduta aerea, l’azzurro di un mare maculato dai toni petrolio, il diverso addensarsi dei bianchi dell’arena, il verde bosco dei viali e l’intensità del rosso dei fanghi di Portovesme, sembrano caricarsi di ulteriori valenze armoniche. La seconda immagine, sempre aerea, consente stavolta all’osservatore di immergersi nello spazio anulare, costituito da una profonda distesa sanguigna, soleggiata e brillante, circoscritta da una cinta di terra candida e dall’abbraccio degli alberi. Lo svuotamento umano dello spazio, riempito solo dalla densità del colore, costituisce un inedito incanto. Per certi aspetti le immagini di Nonnoi fanno pensare a Margaret Bourke-White, icona della fotografia del Novecento, che ottenne negli anni Trenta uno straordinario successo per il suo modo coraggioso e originale di raccontare l’industria realizzando immagini ammalianti; allo stesso modo Nonnoi, rilevando la grave situazione di inquinamento ambientale che ha aggredito il territorio, è riuscito ad ottenere degli esiti formali attraenti che prescindono dalla realtà alla quale corrispondono. Del terzo scatto si coglie il nitore del cielo terso irradiato dal fascio solare che giunge da sinistra; i ruderi spersi nel paesaggio desolato e i ciuffi d’albero fungono da contrappunto naturale alle distese rossastre e alle acque acquitrinose della laveria di Monteponi. Nell’ultimo scatto, (sempre Monteponi) sono presenti le diverse stratificazioni ambientali; l’agglomerato di bauxite, il grigio del manto stradale percorso da un corteo di ciclisti, le varietà tonali verdastre dei dolci declivi, nella loro sintesi espressiva, celano l’inquietante dicotomia natura-degrado. Lo sfondo è sfumato da un’aura lattiginosa che campeggia sull’inquadratura. Gli elementi così disposti reinterpretano la realtà facendo sì che il paesaggio antropizzato assurga essenze estetiche insospettabili. Gabriele Basilico osservò una volta che “liberando lo sguardo dal pregiudizio può nascere la possibilità di leggere una nuova bellezza che non esclude ma convive con la mediocrità”. Questo stesso concetto rispecchia molto bene il risultato conseguito dalle geniali visioni di Francesco Nonnoi.

Valentina Neri

DONATELLO TORE

Angry faces

I volti arrabbiati ritratti da Donatello Tore, costituiscono, come egli stesso sottolinea, una parentesi occasionale nel suo lavoro. Trattasi di un’opera di denuncia sociale allarmante, ma su cui forse l’artista vuole stendere un velo di ottimismo nel ritenere occasionali gli stati d’animo degli attori da lui immortalati. La rabbia è quella del nostro tempo, la rabbia dei disoccupati, degli emarginati, di chi non riesce a far valere le proprie capacità; ma anche di chi si aspettava un altro decorso della storia e non l’impoverimento culturale al quale la nostra società sta andando incontro, giorno per giorno e a grandi falcate, a causa della perdita di valori condivisibili e della capacitàdi distinguere e valorizzare competenze e talento. L’opera, realizzata in bianco e nero, con grande maestria e grazie all’uso sapiente dei contrasti, raggiunge esiti espressivi di immediata efficacia. Il primo scatto è forse quello in cui l’ira si manifesta in maniera più drammatica. Il volto dell’uomo, che emerge da uno sfondo nero che ne accentua i volumi, appare trasfigurato dalla rabbia: la fronte corrugata e la bocca contorta esprimono un dolore autentico, reso ancor più violento dal luccicore che gli invade gli occhi. Nella seconda immagine la rabbia è contenuta nella fissità della donna e nel suo sguardo distante. Il suo dolore è autolesionista. Numerosi piercing le invadono il viso: bocca, naso, orecchie. Un martirio di piercing. Il suo capo è calvo. È come se la donna usasse tutta la sua rabbia contro il proprio corpo. Il volto occupa la destra dello spazio e lo sfondo è di un grigio leggermente cangiante dal quale s’intuiscono forme immaginarie. Il terzo ritratto è forse il meno arrabbiato, una sorta di maschera tragica grottesca dagli occhi deliranti e canzonatori che stridono col resto del viso; la contrazione dei muscoli facciali produce in questo caso, un effetto caricaturale. Lo sfondo è grigio sapientemente sfumato da una luce fievole. L’ultima immagine si distingue ancor più. Si tratta di un mezzo busto che occupa la destra dell’inquadratura, collocato, stavolta, in uno spazio tridimensionale. L’espressione visibilmente alterata dell’uomo è resa ancor più autentica dal gesto minaccioso con cui il soggetto agita il braccio. Secondo Henry Cartier-Bresson “Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente gli occhi e il cuore”. Non è possibile non apprezzare la mira precisa con cui Donatello Tore, allineando mente, occhi e cuore, ha saputo raccontare l’intimo stato d’animo che come un’epidemia sta colpendo tutti noi, l’epidemia della rabbia, il cui unico rimedio resta forse la creatività.

Valentina Neri

DANIELA ZEDDA

Rooms

Quattro ritratti carichi di oggetti criptici e occulti che, a guardar bene, talvolta ricordano gli interni di certi quadri fiamminghi quattrocenteschi, sia per il valore vibrante della luce, sia perché ogni oggetto in campo sembra avere il suo perché. Nel primo quadro, un uomo sorridente, seduto su un ciocco di legno, vestito di un fantasmagorico bianco, colpito da una luce palpitante che accende i suoi polsi e i suoi piedi, nonché la superficie scabra della parete su cui s’impone un alto zoccolo azzurro che smussa alcuni elementi macabri alla sinistra dell’uomo, come il calderone sul tropide e il groviglio di corda che pende dal soffitto. Solo l’interruttore elettrico ci riporta a un presunto progresso. Poi una donna! serena e sorridente dalla postura gioconda; sta seduta su una scala. Di fronte a lei, una porta aperta, ancora una volta azzurra, lascia entrare una luce calda che la avvolge teneramente; le forme piene dell’anfora, collocata nel sottoscala, esprimono un senso di femminilità, costante nell’immagine. La donna, la scala, la porta, l’anfora. Oltre la porta la luce e la libertà; oltre la scala il buio e la prigione; nell’anfora il segreto e il mistero. In queste due immagini giocano un ruolo essenziale luci e ombre. L’individuo non occupa il centro della scena. Ogni oggetto, ogni cromia, ogni ombra costituisce un punto di fuga a se Alberto Toso Fei – 2010 stante. Nel terzo scatto, una porta chiusa e una porta aperta: un mezzo volto d’uomo, elegantemente vestito, gioca serioso a nascondino. Nonostante la luce piatta e artificiale sdrammatizzi la scena, un accenno di stoffa rossa che rimbalza dalla maniglia della porta aperta al polso dell’uomo e l’abitino blu alla marinaretta, appeso sulla porta chiusa, richiamano la nostalgia dell’infanzia; come se l’uomo a metà ambisse a vestire ancora quei panni di bimbo. L’ultimo quadro si distingue ancor più, forse per la mancanza di quel tocco d’azzurro che sembrava finora il leit-motiv della quadrilogia, ma la casa è sempre quella; in un certo senso quella degli spiriti. Un ragazzo stralunato vestito come capita, seduto su un vecchio letto senza materasso, stringe in mano la bottiglietta della Coca-Cola che ci connette alla disfatta della realtà odierna. “Un ritratto permette di capire una persona, la sua natura intima, ciò che fa di lei quella che è” diceva Herb Ritts. In questi quadri, Daniela Zedda si conferma ancora una volta una grande ritrattista capace, di rintracciare il mistero dell’individuo e lasciarlo sospeso alla nostra fantasia, facendo emergere, stavolta, dalla propria casa dei ricordi fatti di cose e di eventi e che nell’insieme sono parte del ritratto, non solo la natura intima della persona che trapela dalla sua immagine ma, come diceva appunto Ritts, ciò che fa di lei quello che è.

