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New Frontiers 2013
Rassegna internazionale di fotografia

Residenze didattiche Cagliari/Berlino
Progetto e direzione artistica Wanda Nazzari
Progettazione grafica e coordinamento editoriale Stefano Grassi
testi in catalogo Wanda Nazzari, Mariolina Cosseddu, Valentina Neri, Ivana Salis

Il progetto New Frontiers nasce dall’intento di indagare le nuove tendenze della fotografia contemporanea attraverso il dialogo tra alcuni fotografi storici contemporanei sardi e giovani emergenti, provenienti dal territorio nazionale e internazionale.
Per l’edizione 2013, la rassegna New Frontiers ha visto protagonisti gli allievi della Man Ray Photo School di Cagliari e della Photo Academy di Berlino.
La prima fase di scambio è iniziata tra agosto e settembre a Berlino, dove due allieve della Man Ray Photo School, Ivana Barrili e Veronica Frau, ospiti della Photo Academy, hanno realizzato un progetto di fotografia di scena e hanno partecipato, insieme ad altri studenti selezionati dalla Man Ray Photo School, alla mostra didattica di fine anno della Photo Academy. L’operazione è proseguita a Cagliari nei mesi di Settembre e Ottobre, con vari appuntamenti delle mostre didattiche Man Ray Photo School 2013, divise per tematiche, ospitate nello Spazio Temporary Storing della Fondazione per l’Arte Bartoli Felter, e nella galleria La Bacheca, di Lidia Scuto.
Nel mese di novembre, due allieve della Photo Academy, Sandrine Appel e Katja Wassermeyer, ospitate a Cagliari dalla Man Ray Photo School, hanno realizzato un reportage sulla città e, in particolare, sui luoghi della cultura. I lavori prodotti verranno presentati a Berlino, con lo scopo di far conoscere e promuovere la Sardegna e, in particolare, la città di Cagliari.
Come appuntamento di chiusura, una mostra collettiva all’EXMA’ di Cagliari, divisa in due sezioni; la prima dedicata a sei fotografi storici sardi, omaggio alla loro professionalità e alla loro distinta poetica: Marco Ceraglia (Sassari), Giovanni Coda (Cagliari), Stefano Grassi (Cagliari), Francesco Nonnoi (Cagliari), Donatello Tore (Nuoro), Daniela Zedda (Cagliari).
La seconda sezione, dedicata ai lavori degli allievi della Man Ray Photo School di Cagliari e della Photo Academy di Berlino. Obiettivi dell’iniziativa sono stati principalmente quelli di favorire la mobilità dei giovani studenti di discipline artistiche allo scopo di creare occasioni di crescita, scambio e confronto con altre realtà internazionali; sottolineare l’importanza della scuola come mezzo necessario di formazione e di stimolo delle potenzialità creative e intellettive; promuovere e diffondere all’estero la Sardegna e, in particolare, la città di Cagliari; favorire l’integrazione tra i vari linguaggi e consentire un proficuo scambio di esperienze tra gli artisti al fine di accrescerne l’identità culturale e il senso di appartenenza.

Wanda Nazzari

2013 – Vernissage EXMA’ Cagliari. Katja Wassermeyer, Veronica Frau, Stefano Grassi, Sandrine Appel, Ivana Salis.

Sotto: un momento della presentazione con gli autori: Donatello Tore, Joe Coda, Stefano Grassi, Valentina Neri, Daniela Zedda, Marco Ceraglia, Francesco Nonnoi. Ph. Manuel.

2013 – Vernissage EXMA’ Cagliari. Consegna attestato partecipazione residenza artistica a Katia Wassermeyer Photo Academy Berlino. Sotto: un momento della presentazione di Ivana Salis. Foto Manuel.

2013 – Vernissage EXMA’ Cagliari. Ivana Salis, Valentina Neri, Wanda Nazzari, Michela Murgia, Stefano Grassi. ph. Rosy Sitzia.