Man Ray Photo School e Photoacademy: le nuove generazioni della fotografia – di Ivana Salis

La fotografia apre la strada dell’arte contemporanea, ribaltandone i codici, dando alla riproducibilità tecnica dell’immagine lo statuto di comunicazione visiva di massa. Nella multiforme produzione fotografica, prima analogica, poi digitale, non ci sono confini o barriere nell’uso dell’icona: il linguaggio visuale si espande a ventaglio, permea ogni faccia della quotidianità e veloce si compara con tutte le possibilità della semiotica.

Il confronto tra le diverse formule espressive è imprescindibile all’interno di questo incessante flusso dello scatto fotografico e in merito a questa necessità, un’opportunità concreta è la residenza didattica e di scambio professionale con realtà affini, considerata dalla Man Ray Photo School come un’esperienza di formazione unica per i suoi studenti. Da questa considerazione parte il progetto di residenza didattica 2012/2013 con la scuola di fotografia Photoacademy di Berlino, dal quale sono nate cinque mostre: la prima nell’agosto 2013, oggetto diretto della residenza berlinese, altre tre esposizioni ospitate a Cagliari presso lo Spazio Temporary Storing della Fondazione Bartoli Felter e la Galleria La Bacheca e l’ultima mostra all’Exmà di Cagliari, tra novembre e dicembre 2013, in cui gli allievi delle due scuole hanno esposto insieme i propri lavori. Questa esperienza si inserisce all’interno del progetto “New Frontiers”, a cura di Wanda Nazzari, che, con un più ampio respiro, ha previsto una mostra collettiva dedicata all’importante ricerca della fotografia contemporanea in Sardegna, a cui si affianca una sezione composta dai progetti didattici suddetti. Le tematiche presenti in quest’ultima parte sono il frutto dell’impostazione metodologica della Man Ray Photo School, curata dal direttore, fotografo e regista, Stefano Grassi, che in diciannove anni di attività, ha strutturato un approccio di tipo dialettico e interdisciplinare, mirato alla formazione degli allievi nella consapevolezza di un’evoluzione professionale e individuale, con l’accrescimento delle proprie potenzialità comunicative, critiche e relazionali. Il ritratto, genere fotografico nato dal rapporto diretto con l’arte figurativa, è il soggetto dei lavori di Katja Wassermeyer e Sandrine Appel, Ivana Barrili e Veronica Frau, le quattro allieve che hanno usufruito della residenza didattica avviata a Berlino, e di Andrea Arduini, Martina Nioi, Emma Boi, Mayuli Martinez e Roberta Masala. Osservando i lavori degli allievi si scorgono diverse visioni della vita, espresse tramite il soggetto, in un percorso che svela le attitudini personali di ognuno nell’affrontare la dicotomia tra il concetto e la sua esteriorizzazione.

Katja Wassermeyer e Sandrine Appel, allieve selezionate dalla Photoacademy di Berlino, presentano dei ritratti penetranti per composizione e dinamica espressiva. Nei lavori della prima, fotografie a colori, in cui l’accordo tonale è protagonista quanto la forma anatomica del soggetto femminile, si respira l’aria patinata della copertina, nella minima descrizione del dettaglio, che legato in una trama di rimando visivo, costruisce la storia dell’immagine. Nei lavori in bianco e nero di Sandrine Appel, l’introspezione del soggetto si fa sottile e concettuale, nell’unione di elementi esterni alla figura, come la terra, l’acqua, o il metallo di accessori che arricchiscono mani e incorniciano visi, a narrare, insieme, la storia di un momento reso eterno, in quell’espressione che si presenta come la dichiarazione di uno stato emotivo.

 

Photo di Katja Wassermeyer

PhotoAcademy Berlino

Photo di Katja Wassermeyer

PhotoAcademy Berlino

photo di Sandrine Appel

PhotoAcademy Berlino

photo di Sandrine Appel

PhotoAcademy Berlino

Ivana Barrili si ispira al lavoro di Man Ray, con la sua “Scacchiera Surrealista”. L’installazione di grandi dimensioni ripercorre le potenzialità mimiche e ironiche dei colleghi, prestatisi come interpreti in diverse pose, ciascuno ripreso in due versioni di se stesso o dell’altro da sé, con un forte richiamo alla trasfigurazione della persona in personaggio. Anonymous Heart di Veronica Frau ritrae una modella segnata dalle tracce preparatorie di un intervento di chirurgia estetica, all’inseguimento di una bellezza omologata dalle regole del fashion business. Questa “Modern Cleopatra” non avrà mai il fascino dell’icona egizia, ricordata oltre i millenni per il suo autentico splendore, ma solamente una personalità destinata a essere continuamente negata. La “silhouette”, immagine dai netti contorni, ma indefinita all’interno, percepibile nella sua oscura solidità, è resa con estremo senso del movimento nel lavoro di Andrea Arduini. Il moto dinamico dei corpi nello spazio animato della città, è espresso sensibilmente, tanto da personalizzare quello stesso luogo, caratterizzandolo con l’andatura propria di ciascun soggetto. Emma Boi lavora su se stessa, l’immagine del suo autoritratto è sdoppiata in due “riflessi”. Lo specchio e la fotografia producono la terza dimensione dell’io, nella duplicità del moto interiore espresso con la mimica di un volto emaciato, ombreggiato dall’alone nero del terrore. È la paura di vedere se stessi, non volendone riconoscere l’immagine. Nelle immagini di Martina Nioi, l’indagine di quella tipica ansietà contemporanea, si esprime in una sensazione di paura e impotenza diffusa, generata da una società avvilente, che non lascia spazio a cedimenti di nessun genere: dietro le sbarre, dentro la gabbia, ognuno di noi si è sentito, almeno una volta, intrappolato. Roberta Masala fa un salto a ritroso nell’atmosfera degli anni Settanta. La moda è l’aspetto della cultura di massa che maggiormente invade la società, ma qui non v’è traccia della maestosità dell’icona femminile, piuttosto un gusto vintage e retrò, che trasogna le trasparenze dell’aria in un ricordo. Il colore vivace si espande e contagia il circostante nei “portraits” di Mayuli Martinez. Il volto femminile è simbolo di luoghi in cui la cultura indigena si legge nella personalità del soggetto. Il suo stile è tipico di una fotografia che carpisce l’occhio e non lo lascia andare, portando l’osservatore a contatto con la straripante vita del soggetto. Il genere astratto di Giulia Bazzu, nel suo leggero e capriccioso “Ectoplasma”, astrae la forma della materia dalla sua costituzione ordinaria nel campo del visivo, per portare sulla superficie flussi nascosti d’energia mossi da una spirale composta d’intense venature, percorsa da inusitate sinapsi, pronte a legarsi ad altri fili di connessione in una perenne forza motrice. L’architettura è il genere proposto da Roberto Melis, attratto da forme labirintiche che chiudono spazi in serrata e suggestiva geometria. Il perfetto equilibrio di chiaroscuro porta la luce a essere spazio percorso dall’occhio, in una fuga aperta, sia essa veloce successione di tagli luminosi oppure apertura incandescente che sfonda la quinta del fondo, fino a trasformare l’ambiente in percezione astratta. Il paesaggio è il soggetto delle fotografie di Omar Meloni e Antonello Casu. Meloni, vincitore del Nikon Talent Italia 2013 nella categoria paesaggio e architettura presenta una visione urbana, con degli scorci della Cagliari contemporanea, mentre Casu predilige il soggetto periferico, dove il paesaggio si apre in chiave classica disvelando il mistero intatto della Sardegna, in un perfetto connubio tra terra e cielo. I cieli, in queste immagini di paesaggio, non sono solo sfondi ma accompagnatori imperiosi delle ore che non possono più scorrere, quasi a farsi inquadrare, perché lì si sono fermate. Il divenire quotidiano delle condivisioni sociali è quel genere di fotografia detta “street photography”, proposta in mostra da Sergio Miceli. Non v’è luogo migliore della confusionaria via cittadina per dare senso alla similarità dei comportamenti umani, indipendentemente dagli scenari scelti: Napoli, Londra o Cagliari, come espresso da Miceli nelle sue immagini, in cui il soggetto è rappresentato in tutta l’inconsapevolezza d’essere tale, rendendo così l’emozione dell’attimo che fugge. La “street photography” ha avuto il merito di utilizzare la fotografia diretta come prisma di una società in continuo mutamento, all’interno di uno scenario, la strada, dalle dinamiche apparentemente simili, ma in realtà eterogenee e multiformi.