New Frontiers – Intorno alla fotografia – di Mariolina Cosseddu 

Oggi noi sappiamo per certo che la fotografia è il linguaggio del nostro tempo. Più di qualsiasi altro medium artistico, l’immagine fotografica racchiude in sé il valore simbolico del presente: provvisorio, fragile, in eterno divenire, il nostro contemporaneo trova nella fotografia la sua ancora di salvezza. L’immagine riflessa e sottratta al fluire della realtà obbliga a pensare a ciò che sfugge irrimediabilmente, a riflettere sulle inesatte percezioni, a riformulare giudizi e valori arbitrari. La fotografia è, di fatto, una presa di coscienza sull’automatismo della visione abituale, sulla saturazione visiva, sulla superficialità di intenti e situazioni. Sarà per questo che viviamo un momento in cui tutti sono colti da un fenomeno maniacale: l’autorappresentazione. Ribattezzata “selfie” (autoscatto) e diventata, grazie al successo dei nuovi social network come Instagram o Pinterest, un’ossessione sociale, è, più di quanto non si creda, allegoria reale di occasionale certificazione d’esistenza, di effimera dichiarazione di vita. Ma l’enorme mole di immagini in rete non è meno travolgente degli scatti che trasformano qualsiasi utente in velleitario fotografo. Niente contro la nuova mania di fotografare pezzi di esistenza qualsiasi: piedi, bocche che sorridono, piatti ben confezionati, dettagli intimi o particolari scabrosi. L’arte del prelievo inconsiderato è una sorta di virus sociale che si diffonde con la velocità della luce e produce una nuova forma di nature morte private di qualsiasi significato se non quello di attestare la propria momentanea presenza nel mondo. In questo bailamme di immagini, orientarsi per individuare ciò che vale da ciò che è destinato a perdersi un attimo dopo, può risultare arduo per un occhio non addestrato, ma solo apparentemente difficile. Chiunque può cercare e trovare la consapevolezza che non sempre si è di fronte alla “nobile arte della fotografia”.

La fotografia è racconto e sentimento del reale, è pensiero che si fa visione, è artificio che svela l’autentica natura delle cose. Al contrario, la tecnologia rapida, alla portata di tutti, che ferma in presa diretta l’istante fuggitivo, porta alla malinconica certezza che la vita è consumata e dimenticata nei secondi successivi alla transitorietà dell’immagine. Che tutto viene fagocitato da altri uguali, ripetitivi, frammenti di saltuaria fissità. La vera forza della fotografia, al contrario, nasce dall’attesa, dai tempi lunghi della pazienza, dall’occhio vigile che sa cogliere o ricreare una verità altrimenti non detta. Come distinguere, allora, il dilettantismo dalla professionalità? L’inquinamento dall’approfondimento? Oltre al talento, che è sempre parte della visione artistica e, come tale, facilmente riconoscibile, le doti di abilità, destrezza, capacità operativa sono sempre frutto di conquista di saperi. Dunque ruolo fondamentale lo svolge l’educazione visiva, la conoscenza dei principi teorici e pratici, in una parola, la scuola. È nella scuola che si formano le professionalità, nello studio, nella pratica, nella metodologia conquistata con il pensiero, la progettualità, la riflessione. Non può esserci lavoro dello sguardo senza una consapevole attività intellettiva che lo preceda e questo, a sua volta, può nascere solo dalla padronanza di strumenti specifici di cui si conoscono meccanismi e soluzioni.                                        

Ed è ancora nella scuola che si passa dalla nozione alla competenza e da questa alla sperimentazione, alla ricerca, alla formulazione di nuovi saperi. Va da sé che anche l’atto della ricezione è sempre un fatto di cultura e non solamente di intuizione. Per questo l’invito rivolto ai fotografici storici vuole essere non una semplice dimostrazione di bravura, ma semmai l’occasione per riflettere sulle infinite opportunità del mezzo fotografico, sul suo sapiente uso in funzione conoscitiva prima ancora che comunicativa. È solo se si accetta l’idea che il medium fotografico è strumento di conoscenza che se ne possono valutare gli esiti, ed è solo se si possiedono i codici estetici di riferimento (storici-artistici-interdisciplinari) che se ne possono creare di nuovi. Questo il ruolo della scuola, questo il ruolo della storia della fotografia. E non è certo un caso che il progetto New frontiers volga l’attenzione in particolare ai giovani e li ponga in relazione con altri giovani, perché è solo dal confronto e dalla capacità di interrogare se stessi che può derivare una cultura aperta e consapevole. Vale la pena ricordare allora che la fotografia, come le altre discipline artistiche, richiede un rapporto percettivo complesso, una lettura sensibile ed educata, una creatività dello sguardo che incrocia la creatività del progetto visivo. Nel racconto del presente.

Photo Academy Berlino 29 agosto 2013 vernissage New Frontiers, Stefano Grassi presenta la Man Ray Photo school alla Photo Academy di Berlino

 

 

Photo Academy Berlino 29 agosto 2013 vernissage New Frontiers, da sx Lucia Solinas, Marzia Pilo, Veronica Frau, Stefano Grassi, Wanda Nazzari, Raphael Bruggey, Ivana Barrili, Natascha Dunker, Nadine Hofman, Nicole Urbschat-Krüger.

sotto, Veronica Frau intevistata dalla RAI.