Il rapporto tra fotografia e cinema è motivo d’ispirazione per i set collettivi realizzati nel corso dell’anno scolastico dagli studenti della Man Ray, che della tecnica cinematografica utilizza la metodologia operativa, in cui l’impegno di gruppo è una delle caratteristiche più importanti. Gli allievi operano a tutte le fasi di realizzazione dell’opera: styling, direzione della fotografia, produzione, backstage, scenografia, make-up. Particolare attenzione è data alla parte registica, curata dal direttore Stefano Grassi. Tale impostazione permette di creare immagini in sequenza di tipo narrativo, in cui la storia si dispiega diventando fluida, mettendo a fuoco scene di forte impatto comunicativo, come nel progetto realizzato nel 2012/2013, tratto dal film noir “Touch of Evil” di Orson Welles (1958). Nelle fotografie in mostra, scattate in esterna notturna e in studio, il principio oppositivo della luce è parte fondamentale del racconto e caratteristica delle stesse scene nella pellicola. Gli allievi, che hanno personificato gli attori principali del film, da Welles alla Dietrich, sono entrati nel vivo dell’interpretazione, mettendosi alla prova non solo come fotografi, ma anche come protagonisti degli stessi “fotogrammi”. Il fotografo rivela la vita, la documenta, la indaga, la manipola, la trasforma, la progetta, la inquadra e la taglia, la rende eterna, ferma la memoria in un’immagine e la offre al mondo, ha la dote di portare alla luce parti di essa che altrimenti sarebbero state per sempre sconosciute. Questo è il mistero dell’arte fotografica: dall’inquadratura all’immagine, in un viaggio temporale che trasforma la visione immanente in qualità trascendente.

2014 

Metti un Nido in Cittadella

Ecco il racconto di quella grande e straordinaria avventura Metti un nido in Cittadella, progettata tra il 2012 e il 2013, realizzata tra il 2014 e il 2015. Anno 2012. È una splendida giornata di fine ottobre. A Cagliari in questo periodo il tempo è meraviglioso, sento ancora il sole sulla fronte mentre percorro i giardini della Cittadella dei Musei, fino alla Pinacoteca Nazionale: l’aria profuma di verde e di silenzio, sono sola e serena, e fra poco incontrerò Marcella Serreli, alla quale chiederò lo spazio della Pinacoteca, per una mia mostra personale, rimasta sospesa a causa dell’improvviso mancato impegno di una gallerista, che dopo avermela richiesta con insistenza per tanto tempo, improvvisamente, la rimanda ad altra data, senza consultarmi. Se lo spazio era così urgente, sarebbe stato corretto parlarmene, l’avrei ceduto volentieri. Naturalmente rapporti chiusi. 

Il sole mi accarezza, godo il profumo dell’aria e quando arrivo sono felice. Grande abbraccio con Marcella, amica preziosa che sa ascoltare, alla quale racconto la mia disavventura e le chiedo se è possibile avere lo spazio della Pinacoteca per esporre la “famosa”… mostra. La sua risposta è del tutto inaspettata. Mi invita a chiedere non un solo spazio ma “tutti gli spazi museali della Cittadella”. Alla mia sorpresa iniziale e alla mia obiezione: – È un pensiero troppo ambizioso, – Tu puoi farlo Wanda! – Mi risponde – Preparati un progetto e presentalo – Sorrido… Per qualche giorno non ci penso, ma di notte, quel “Tu puoi” mi torna in mente, e comincio seriamente a rifletterci. Naturalmente la piccola mostra non basta più, devo studiare un progetto del tutto nuovo.

Impiego più di un mese per preparare una bozza, corredata di location e di eventuali inserimenti di opere e vado a parlarne con Marisa Frongia. La Frongia, accoglie benevolmente il mio progetto, e, pur rendendosi conto della complessità, non si meraviglia più di tanto, conoscendomi, anzi mi incoraggia e mi dice che il progetto è bello e che avrei avuto la collaborazione della Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea. Esco dal suo studio molto felice e il giorno dopo porto una copia del progetto a Marcella Serreli: (l’ideatrice!), che lo accoglie con entusiasmo, e da quel momento, il lavoro diviene incessante. 

Dopo il colloquio con la Frongia, ne parlo con Rita Pamela Ladogana e Simona Campus alle quali propongo la curatela della mostra, che accettano con piacere.

In seguito la Campus si ritira dall’operazione. Tutto il lavoro finisce in mano a Pamela Ladogana che se ne fa carico. Questa giovane e brillante storica, dimostra un grande interesse per un’esperienza così complessa e desueta, anche se, vive tutta l’operazione sempre in corsa contro il tempo dati i suoi innumerevoli impegni. Ci viene in aiuto Alessandra Menesini alla quale affido la direzione degli allestimenti. Compito molto importante che accetta con entusiasmo. Con Alessandra mi sento al sicuro, e infatti non si smentisce: è rigorosa e ineccepibile.

È bello lavorare insieme come ai tempi degli allestimenti al Man Ray. Ogni angolo di ogni singolo museo viene scandagliato e studiato. Passo intere mattinate a tracciare bozze di allestimenti e a studiare quali opere, della mia produzione, inserire in relazione al contesto museale. Perché qui, si tratta di dialogare con la storia. Decido che non sarei assolutamente stata invasiva e che avrei portato soltanto qualche piccolo frammento di alcuni momenti importanti: giusto la presenza per onorare il luogo che mi ospita. Il primo pensiero durante le mie passeggiate di sopralluogo, è quello del viaggio. In realtà, si tratta di fare un viaggio da un museo all’altro. Devo decidere che cosa far viaggiare del numeroso materiale prodotto, e, facendo luce su questa considerazione, mi rendo conto che in buona parte delle mie opere emerge la parola scritta che parla di momenti unici, reali e irripetibili, all’interno della quale avviene sempre un processo catartico: parola come necessità, voluta e reiterata. Decido che il mio “viaggio” all’interno della Cittadella sarebbe stato all’insegna della parola. Naturalmente non sarei stata da sola.