Photo Academy Berlino 29 agosto 2013 vernissage New Frontiers.

in basso, un momento della performance della modella Marzia Pilo ad Alexanderplatz, progetto di Veronica Frau.

MARCO CERAGLIA

Terzo Millennio

Le immagini di Marco Ceraglia affrontano un tema di attualità spesso trascurato dai più e, maggiormente, in senso artistico: la scomparsa della figura del Servo Pastore, autoctono e ancestrale della società sarda arcaica, sostituita da immigrati di passaggio in cerca di un’occupazione qualsiasi.

Colpisce subito, nei quattro scatti, tutti rigorosamente diurni, l’ossimorica oscurità della luce in cui manca l’abbraccio caldo del sole, quasi a voler rappresentare, in questo modo, la mancanza di continuità tra cielo e terra, metafore di vecchio e nuovo, ossia: l’assenza della volontà di perpetuare nel tempo la nostra storia e la nostra tradizione creando un ponte tra generazioni; forse perché il servo pastore globalizzato del terzo millennio, così definito dallo stesso Ceraglia, non può certo esserne il testimone. Nella prima immagine l’uomo si appoggia su un muretto a secco, che lo separa dal gregge in lontananza, come se quello stesso muro demarcasse il distacco con un mondo che non gli appartiene; sensazione che si rafforza osservando il suo sguardo perso e lontano. Nella seconda immagine, il pastore grava sul recinto oltre il quale sostano le pecore. Il suo volto è aspro; la postura è costretta e la sua pala da lavoro funge da bastone alla stanchezza che si trascina addosso. Anche qui si rimarca il distacco direzionale tra l’uomo l’ambiente, in una evidente inappartenenza.

Il terzo ritratto presenta una prospettiva dal basso: il ragazzo, dal volto impenetrabile e dal cipiglio diffidente, fissa con aria di sfida l’osservatore, come se fosse stato colto di sorpresa nello svolgimento del suo lavoro. Due maiali lo seguono a brevissima distanza. La nube plumbea, che quasi sormonta il capo del giovane, è presagio di malessere incombente. Nell’ultimo scatto l’uomo cammina insieme alle sue capre; una certa tristezza dello sguardo lo accompagna, mentre con un gesto della mano evita che la capra lo sorpassi. I colori sono decisi, il candore degli animali, il verde del pascolo e la roccia scura in lontananza, si stratificano creando volumetrie armoniose, oblique e ascendenti.

Nello specifico, la realtà sociale, così esplicita in queste foto, non può sfuggirci; essa è lo specchio di una marginalità invisibile che anela attenzione per non essere annientata. Marco Ceraglia, con quest’opera, dimostra la sua propensione per la verità e una naturale capacità, come diceva August Sander “di vedere le cose come sono e non come dovrebbero essere” in quanto, sempre secondo Sander, “l’essenza della fotografia è documentaria per natura”. 

Valentina Neri

GIOVANNI CODA

Reconsidering the purpose of the body

Un vecchio proverbio indiano recita “Prima di giudicare un uomo cammina per tre lune nelle sue scarpe”. Da sempre, mettersi nei panni altrui è la metafora della vera conoscenza.

Sulla scia di questa antica saggezza Giovanni Coda ha fotografato i suoi modelli con addosso abiti vintage messi a disposizione da Giuseppina Pisu. “Far rivivere l’oggetto che ha vissuto, amato e, talvolta, sofferto con la persona che lo ha indossato. Solo così avremo una seconda possibilità di risorgere: diventando esaltazione di un ricordo. I frammenti di anima degli individui che ci hanno indossato o di coloro che ci indosseranno, sono racchiusi nel corpo, dallo spirito eterno e asessuato”. Spiegano così, la poetica di questi scatti, gli stessi Giovanni Coda e Giuseppina Pisu. “Se le tue foto non sono buone vuol dire che non sei andato abbastanza vicino. Ama la gente e faglielo capire” suggerì una volta Robert Capa a chi si cimentasse nella fotografia. Ed è proprio l’amore per l’umanità e la sua capacità di avvicinarsi profondamente ad essa, la cosa che Coda ha saputo meglio mettere a fuoco. I tre ritratti frontali, lambiti sul viso da una luce che ne accentua i carnati lattescenti attribuendo loro una natura ultraterrena, si stagliano da uno sfondo color prugna sul quale spunta l’ombra delle loro sagome; o forse quell’ombra che li accompagna non è che lo spirito di coloro a cui sono appartenuti gli abiti che adesso indossano? Nel primo ritratto, un ragazzo dai grandi occhi scuri, i folti capelli neri, labbra e naso carnosi, indossa un cappotto fantasia Anni Settanta e dei lunghi orecchini vistosi.