Scrivo appositamente un breve testo sulla “parola” che l’attore Andrea Meloni avrebbe letto nella Sala Mostre Temporanee, dove sarebbe iniziato il viaggio col pubblico. Come tutti gli altri, anche questo progetto Man Ray sarebbe stato multimediale. Diversi artisti, musicisti, attori e ballerini avrebbero accompagnato il viaggio con le loro performances che dovevano trarre ispirazione dalle mie opere. 

Scrivo e seleziono testi da far leggere agli attori e ai coreografi e lavoro rifacendomi al mio già sperimentato progetto Imperfetto Futuro. Varie sono le riunioni per definire i termini del lavoro in progress, con un regolamento che indica alcuni punti inderogabili e obbligati, soprattutto per quanto riguarda la danza. 

Decido di affidare la direzione delle arti performative a Marco Nateri costumista e regista, e il coordinamento degli artisti partecipanti ad Andrea Meloni, attore e regista, personaggio speciale e carismatico di cui da tempo avevo apprezzato le doti artistiche e comunicative, e che aveva già collaborato con il Centro. Marco e Andrea hanno un compito molto impegnativo, dato il numero dei partecipanti coinvolti (circa 200) ma superando tutte le difficoltà riescono perfettamente nell’intento, prodigandosi in più di un’occasione, per risolvere situazioni particolari e impreviste che ci costringono spesso a tempi dilatati.

Due gli interventi installativi site specific. Per la Sala Mostre Temporanee, Passages, dal quale prende il nome tutta la mostra: tre grandi porte bianche aperte, percorse da una fitta scrittura, dove ho inciso, reiterandolo, il mio testo sulla parola.

Il secondo intervento consiste in un’installazione site specific di duecento “nidi”, dal titolo Approdi, depositati sulle antiche mura spagnole del Museo Etnografico.

Grande la pulsione reale ed emotiva in questo intervento. Quel muro che mi ha colpito al mio primo affacciarmi, e per il quale ho lavorato tanto, mi accoglie silenzioso, rinnovato con il suo carico. La mia amica Alessandra è felice, lei che mi ha incoraggiato, mesi prima, a intraprendere l’impresa: “certo, sarebbe bello che tu intervenissi”, mi dice, quando affacciate sul muro, lo guardiamo dall’alto incantate. Ci lavoro per mesi in studio, e devo ringraziare il già direttore del museo, il dottor Paolo Piquereddu, per avermi consentito di allestire con agio e serenità e con il sostegno di tutto il personale del museo.

Hanno collaborato all’allestimento Alessandra Menesini, Pamela Sau e Marzia Pilo, tenute sul filo del rasoio fino all’ultimo momento per il timore che le opere non siano sufficienti a ricoprire il muro. Calcoli esatti: duecento! Lavoro finito. Non potrò mai dimenticare lo sguardo di gioia di Alessandra mentre dice “è bello”. I coreografi Assunta Pittaluga, Theo Piu, e le attrici Francesca Falchi e Ilaria Alice Tore hanno realizzato le loro performances sull’installazione Approdi creando momenti suggestivi di grande emozione partecipativa.

In questo lungo e difficile lavoro, grande è stata l’adesione gioiosa ed emotiva di Antonia Giulia Maxia, componente dei servizi educativi della Pinacoteca Nazionale, che collabora con Marcella Serreli.

Nell’ambito dell’evento, sono state realizzate le seguenti attività: Et in Arcadia ego, mostra collettiva, a cura di Efisio Carbone.

Artisti: Silvia Argiolas, Alessandro Biggio, Antonello Casu, Simone Dulcis, Ilaria Gorgoni, Carla Mura, Marcello Nocera, Raffaele Quida, Giuliano Sale. Presso lo Spazio San Pancrazio.

Performance di arti visive, musica, teatro, danza, realizzate in date differenti nell’arco di quattro mesi, all’interno di tutti gli spazi della Cittadella dei Musei, fuorché il Museo Siamese Cardu che non viene concesso.

Percorsi e contaminazioni del Contemporaneo, seminario didattico per studenti delle Università, a cura di Mariolina Cosseddu, in collaborazione con la cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università degli Studi di Cagliari. Aula Coroneo dell’Università degli Studi di Cagliari.

Laboratori didattici per bambini della Scuola Primaria, a cura di Ivana Salis. Con la partecipazione degli allievi della Scuola Primaria dell’Istituto Comprensivo Santa Caterina e della Scuola Primaria dell’Istituto Comprensivo Su Planu (San Pancrazio). Mostra didattica Il Nido è…, a cura di Ivana Salis. Alunni della II A della Scuola Primaria dell’Istituto Comprensivo Santa Caterina e gli alunni della IV D della Scuola Primaria dell’Istituto Comprensivo Su Planu. Spazio San Pancrazio.

I linguaggi dell’Arte Contemporanea di Wanda Nazzari tra parole ed esperienze tattili, laboratorio per i non vedenti, a cura di Marcella Serreli, Antonia Giulia Maxia, Wanda Nazzari. Con la partecipazione di Univoc Onlus – Sezione di Cagliari. Spazio San Pancrazio. Proiezione video: Wanda Nazzari Tracce. Video di Stefano Grassi. Spazio San Pancrazio.

A Maria Luisa Frongia si deve il saggio L’arte contemporanea in un dialogo vivo e aperto con moderne architetture e antiche raccolte museali: […] “Metti un Nido in Cittadella”, complessa e multiforme operazione artistica, è pienamente riuscita nell’intento che costituiva fondamento e fulcro della forma ideativa della Nazzari, quello di coinvolgere la collettività in una migliore conoscenza, quasi in una riconquista, di uno spazio ricco e suggestivo dal punto di vista naturalistico, ma ancora più esaltante per le collezioni straordinarie che accoglie nel chiuso dei suoi edifici bassi, costruzioni integrate con la scenografia naturale della vegetazione con la quale si dissimulano, in uno speciale gioco mimetico che solo un grande architetto poteva concepire.

Forse Wanda Nazzari non si rendeva completamente conto di dare corpo, in tal modo, al pensiero che aveva ispirato il progetto del professor Piero Gazzola nella realizzazione a Cagliari della Cittadella Museale della Sardegna, avendo a fianco, dalla seconda metà degli anni Cinquanta, in una collaborazione ventennale, l’architetto Libero Cecchini. Dopo la conclusione dei lavori, nel 1977, il professore scriveva: «Il museo dovrebbe diventare la piazza pubblica, l’agorà, il luogo privilegiato per la nascita di nuove forme di cultura, di nuove relazioni sociali», secondo la sua visione aperta, mai improntata a un formalismo egocentrico o magniloquente. Solo una personalità poliedrica di grande intellettuale come la sua, che univa le qualità tecniche indiscusse di straordinario architetto museografo e di studioso internazionale di restauro dei monumenti, a quelle del filologo, dello storico dell’arte, dell’ingegnere civile, poteva dare energia vitale a così lucide interpretazioni. 

In esse entravano con acuta lungimiranza anche esperienze come questa legate all’Arte Contemporanea, perché fosse permesso a «chi raggiunge il centro urbano… di trovare nella cittadella museale momenti di distensione in manifestazioni culturali di diverso genere», capaci di suscitare «attrazione e interesse tanto nello specialista che nell’uomo della strada».