Nel secondo ritratto, invece, il soggetto è una donna in abito maschile: camicia bianca, giacca nera, capelli assenti, sguardo severo. Poi ancora un uomo: cappotto viola damascato, cappellino nero, orecchini a clip. Dolcissimi gli occhi, enormi e dominanti. Ed è come se, in questi ritratti, i vestiti avessero veramente il potere di trascendere dalla propria natura funzionale connotando, col proprio patrimonio di ricordi sensoriali ed emotivi, i tre modelli. Tuttavia la femminilità dei due ragazzi e l’androginia della donna emerge soprattutto dai loro sguardi. Nulla è stonato; nulla stride. La commistione tra abito e corpo, tra spirito e carne, è un amalgama perfetta. I frammenti di anima intrappolati in quei vestiti sono penetrati in quei tre volti, in quelle tre anime. La resurrezione è avvenuta.

Valentina Neri

STEFANO GRASSI

Listen!

“Di sicuro ci sarà sempre chi guarderà solo alla tecnica e si chiederà ‘come’, mentre altri di natura più curiosa si chiederanno ‘perché’ ”. Partendo da questa affermazione di Man Ray, che inquadra molto bene gli interrogativi che nascono contemplando gli scatti di Stefano Grassi, una cosa è subito chiara: grazie alla padronanza tecnica sapiente Grassi infrange quel confine tra scatto e opera d’arte riuscendo a creare delle immagini toccanti dagli effetti pittorici fluidi e pregni di simbologie, che penetrano l’interiorità riuscendo a ottenere la ‘foto dell’anima’. Osservando una per una, le opere presenti in questo catalogo, ci rendiamo subito conto che siamo davanti ad un lavoro unitario e dinamico, sia nel soggetto che nel movimento; un film che riproduce una danza nei sotterranei dell’inconscio e che narra, in modo liquido e incantato, forse, l’abbandono della realtà per scivolare poi in una dimensione sempre più sconosciuta, dai risvolti psicologici complessi. Nella prima immagine troviamo una donna immersa in uno sfondo di volumi dagli effetti rocciosi e verticali; una fonte luminosa sembra avvolgerla dal basso per poi ascendere afferrandola per tutti gli spigoli del suo corpo nudo nel tentativo di trascinarla via in un cielo ideale; ma qualcosa rimane a terra, sospeso nella realtà. La torsione del busto si allinea al suo sguardo che resta fermo sull’osservatore, fermo in un presente che non si vuole ancora abbandonare. Nello scatto successivo il corpo appare composto, lo sguardo è basso, perso nel vuoto, ma le braccia, si alzano. L’osservatore può percepire la sua voglia di volare, lasciandosi dietro una luce alle spalle; il viaggio terreno sta per terminare per accedere in un ‘altrove’ immaginario da cui la realtà terrena è ormai fuori, alle sue spalle, incarnata in quella luce. Nel terzo scatto la testa si perde all’indietro sfuggente, così come sfuggente diventa lo sfondo di cui si perdono invece i verticalismi rocciosi. Uno sfondo che ora scorre veloce dando l’impressione di una pellicola che si muove in maniera così celere da non poter più distinguere nulla, come dai vetri delle metropolitane. Sensazione che si accentua ancor più nell’ultimo scatto in cui il capo si volta, quasi improvvisamente, sottraendosi all’osservatore. I movimenti del corpo della donna si sdoppiano come se qualcosa di lei restasse indietro, forse le tracce di sé che non può cancellare, mentre la sua corporeità continua ad andare avanti. A questo punto è normale chiedersi, secondo la citazione di Man Ray, il ‘come’ e il ‘perche’. Il ‘come’ è da ricercarsi nella tecnica sapiente, ma il “perché”, il vero segreto dell’alchimia di queste immagini, è da rintracciarsi nella sensibilità di Stefano Grassi, nella sua capacità di penetrare e svelare narrazioni ed emozioni, non solo dai corpi ma anche dai luoghi, fino a far sì che la tecnica sapiente raggiunga esiti magici, dal sapore onirico e alchemico capaci di turbare l’anima e i sensi come solo i grandi maestri sanno fare.