E da ottobre del 2014 fino a gennaio del nuovo anno, per merito della Nazzari, la Cittadella dei Musei ha recuperato la sua vocazione a luogo di confronto dialetticamente costruttivo, in una performance multidisciplinare di un avvenimento espositivo con diverse locazioni, collegate tra loro anche da interventi di danza, musica e recitazione: in tal modo si è dimostrato spazio deputato alla valorizzazione di avvenimenti culturali contemporanei, sempre che alla base di essi ci siano le capacità di trovarne la rappresentazione appropriata, come sosteneva Gazzola. E Wanda Nazzari possiede queste capacità, amplificate e supportate da esperienza intellettuale e intelligenza creativa, tanto da avere avuto l’abile perizia di rimettere in luce anche il centro di gravità delle collezioni ivi custodite e degli ambienti che le contengono.

La Galleria di mostre temporanee, come chiamava Cecchini lo spazio su diversi livelli espositivi, posto sulla destra dopo l’ingresso e illuminato da lucernari circolari e cilindrici, rispondeva a quell’esigenza di attenzione e di attesa, ricercata dagli architetti e perseguita dall’artista con le sue bianche porte, simbolici Passages, che il visitatore incontrava alla sommità di tre gradini, con l’invito sotteso ad attraversarle. Oltrepassandole, oltre a percepirne l’atmosfera ricca di metaforici significati, analizzati con sensibile acribia da Rita Ladogana, il visitatore poteva accostarsi alla cisterna romana protetta dalla sua moderna struttura circolare in cemento armato. Era sufficiente volgere indietro gli occhi per capire quanta armonia unisse il nuovo all’antico, in una simbiosi artistica straordinaria, alla quale si poteva accedere anche attraverso l’imprevisto Passage prodotto da un rapido sguardo. E, intanto, le scale e le passerelle aeree, concepite architettonicamente perché le opere potessero «essere godute da vari punti di vista, da varie distanze e con prospettive diverse», invitavano a nuovi Passages, guidando il visitatore verso il piano superiore: qui erano esposti i primi “nidi”, nuclei simbolici di vita e, perché no, di speranza, parte integrante del titolo dell’operazione.

Altri e numerosi nidi erano “approdati” nella grande mura spagnola del Museo Etnografico, e la balconata, costruita sopra i contrafforti delle mura sabaude, creava un punto di vista privilegiato per ammirare il loro moltiplicarsi e trasformarsi in generosi attracchi forieri di vita; alcuni si celavano tra le pagine di libri custoditi in bacheche, in una inedita e suggestiva convivenza con manufatti della tradizione dell’artigianato sardo, esposti nello spazio articolato su diversi livelli, tra quinte scenografiche di antiche murature.

Seguendo un percorso soggettivo, si saliva verso la Pinacoteca e, dal giardino principale, si era accolti nell’area dell’ingresso, tra il primo e il secondo guscio dei cinque, in cemento armato a vista, che ne coprono l’ampia cubatura scandita in settori diversi per ampiezza e altezza. L’invito era quello di sostare in una sorta di meditazione-preghiera suscitata da bianchi inginocchiatoi e pagine di libri evocanti sacre scritture, opere che Wanda Nazzari poneva, in un emozionante allestimento, ad apertura dello spazio museale, dove trovano collocazione antichi Retabli. 

Ancora un nuovo stimolo coinvolgente per guardare con rinnovata attenzione le opere quattro-cinquecentesche e ritrovare, persino, l’aura sacra e il raccoglimento della chiesa di San Francesco di Stampace, dalla quale buona parte di esse provenivano. 

Come in un sortilegio, questo antico luogo di culto sembrava rinascere dalle macerie della sua demolizione ottocentesca, dandoci la possibilità di ripercorrere la sua navata. Altro risultato insperato raggiunto da un’operazione artistica contemporanea che si era prefissa l’intento di dialogare col passato e di indurci a confrontarci con esso, in una continua sollecitazione a ulteriori approfondimenti.

In un cammino a ritroso, anche cronologico, si entrava nel complesso, ampio e articolato su più piani, del Museo Archeologico, dove l’artista esponeva, in bacheche o in muri a vista, opere lignee vergate da segni, evocatori di antiche scritture, titolate Origine: quasi un omaggio ai reperti di antiche civiltà, che hanno dato forma alle nostre origini, coi quali entravano in un rapporto di relazione. Una compresenza che attraeva e stimolava, ancora una volta, a nuove letture e a interpretazioni critiche tra passato e presente.

Ma lasciamo alle pagine che seguono, scritte con grande acutezza filologica e storica da Rita Ladogana, la competenza di approfondire la logica di questo percorso e di tutta la creazione artistica e culturale dell’evento elaborato e realizzato da Wanda Nazzari.

Vorrei, però, concludere ribadendo che l’artista ha saputo assecondare quella visione dinamica di museo alla quale si era ispirata la concezione architettonica, regolata dal ritmo degli elementi strutturali facenti parte di un insieme rispondente a un’esistenza di unità funzionale: la diversa dislocazione delle sue opere e l’interazione delle installazioni in una configurazione composita e, al tempo stesso, armonica e organica, ne sono l’esempio più eclatante. A trentacinque anni di distanza da quel 24 settembre del 1979, quando si inaugurava, per merito di Giovanni Lilliu, il padiglione universitario sede dell’Istituto di Antichità, Archeologia e Arte della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo cagliaritano, oggi, un’iniziativa audace di un’artista poliedrica e dotata di non comune talento come Wanda Nazzari, ha dato forma al sogno di Piero Gazzola, con un programma vivo e vitale. “Metti un Nido in Cittadella” ha, infatti, riaperto il dialogo, allora avviato, tra comunità accademica, museale e urbana, nucleo portante del progetto ideato da due grandi architetti.”

Dallo scritto in catalogo di Rita Pamela Ladogana dal titolo: Passages: “Il Nido rappresenta nella ricchezza e nella multiformità della ricerca artistica di Wanda Nazzari elemento fondativo e riferimento costante del personale orizzonte creativo; è concetto astratto, carico di simbologia, che si incarna nella forma materica trasferendo il suo valore di verità universale. L’artista sperimenta e si confronta continuamente con la pregnanza del tema, costruendo innovative evoluzioni ed evocativi ritorni. […] Nei percorsi intrecciati di un lungo itinerario, costruito da oltre vent’anni, il nido è vocabolo unificante del lessico pittorico e scultoreo di Wanda Nazzari, che in esso ha voluto opportunamente individuare il sottile filo rosso dei molteplici momenti connessi all’evento espositivo e performativo orchestrato dalla sua abile regia. “Metti un nido in Cittadella” è narrazione corale, sapientemente articolata, che si genera e si definisce nelle relazioni tra arte visiva, poesia, danza e musica, per raggiungere i territori più diversi dello spettro emozionale. Un attraversamento tra differenti linguaggi estetici che muove dalle tracce prescelte dell’universo creativo dell’artista per giungere alla formulazione inedita e originale di un’operazione complessa, suggestivamente ispirata al modello della rappresentazione sinestetica, di memoria wagneriana, incentrata sull’ideale incontro e corrispondenza tra le arti. Wanda Nazzari, attiva promotrice di cultura artistica, concepisce momenti di contemplazione e azione, in cui si combinano la dimensione dell’istantaneità propria dell’opera d’arte con l’estensione temporale connaturata alla rappresentazione. I luoghi prescelti a fare da quinta alla scena sono scrigni preziosi, depositari di storia e di memoria; sono importanti realtà museali del capoluogo cagliaritano deputate per intima vocazione ad aprirsi alla collettività, propensa a ritrovare in esse l’espressione, tra le più alte, della propria identità culturale. Nella complessa trama di itinerari tracciati dall’eterogeneità delle collezioni che abitano il Museo Archeologico, la Pinacoteca Nazionale e il Museo Etnografico Regionale, ubicati negli spazi della Cittadella dei Musei, Wanda Nazzari inventa percorsi inesplorati e stabilisce inedite relazioni. […] 

L’arte contemporanea convive così con i linguaggi, le storie e i racconti di epoche differenti in un rapporto reciproco in tensione verso nuove creazioni di senso; si innesta nel preesistente attraverso un’ossequiosa e vivificante coesistenza, valendosi del merito di saper creare inattese atmosfere e stimolare letture ancora ignote. […]“

Dal contributo in catalogo di Marcella Serreli dal titolo: Creatività e didattica nel contemporaneo. L’arte di Wanda Nazzari: “La Cittadella dei Musei di Cagliari, costruita sulle fondamenta dell’Arsenale della città, si propone come luogo che, nei propri contenuti, dispone e offre al visitatore le memorie dell’Isola nelle sue peculiarità e originalità. […] Far parte di questo contesto significa proseguire il discorso della storia con il compito obbligato, anche nel tempo presente, di creare, comunicare e partecipare coinvolgendo totalmente la società. La produzione artistica contemporanea entra nelle sedi istituzionali della Cittadella con la manifestazione Metti un Nido in Cittadella, progetto di Wanda Nazzari, che si pone in dialogo con le vestigia, inserendosi sul filo progressivo e ininterrotto del tempo.

Il lavoro con Wanda Nazzari è molteplice, tante sono le attenzioni che impegnano contemporaneamente il suo cantiere. La fusione delle arti nella loro totalità è sostenuta da una regia precisa, guidata da una esperienza introspettiva e pratica di metodo personale, cresciuta nel tempo tra progetto e azione, proiezione e creatività, emanazione e concretezza. […] 

L’evento Metti un nido in Cittadella è durato circa quattro mesi ma gli allestimenti di alcune opere hanno sostato per un anno. L’ultimo disallestimento, che riguardava l’opera site specific Approdi è stato realizzato a un anno esatto dal suo allestimento. Molto difficile per me quantificare il numero delle persone che hanno visto questo evento: di sicuro alcune migliaia. La presenza dei Giganti di Monte Prama al Museo Archeologico e le varie giornate performative e di studio, da noi programmate, nei mesi a seguire, durante la permanenza della mostra, hanno suscitato una grande attenzione e una sempre maggiore affluenza di pubblico. Bellissima l’esperienza a contatto con i visitatori occasionali, sorpresi di incontrare opere di Arte Contemporanea e antichi reperti che convivevano in un dialogo al di là del tempo.

Esperienza molto faticosa ed emotiva in tutti i sensi, corse in lungo e in largo per andare da un museo all’altro, nelle giornate dedicate alle visite guidate, dalle quali uscivo esausta ma felice; giornate che mi hanno regalato incontri bellissimi che si sono tramutati in amicizie.

Indimenticabile il dialogo costruttivo con i non vedenti che attraverso la lettura tattile, hanno interpretato il mio lavoro, e il rapporto con i bambini delle scuole primarie che hanno capito benissimo il concetto di “nido” sorprendendoci con domande incredibilmente intelligenti quando si sono relazionati con le mie opere: muti di fronte ai “nidi embrione”, in sommesso bisbiglio, con gli occhi pieni di gioia, sul muro dei “duecento”, estasiati, con mille richieste, davanti alle porte scritte che non riuscivano a leggere. Impeccabili, serie, stimolanti le lezioni sul tema Il nido è…, fatte con gioia costruttiva da Ivana Salis.

Ma il momento più gratificante è stato l’incontro con i giovani artisti della mostra Et in arcadia ego a cura di Efisio Carbone. Artisti nati all’interno del Centro Man Ray, per i quali avevo tanto lavorato negli anni della loro formazione e che ora venivano a rendermi omaggio con la loro presenza, riuniti in un incontro nel quale mostravano gli ultimi esiti dell’attuale percorso. Chiamati da Efisio, anche lui, giovane storico che ha iniziato a frequentare il Man Ray appena laureato e che nel nostro Centro ha proseguito la sua formazione “sul campo”, fino a godere della mia fiducia e a curare eventi molto importanti.  

Alcuni profili di artisti che hanno collaborato all’evento:

Assunta Pittaluga

Dopo una lunga carriera di ballerina in prestigiosi teatri, diventa maestra di danza dal 1973. Grande personalità e grande presenza scenica, buona cultura umanistica e capacità di raccontare e di relazionarsi. Straordinarie doti di attrice e di performer esercitate a lungo nella sua vasta carriera, rese maggiormente evidenti nella sua interpretazione nel film: “Il rosa nudo”, opera pluripremiata, scritta e diretta da Giovanni Coda. E recentemente, la “menzione” per la miglior prova attoriale nel film, sempre di Giovanni coda, “Bullied to death”.

Francesca Falchi

Attrice, scrittrice e drammaturga. Intelligenza, coraggio e anarchia sono i segni distintivi di Francesca, autrice di pièce teatrali di notevole impegno sociale, vincitrice di premi importanti e autrice di se stessa, ogni giorno volutamente diversa, camaleontica, bella in tutte le sue versioni. Incontrare Francesca è comunque, sempre, partecipare a un momento di teatro unico e irripetibile, perché Francesca vive in progress, anche quando interpreta se stessa e qualsiasi luogo può essere ribalta, palcoscenico della vita che ingloba anime da leggere e interpretare. A seconda dei giorni può essere “gatta” dal passo felpato, dolcissima, o feroce accusatrice di diritti negati, emotiva, vera e leale “sempre”.

Ilaria Alice Tore

Nata a Cagliari nel 1987, studi classici, diploma Accademia Artisti di Roma, Diploma Eutheca European Union Academy of Theatre e Cinema Roma, vari stage di formazione. Prende parte a vari cortometraggi e numerose pièce teatrali, alcune delle quali scritte e interpretate dalla stessa artista. Bella, grande classe e grande presenza che le deriva da una seria formazione e da una educazione familiare colta e sensibile.

Marco Argiolas

Timido e riservato, come buona parte dei musicisti, nostro prezioso amico, vanta un grande trascorso artistico. Diplomato presso il conservatorio di musica Pierluigi da Palestrina Cagliari (clarinetto) e presso il conservatorio GB Martini di Bologna (sassofono). Collabora con musicisti di fama internazionale, quali Paolo Fresu, Billy Sechi e Pat Matheney, ha partecipato a numerosi e importanti festival e rassegne jazz, in Italia e all’estero. Dal 1995 collabora con il Centro Man Ray in occasione di eventi multimediali quali Stanze, Imperfetto Futuro, Metti un nido in Cittadella. Svolge attività di insegnante di clarinetto presso la scuola pubblica e collabora come sassofonista presso il Teatro Fondazione di Cagliari.