Valentina Neri

FRANCESCO NONNOI

Senza titolo

Portovesme e Monteponi sono i luoghi immortalati in questa straordinaria galleria di immagini in cui, di primo acchito, il vero protagonista è il colore, il rosso dominante che da sempre contraddistingue il paesaggio dell’Iglesiente anche per via dell’inquinamento dovuto ai residui di bauxite. Nella prima immagine, una veduta aerea, l’azzurro di un mare maculato dai toni petrolio, il diverso addensarsi dei bianchi dell’arena, il verde bosco dei viali e l’intensità del rosso dei fanghi di Portovesme, sembrano caricarsi di ulteriori valenze armoniche. La seconda immagine, sempre aerea, consente stavolta all’osservatore di immergersi nello spazio anulare, costituito da una profonda distesa sanguigna, soleggiata e brillante, circoscritta da una cinta di terra candida e dall’abbraccio degli alberi. Lo svuotamento umano dello spazio, riempito solo dalla densità del colore, costituisce un inedito incanto. Per certi aspetti le immagini di Nonnoi fanno pensare a Margaret Bourke-White, icona della fotografia del Novecento, che ottenne negli anni Trenta uno straordinario successo per il suo modo coraggioso e originale di raccontare l’industria realizzando immagini ammalianti; allo stesso modo Nonnoi, rilevando la grave situazione di inquinamento ambientale che ha aggredito il territorio, è riuscito ad ottenere degli esiti formali attraenti che prescindono dalla realtà alla quale corrispondono. Del terzo scatto si coglie il nitore del cielo terso irradiato dal fascio solare che giunge da sinistra; i ruderi spersi nel paesaggio desolato e i ciuffi d’albero fungono da contrappunto naturale alle distese rossastre e alle acque acquitrinose della laveria di Monteponi. Nell’ultimo scatto, (sempre Monteponi) sono presenti le diverse stratificazioni ambientali; l’agglomerato di bauxite, il grigio del manto stradale percorso da un corteo di ciclisti, le varietà tonali verdastre dei dolci declivi, nella loro sintesi espressiva, celano l’inquietante dicotomia natura-degrado. Lo sfondo è sfumato da un’aura lattiginosa che campeggia sull’inquadratura. Gli elementi così disposti reinterpretano la realtà facendo sì che il paesaggio antropizzato assurga essenze estetiche insospettabili. Gabriele Basilico osservò una volta che “liberando lo sguardo dal pregiudizio può nascere la possibilità di leggere una nuova bellezza che non esclude ma convive con la mediocrità”. Questo stesso concetto rispecchia molto bene il risultato conseguito dalle geniali visioni di Francesco Nonnoi.

Valentina Neri

DONATELLO TORE

Angry faces

I volti arrabbiati ritratti da Donatello Tore, costituiscono, come egli stesso sottolinea, una parentesi occasionale nel suo lavoro. Trattasi di un’opera di denuncia sociale allarmante, ma su cui forse l’artista vuole stendere un velo di ottimismo nel ritenere occasionali gli stati d’animo degli attori da lui immortalati. La rabbia è quella del nostro tempo, la rabbia dei disoccupati, degli emarginati, di chi non riesce a far valere le proprie capacità; ma anche di chi si aspettava un altro decorso della storia e non l’impoverimento culturale al quale la nostra società sta andando incontro, giorno per giorno e a grandi falcate, a causa della perdita di valori condivisibili e della capacitàdi distinguere e valorizzare competenze e talento. L’opera, realizzata in bianco e nero, con grande maestria e grazie all’uso sapiente dei contrasti, raggiunge esiti espressivi di immediata efficacia. Il primo scatto è forse quello in cui l’ira si manifesta in maniera più drammatica. Il volto dell’uomo, che emerge da uno sfondo nero che ne accentua i volumi, appare trasfigurato dalla rabbia: la fronte corrugata e la bocca contorta esprimono un dolore autentico, reso ancor più violento dal luccicore che gli invade gli occhi. Nella seconda immagine la rabbia è contenuta nella fissità della donna e nel suo sguardo distante. Il suo dolore è autolesionista. Numerosi piercing le invadono il viso: bocca, naso, orecchie. Un martirio di piercing. Il suo capo è calvo. È come se la donna usasse tutta la sua rabbia contro il proprio corpo. Il volto occupa la destra dello spazio e lo sfondo è di un grigio leggermente cangiante dal quale s’intuiscono forme immaginarie. Il terzo ritratto è forse il meno arrabbiato, una sorta di maschera tragica grottesca dagli occhi deliranti e canzonatori che stridono col resto del viso; la contrazione dei muscoli facciali produce in questo caso, un effetto caricaturale. Lo sfondo è grigio sapientemente sfumato da una luce fievole. L’ultima immagine si distingue ancor più. Si tratta di un mezzo busto che occupa la destra dell’inquadratura, collocato, stavolta, in uno spazio tridimensionale. L’espressione visibilmente alterata dell’uomo è resa ancor più autentica dal gesto minaccioso con cui il soggetto agita il braccio. Secondo Henry Cartier-Bresson “Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente gli occhi e il cuore”. Non è possibile non apprezzare la mira precisa con cui Donatello Tore, allineando mente, occhi e cuore, ha saputo raccontare l’intimo stato d’animo che come un’epidemia sta colpendo tutti noi, l’epidemia della rabbia, il cui unico rimedio resta forse la creatività.

Valentina Neri

DANIELA ZEDDA

Rooms

Quattro ritratti carichi di oggetti criptici e occulti che, a guardar bene, talvolta ricordano gli interni di certi quadri fiamminghi quattrocenteschi, sia per il valore vibrante della luce, sia perché ogni oggetto in campo sembra avere il suo perché. Nel primo quadro, un uomo sorridente, seduto su un ciocco di legno, vestito di un fantasmagorico bianco, colpito da una luce palpitante che accende i suoi polsi e i suoi piedi, nonché la superficie scabra della parete su cui s’impone un alto zoccolo azzurro che smussa alcuni elementi macabri alla sinistra dell’uomo, come il calderone sul tropide e il groviglio di corda che pende dal soffitto. Solo l’interruttore elettrico ci riporta a un presunto progresso. Poi una donna! serena e sorridente dalla postura gioconda; sta seduta su una scala. Di fronte a lei, una porta aperta, ancora una volta azzurra, lascia entrare una luce calda che la avvolge teneramente; le forme piene dell’anfora, collocata nel sottoscala, esprimono un senso di femminilità, costante nell’immagine. La donna, la scala, la porta, l’anfora. Oltre la porta la luce e la libertà; oltre la scala il buio e la prigione; nell’anfora il segreto e il mistero. In queste due immagini giocano un ruolo essenziale luci e ombre. L’individuo non occupa il centro della scena. Ogni oggetto, ogni cromia, ogni ombra costituisce un punto di fuga a se Alberto Toso Fei – 2010 stante. Nel terzo scatto, una porta chiusa e una porta aperta: un mezzo volto d’uomo, elegantemente vestito, gioca serioso a nascondino. Nonostante la luce piatta e artificiale sdrammatizzi la scena, un accenno di stoffa rossa che rimbalza dalla maniglia della porta aperta al polso dell’uomo e l’abitino blu alla marinaretta, appeso sulla porta chiusa, richiamano la nostalgia dell’infanzia; come se l’uomo a metà ambisse a vestire ancora quei panni di bimbo. L’ultimo quadro si distingue ancor più, forse per la mancanza di quel tocco d’azzurro che sembrava finora il leit-motiv della quadrilogia, ma la casa è sempre quella; in un certo senso quella degli spiriti. Un ragazzo stralunato vestito come capita, seduto su un vecchio letto senza materasso, stringe in mano la bottiglietta della Coca-Cola che ci connette alla disfatta della realtà odierna. “Un ritratto permette di capire una persona, la sua natura intima, ciò che fa di lei quella che è” diceva Herb Ritts. In questi quadri, Daniela Zedda si conferma ancora una volta una grande ritrattista capace, di rintracciare il mistero dell’individuo e lasciarlo sospeso alla nostra fantasia, facendo emergere, stavolta, dalla propria casa dei ricordi fatti di cose e di eventi e che nell’insieme sono parte del ritratto, non solo la natura intima della persona che trapela dalla sua immagine ma, come diceva appunto Ritts, ciò che fa di lei quello che è. 

Man Ray Photo School e Photoacademy: le nuove generazioni della fotografia – di Ivana Salis

La fotografia apre la strada dell’arte contemporanea, ribaltandone i codici, dando alla riproducibilità tecnica dell’immagine lo statuto di comunicazione visiva di massa. Nella multiforme produzione fotografica, prima analogica, poi digitale, non ci sono confini o barriere nell’uso dell’icona: il linguaggio visuale si espande a ventaglio, permea ogni faccia della quotidianità e veloce si compara con tutte le possibilità della semiotica. 