Gabriele Vaccargiu

Eclettico danzatore, coreografo e insegnante di danza moderna a Reggio Emilia. Diploma di maturità d’arte applicata, attestato di qualifica con borsa di studio a Milano al MAS e, successivamente, all’Accademia Danza (DANCEHAUS) di Susanna Beltrami. Ha lavorato come mimo, danzatore e figurante in produzioni operistiche e teatrali a Milano, Bologna, Parma, Cagliari. Ha realizzato a Bologna diversi spettacoli con protagonisti ragazzi diversamente abili. Ha preso parte ad eventi performativi multimediali, presso musei e altri spazi pubblici, in qualità di danzatore e coreografo, tra i quali Imperfetto Futuro nel 2009 e Metti un nido in Cittadella.

Theo Piu 

Maestro di danza e coreografo, serio, rigoroso, appassionato. È danzatore contemporaneo, moderno, contemporary lirycal ed hip-hop. Formazione presso: Accademia Nazionale di Roma, I.A.L.S, Maison de la dance, A.I.D, Labam Contemporary Academy, The Place, Pineaple dance school (Londra). Studi musicali presso il conservatorio Pier Luigi Da Palestrina di Cagliari. Ha lavorato al Teatro dell’Opera di Roma e il Teatro Lirico di Cagliari. Da dieci anni è maestro di danza in varie scuole d’Italia e all’estero. Pregevoli le sue coreografie per il teatro, cinema ed eventi performativi multimediali, presso spazi pubblici e privati. Fa parte del gruppo di studio artistico SardaDanceStudio T.P., con il quale ha prodotto vari spettacoli per il teatro. Collabora con il Centro Man Ray dal 2009.

Michela Mua

Danzatrice e coreografa molto attenta ai processi dell’arte contemporanea con la quale si confronta, intessendo complessi dialoghi di grande poesia. Indimenticabile l’intervento performativo sulla parola al Museo Archeologico di Cagliari, in collaborazione con l’attore Stefano Raccis in occasione di Metti un nido in Cittadella. Ha studiato danza classica con Rossella Castello e Assunta Pittaluga. Si è perfezionata, con il maestro Gianni Rosaci (Teatro Opera di Roma), e in contemporanea con Arturo Cannistrà, Michele Merola e Max Campagnani. Dal 2003 è fondatrice del Centro studi danzArte di Uta, dove insegna danza classica e contemporanea. Ha danzato al Lirico di Cagliari, ne “La Bella addormentata del bosco” con la compagnia Kirov di San Pietroburgo. Nel 2005 nello spettacolo “Marie e Degas” di Stefano Raccis e Donatella Concas, coreografie di Luigia Frattaroli. Nel 2005, diventa membro del DMA come insegnante di danza classica e jazz. Dal 2006 numerose sono le collaborazioni in vari spettacoli di teatro danza.

Luigia Frattaroli

Diplomata alla Scala di Milano come ballerina professionista, lavora in ruoli di solista al Teatro dell’Opera di Roma (dir. Vladimir Vassiliev), la Scala di Milano (dir. Elisabetta Terabust), l’Arena di Verona (dir. Carla Fracci) e nel teatro Bhuen Graz Opernhaus (dir. Linda Papworth). Tornata a Cagliari, insegna danza classica e tiene stages, in tutta la Sardegna. Collabora con il Teatro Lirico di Cagliari: assistente coreografa del balletto ”La Bella Addormentata” del Kirov di San Pietroburgo; ideatrice e coreografa di “Marie, la piccola ballerina di Degas”, nei movimenti coreografici dei bambini nell’opera “La leggenda della città invisibile di Kitez” in coproduzione con il Teatro Bol’šoj di Mosca; coreografa nell’opera “Falstaf”, regia di Daniele Abbado; coreografa nell’ Opera “Eugene Onegin” regia Patrice Caurier e Moshe Ler; coreografa nell’Opera “La Traviata” con la regia di Karl-Ernst e Ursel Herrmann. Ha lavorato alle coreografie di vari clip musicali per MTV (Sikitikis) e per la Sony (MADH). Collabora con il Centro Man Ray dal 2005 e partecipa a diverse edizioni di Stanze e Imperfetto futuro all’interno del quale, nel 2012 vince il premio per la danza. Collabora con Antonio Tagliarini e Daria Deflorian per Autunno Danza. Vince come miglior esecuzione, il primo premio al concorso della Sodanca 2013. Attualmente dirige Casadelladanza, Cagliari.

Laboratorio 2015 XX edizione

Nel mese di settembre-ottobre 2015, si è tenuta la XX edizione della mostra didattica Man Ray Photo School, presso lo Spazio Temporary Storing della Fondazione Bartoli/Felter a cura di Stefano Grassi e Ivana Salis che scrive: Un anno di lavoro per imparare a guardare fuori e dentro sé stessi. Un tempo per ascoltare e uno per agire, per riprendere con l’obiettivo ciò che ci sta a cuore, punge la coscienza, l’anima e non lascia indifferenti. 

Il lavoro di gruppo, ogni anno ispirato a una grande storia del cinema, è stato tratto dal cortometraggio surrealista Meshes of the Afternoon di Maya Deren, girato nel 1943. Gli allievi, diretti dalla regia di Stefano Grassi, lavorano in équipe alla realizzazione dei fotogrammi, alle riprese, al make up, e contemporaneamente sono attori.

Nel lavoro cult dell’artista statunitense di origine ucraina, le trame in cui la protagonista, la stessa Deren, s’ingarbuglia in un sonno allucinato del pomeriggio, sono quelle della visione di una tragedia, della sua percezione in una realtà determinata dalla reazione psichica che può derivarne. Una ricorrenza simbolica nella replica della stessa azione, come insegna Buñuel, in cui oggetti chiave portano a un epilogo, non certo. Lo stato di trance pone una sola condizione: tutto è possibile, nulla è dato.

Le tematiche affrontate dagli allievi della Man Ray Photo School in questo “Laboratorio 2015 XX edizione”, introducono in un forte mondo introspettivo, in cui l’Io è angosciato come sosteneva Freud, non solo dalla lotta con i suoi alter ego, ma in questo terzo millennio dalla solitudine assordante della massa: giudice, ipocrita e individualista.

Allievi selezionati: Jessica Atzori, Margherita Anedda, Helen Serreli, Claudia Piras, Anna Heydel, Omar Rossetti, Sabrina Sanna, Simone Spiga. 

alcune sequenze tratte dal lavoro di gruppo Mesches of the afternoon, film di Maya Deren 1943 (interprete Claudia Piras)

a sinistra Anna Heydel, al centro Jessica Atzori, a destra  Sabrina Sanna

a sinistra Claudia Piras, al centro Helen Serreli, a destra Margherita Anedda

Simone Spiga

Omar Rossetti

Nel 2015, all’interno della programmazione didattica della scuola di fotografia è stato realizzato un seminario di Psicologia dell’Arte. Insegnante: Carla Deplano, studiosa molto preparata e brillante, grande carisma e capacità dialettica. Ha scritto diversi saggi e un romanzo: Il Vuoto: profonda e, in certi casi, spietata indagine psicoanalitica della protagonista, che, attraverso la narrazione delle sue emozioni si racconta, operando quella catarsi necessaria per la stesura dell’opera. Un dialogo muto con il proprio dolore, con la propria solitudine, e, insieme, una denuncia della società contemporanea, resa talvolta con accenti ironici, e comunque, sottilmente pervasi di malinconia: stato mentale naturale dell’artista anche quando vive una situazione di leggerezza. Scrittura magistralmente risolta, pulita, rotonda.