Il confronto tra le diverse formule espressive è imprescindibile all’interno di questo incessante flusso dello scatto fotografico e in merito a questa necessità, un’opportunità concreta è la residenza didattica e di scambio professionale con realtà affini, considerata dalla Man Ray Photo School come un’esperienza di formazione unica per i suoi studenti. Da questa considerazione parte il progetto di residenza didattica 2012/2013 con la scuola di fotografia Photoacademy di Berlino, dal quale sono nate cinque mostre: la prima nell’agosto 2013, oggetto diretto della residenza berlinese, altre tre esposizioni ospitate a Cagliari presso lo Spazio Temporary Storing della Fondazione Bartoli Felter e la Galleria La Bacheca e l’ultima mostra all’Exmà di Cagliari, tra novembre e dicembre 2013, in cui gli allievi delle due scuole hanno esposto insieme i propri lavori. Questa esperienza si inserisce all’interno del progetto “New Frontiers”, a cura di Wanda Nazzari, che, con un più ampio respiro, ha previsto una mostra collettiva dedicata all’importante ricerca della fotografia contemporanea in Sardegna, a cui si affianca una sezione composta dai progetti didattici suddetti. Le tematiche presenti in quest’ultima parte sono il frutto dell’impostazione metodologica della Man Ray Photo School, curata dal direttore, fotografo e regista, Stefano Grassi, che in diciannove anni di attività, ha strutturato un approccio di tipo dialettico e interdisciplinare, mirato alla formazione degli allievi nella consapevolezza di un’evoluzione professionale e individuale, con l’accrescimento delle proprie potenzialità comunicative, critiche e relazionali. Il ritratto, genere fotografico nato dal rapporto diretto con l’arte figurativa, è il soggetto dei lavori di Katja Wassermeyer e Sandrine Appel, Ivana Barrili e Veronica Frau, le quattro allieve che hanno usufruito della residenza didattica avviata a Berlino, e di Andrea Arduini, Martina Nioi, Emma Boi, Mayuli Martinez e Roberta Masala. Osservando i lavori degli allievi si scorgono diverse visioni della vita, espresse tramite il soggetto, in un percorso che svela le attitudini personali di ognuno nell’affrontare la dicotomia tra il concetto e la sua esteriorizzazione.

Katja Wassermeyer e Sandrine Appel, allieve selezionate dalla Photoacademy di Berlino, presentano dei ritratti penetranti per composizione e dinamica espressiva. Nei lavori della prima, fotografie a colori, in cui l’accordo tonale è protagonista quanto la forma anatomica del soggetto femminile, si respira l’aria patinata della copertina, nella minima descrizione del dettaglio, che legato in una trama di rimando visivo, costruisce la storia dell’immagine. Nei lavori in bianco e nero di Sandrine Appel, l’introspezione del soggetto si fa sottile e concettuale, nell’unione di elementi esterni alla figura, come la terra, l’acqua, o il metallo di accessori che arricchiscono mani e incorniciano visi, a narrare, insieme, la storia di un momento reso eterno, in quell’espressione che si presenta come la dichiarazione di uno stato emotivo.

 

Photo di Katja Wassermeyer

PhotoAcademy Berlino

Photo di Katja Wassermeyer

PhotoAcademy Berlino

photo di Sandrine Appel

PhotoAcademy Berlino

photo di Sandrine Appel

PhotoAcademy Berlino

Ivana Barrili si ispira al lavoro di Man Ray, con la sua “Scacchiera Surrealista”. L’installazione di grandi dimensioni ripercorre le potenzialità mimiche e ironiche dei colleghi, prestatisi come interpreti in diverse pose, ciascuno ripreso in due versioni di se stesso o dell’altro da sé, con un forte richiamo alla trasfigurazione della persona in personaggio. Anonymous Heart di Veronica Frau ritrae una modella segnata dalle tracce preparatorie di un intervento di chirurgia estetica, all’inseguimento di una bellezza omologata dalle regole del fashion business. Questa “Modern Cleopatra” non avrà mai il fascino dell’icona egizia, ricordata oltre i millenni per il suo autentico splendore, ma solamente una personalità destinata a essere continuamente negata. La “silhouette”, immagine dai netti contorni, ma indefinita all’interno, percepibile nella sua oscura solidità, è resa con estremo senso del movimento nel lavoro di Andrea Arduini. Il moto dinamico dei corpi nello spazio animato della città, è espresso sensibilmente, tanto da personalizzare quello stesso luogo, caratterizzandolo con l’andatura propria di ciascun soggetto. Emma Boi lavora su se stessa, l’immagine del suo autoritratto è sdoppiata in due “riflessi”. Lo specchio e la fotografia producono la terza dimensione dell’io, nella duplicità del moto interiore espresso con la mimica di un volto emaciato, ombreggiato dall’alone nero del terrore. È la paura di vedere se stessi, non volendone riconoscere l’immagine. Nelle immagini di Martina Nioi, l’indagine di quella tipica ansietà contemporanea, si esprime in una sensazione di paura e impotenza diffusa, generata da una società avvilente, che non lascia spazio a cedimenti di nessun genere: dietro le sbarre, dentro la gabbia, ognuno di noi si è sentito, almeno una volta, intrappolato. Roberta Masala fa un salto a ritroso nell’atmosfera degli anni Settanta. La moda è l’aspetto della cultura di massa che maggiormente invade la società, ma qui non v’è traccia della maestosità dell’icona femminile, piuttosto un gusto vintage e retrò, che trasogna le trasparenze dell’aria in un ricordo. Il colore vivace si espande e contagia il circostante nei “portraits” di Mayuli Martinez. Il volto femminile è simbolo di luoghi in cui la cultura indigena si legge nella personalità del soggetto. Il suo stile è tipico di una fotografia che carpisce l’occhio e non lo lascia andare, portando l’osservatore a contatto con la straripante vita del soggetto. Il genere astratto di Giulia Bazzu, nel suo leggero e capriccioso “Ectoplasma”, astrae la forma della materia dalla sua costituzione ordinaria nel campo del visivo, per portare sulla superficie flussi nascosti d’energia mossi da una spirale composta d’intense venature, percorsa da inusitate sinapsi, pronte a legarsi ad altri fili di connessione in una perenne forza motrice. L’architettura è il genere proposto da Roberto Melis, attratto da forme labirintiche che chiudono spazi in serrata e suggestiva geometria. Il perfetto equilibrio di chiaroscuro porta la luce a essere spazio percorso dall’occhio, in una fuga aperta, sia essa veloce successione di tagli luminosi oppure apertura incandescente che sfonda la quinta del fondo, fino a trasformare l’ambiente in percezione astratta. Il paesaggio è il soggetto delle fotografie di Omar Meloni e Antonello Casu. Meloni, vincitore del Nikon Talent Italia 2013 nella categoria paesaggio e architettura presenta una visione urbana, con degli scorci della Cagliari contemporanea, mentre Casu predilige il soggetto periferico, dove il paesaggio si apre in chiave classica disvelando il mistero intatto della Sardegna, in un perfetto connubio tra terra e cielo. I cieli, in queste immagini di paesaggio, non sono solo sfondi ma accompagnatori imperiosi delle ore che non possono più scorrere, quasi a farsi inquadrare, perché lì si sono fermate. Il divenire quotidiano delle condivisioni sociali è quel genere di fotografia detta “street photography”, proposta in mostra da Sergio Miceli. Non v’è luogo migliore della confusionaria via cittadina per dare senso alla similarità dei comportamenti umani, indipendentemente dagli scenari scelti: Napoli, Londra o Cagliari, come espresso da Miceli nelle sue immagini, in cui il soggetto è rappresentato in tutta l’inconsapevolezza d’essere tale, rendendo così l’emozione dell’attimo che fugge. La “street photography” ha avuto il merito di utilizzare la fotografia diretta come prisma di una società in continuo mutamento, all’interno di uno scenario, la strada, dalle dinamiche apparentemente simili, ma in realtà eterogenee e multiformi.

 

Il rapporto tra fotografia e cinema è motivo d’ispirazione per i set collettivi realizzati nel corso dell’anno scolastico dagli studenti della Man Ray, che della tecnica cinematografica utilizza la metodologia operativa, in cui l’impegno di gruppo è una delle caratteristiche più importanti. Gli allievi operano a tutte le fasi di realizzazione dell’opera: styling, direzione della fotografia, produzione, backstage, scenografia, make-up. Particolare attenzione è data alla parte registica, curata dal direttore Stefano Grassi. Tale impostazione permette di creare immagini in sequenza di tipo narrativo, in cui la storia si dispiega diventando fluida, mettendo a fuoco scene di forte impatto comunicativo, come nel progetto realizzato nel 2012/2013, tratto dal film noir “Touch of Evil” di Orson Welles (1958). Nelle fotografie in mostra, scattate in esterna notturna e in studio, il principio oppositivo della luce è parte fondamentale del racconto e caratteristica delle stesse scene nella pellicola. Gli allievi, che hanno personificato gli attori principali del film, da Welles alla Dietrich, sono entrati nel vivo dell’interpretazione, mettendosi alla prova non solo come fotografi, ma anche come protagonisti degli stessi “fotogrammi”. Il fotografo rivela la vita, la documenta, la indaga, la manipola, la trasforma, la progetta, la inquadra e la taglia, la rende eterna, ferma la memoria in un’immagine e la offre al mondo, ha la dote di portare alla luce parti di essa che altrimenti sarebbero state per sempre sconosciute. Questo è il mistero dell’arte fotografica: dall’inquadratura all’immagine, in un viaggio temporale che trasforma la visione immanente in qualità trascendente.