Carla Deplano è laureata in Lettere Classiche con Orientamento Archeologico alla Sapienza di Roma, con Dottorato in Antropologia Urbana all’Università degli Studi di Sassari, ha conseguito la Specializzazione SSIS presso l’Università degli Studi di Cagliari e il Perfezionamento in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi. Attualmente insegna Storia dell’Arte al Liceo Classico Dettori e Storia dell’Arte e della Fotografia alla Man Ray Photo School di Cagliari.

2016

Nel 2016 una mostra molto importante realizzata in collaborazione con la Fondazione per l’arte Bartoli Felter alla quale hanno partecipato 63 artisti, buona parte fra quelli che nell’arco di quasi ventidue anni, sono stai protagonisti degli eventi Man Ray: Annalisa Achenza, Silvia Argiolas, Gianni Atzeni, Alessandro Biggio, Leonardo Boscani, Zaza Calzia, Annamaria Caracciolo, Tonino Casula, Antonello Casu, Patrizia Cau, Jo Coda, Salvatore Coradduzza, Francesca Corradini, Rosanna D’Alessandro, Antonello Dessì, Paola Dessy, Attilio Della Maria, Nino Dore, Simone Dulcis, Gino Frogheri, Ilaria Gorgoni, Stefano Grassi, Caterina Lai, Angelo Liberati, Gabriella Locci, Ombretta Locci, Dionigi Losengo, Adelaide Lussu, Marina Madeddu, Antonio Mallus, Alberto Marci, Italo Medda, Maria Grazia Medda, Franco Meloni, Andrea Mele, Marco Nateri, Wanda Nazzari, Gianni Nieddu, Efisio Niolu, Daniela Nobile, Marcello Nocera, Franca Nurchis, Antonello Ottonello, Paolo Ollano, Orrù-Pacchiarotti, Igino Panzino, Pastorello, Giuseppe Pettinau, Marilena Pitturru, Marco Pili, Gianfranco Pintus, Stefania Polese, Raffaele Quida, Rosanna Rossi, Anna Saba, Giuliano Sale, Josephine Sassu, Virginia Siddi, Monica Solinas, Maria Spissu Nilson, Tramare, Raffaello Ugo, Beppe Vargiu.

La parola a Maria Paola Masala che con il preciso ed esauriente articolo sulla mostra, ha saputo raccontarla e descriverne i pregi e le motivazioni.

L’articolo, dal titolo Man Ray arte del dono. Ha 21 anni il centro culturale cagliaritano, crocevia di mostre, storie, sfide, apparso su l’Unione Sarda è datato 18 giugno 2016: “Il battesimo del “Man Ray”, ottobre 1995, fu un emozionante mostra del croato Vladimir Kolopič, […] una sposa vestita di bianco nel cimitero di Mostar, a raccontare con “Urbicid” l’insensatezza della guerra.

Cominciò così, con un atto di speranza, l’attività del centro, fondato da Wanda Nazzari e da un gruppo di amici solidali, con la volontà di narrare, nonostante tutto, di comunicare emozioni, seminare dubbi, creare inquietudini. Che è poi il compito dell’arte. Oggi, quella storia (con altre mille) è racchiusa in un libro in cerca di editore. Scritto da Wanda Nazzari, raccoglie memorie, testimonianze, critiche, immagini di oltre vent’anni di attività. “Quel centro al centro” il suo titolo. Ed è anche il titolo della mostra che l’artista ha allestito con la complicità dei proprietari nel Temporary Storing della Fondazione Bartoli-Felter. 

Una collettiva […] che ha il valore insostituibile di un dono. Anzi di 63: tanti gli artisti legati al “Man Ray” che hanno offerto un’opera (alcuni più d’una) come contributo alla pubblicazione. […] 

Il prezzo di vendita è la metà della quotazione. «I lavori che riusciremo a vendere concorreranno a produrre il libro, gli altri li restituirò», afferma Nazzari, che ieri si aggirava emozionata tra i moltissimi ospiti e i tanti artisti e storici dell’arte presenti all’inaugurazione. Sa bene che il momento è critico, ma il coraggio non le manca: «Ho dovuto chiamare a raccolta i miei amici perché le istituzioni non mi hanno concesso un finanziamento. E il libro costerà». Costerà il ricco apparato iconografico, costerà la storia che racconta, narrata solo in parte dalla mostra. Sfuggono all’esposizione la musica, il teatro, la danza, le invenzioni fotografiche, i video art, le performances che hanno fatto il centro, nelle sedi di via Lamarmora e di via De Gioannis, nei luoghi (Università, centri comunali) dove le tredici edizioni di “Stanze” e le otto di “Imperfetto Futuro” si sono svolte. Un passato che prosegue in varie forme (è recente la mostra di Nazzari “Metti un nido in Cittadella”, o lo scambio tra la scuola di fotografia del “Man Ray” diretta da Stefano Grassi e la Berlin Academy).

Nessuna tentazione nostalgica, dunque. Soltanto la necessità di consegnare alle generazioni future una storia. «Una ricostruzione che dà colore ai ricordi», commenta Alessandra Menesini, che fu tra le prime sostenitrici del “Man Ray” e il libro l’ha letto. «Uno spaccato della storia dell’arte e di un periodo davvero unico», aggiunge Mariolina Cosseddu, direttrice scientifica del centro. «Mai come in quegli anni sono stati convogliati in un unico luogo tanti artisti e operatori, mai tanti linguaggi si sono così felicemente incrociati».

“Quel centro al centro” parlerà anche di fiducia: quella che Salvatore Naitza per primo, e poi Marisa Frongia, Roberto Coroneo e molti altri storici dell’arte, hanno dato al “Man Ray”. Quella che Wanda Nazzari ha concesso a tanti artisti che ora, diventati famosi, coprono con i loro doni un’intera parete dello spazio di via XXIX Novembre. […] Dal primo logo del centro (di Bruno Pittau), a quello della mostra (Federico Bartoli), un ideale passaggio di testimone tra passato e (imperfetto) futuro.”

Il mio racconto volge al termine: ventuno anni di fatiche, di frustrazioni, di successi. 

Ora guardo muta i tumulti che in passato hanno umiliato il mio respiro, li vedo scorrere e scomparire.

E nel frattempo… Il mondo prosegue nel suo andare violento. Ma al di là degli egoismi, delle negazioni e degli ostacoli, credo che la cosa più importante sia quella di avere la certezza della propria libera coscienza morale e critica che ci permette di proseguire nel nostro intento di lavoro e di crescita attiva. Innumerevoli e pregiati gli interventi degli artisti chiamati in causa dagli storici che si sono alternati negli anni… Un ricordo si impone sugli altri: il gesto semplice e delicato ma di grande poesia, di Josephine Sassu, che come segno della sua partecipazione alla nona edizione di Stanze, attacca una serie di stelline specchianti sul muro della Pinacoteca Nazionale di Cagliari e ci dona un’installazione fatta di silenzi interiori, ad indicarci una strada per il cielo. 

Questo percorso sul filo della memoria si conclude. Operazione molto faticosa, ma necessaria, nel rispetto della storia e di tutti quelli che si sono impegnati con passione, nelle complesse dinamiche di lavoro del Centro Man Ray, Spazio attivo in ogni ambito di ricerca, luogo di incontro e socializzazione dove, come disse Salvatore Naitza “costruire e rieducare i sensi”.

Grazie a tutti!