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Storia del Manray 2007 – 2010 tratta dal libro “Quel centro al Centro, un posto in trincea” di Wanda Nazzari. Fotografia e grafica di Stefano Grassi, presentazione Maria Paola Masala, postfazione Mariolina Cosseddu, Edizioni Man Ray, stampa Grafiche Ghiani

2007

Nel marzo 2007, convocai diversi artisti per una proposta importante: partecipare ad una mostra di opere su carta, realizzate con qualsiasi tecnica: dal disegno all’acquarello, dal rilievo all’incisione calcografica, o qualsiasi altra adatta al supporto cartaceo. Le opere dovevano essere realizzate appositamente per la mostra o far parte della produzione degli ultimi due anni. Bellissima Rassegna, indimenticabile, titolo Carte e… carte. Diciannove gli artisti, che per diversi mesi si alternarono, con opere di grandissimo pregio, come testimoniano le numerose recensioni e il vastissimo pubblico presente a tutte le inaugurazioni.

Gianni Atzeni, Rosanna D’Alessandro, Attilio Della Maria, Gino Frogheri, Angelo Liberati, Adelaide Lussu, Marina Madeddu, Antonio Mallus, Italo Medda, Alessandro Meloni, Wanda Nazzari, Antonello Ottonello, Primo Pantoli, Igino Panzino, Giuseppe Pettinau, Gianfranco Pintus, Rosanna Rossi.

Decidemmo di suddividere la rassegna in sei appuntamenti, per dare la possibilità ad ognuno di presentare un numero sufficiente di opere in base agli spazi assegnati. Una sorta di mini personali.

Operazione molto importante che evidenziò la sapienza degli artisti sardi nel fare arte su carta. Diverse le tecniche affrontate, tutte ad altissimo livello: dai preziosi disegni di ascendenza gotica di Attilio Della Maria, alle grandi e raffinatissime carte acquarellate di Rosanna Rossi, “Ombre stellari del tetraedro”, preziosismi di grandissima abilità costruttiva e pittorica, resa con il rigore del nero.

Dalle particolari incisioni di Meloni, alla bianca installazione in cartoncino di Igino Panzino, dal titolo ironico “Vado in giro e tengo gli occhi aperti”. E ancora dalle opere a china di Pettinau, e i luminosi e bellissimi acquerelli di Liberati, all’opera installativa su carta di riso, come sempre preziosa, di Gianfranco Pintus, ecc.

Alcune recensioni.

Alessandra Menesini, Carte e… Carte: tra favole, mostri e cosmogenie, L’Unione Sarda:“Sono Attilio Della Maria, Primo Pantoli e Giuseppe Pettinau i tre artisti ad aprire “Carte e… carte”, rassegna interamente dedicata al duttile supporto cartaceo. Ideata e curata da Wanda Nazzari, la serie di mostre a tre ha debuttato il 3 marzo al Centro Culturale Man Ray, dove si avvicenderanno, per circa due mesi, altri nomi e altri 

artisti scelti nell’intero ambito regionale tra coloro che praticano ricerca e sperimentazione, senza barriere anagrafiche. «Il progetto – si legge nella presentazione – si propone un chiaro intento: offrire spazi e visibilità a una delle tradizioni più consolidate dell’arte che è quella del lavoro su carta».

Campeggiano i mostri e i grifagni, sui grandi fogli che Attilio Della Maria taglia col nero spugnoso del carboncino, in un gesto pittorico che adopera anche le nude mani e i polpastrelli. Squadrati, i corpi monolitici sono appena accennati e sostengono il peso di teste con un occhio solo, di grandi madri pietrigne e chiuse, di sagome che l’artista definisce d’ascendenza gotico – medievale e sono private del colore che, solitamente, dilata la massa dei corpi e ne aumenta la drammaticità. […]

Giocose, invece, le tavole a colori, elaborate al computer, che Primo Pantoli ha preparato per un suo libro di prossima uscita, dal titolo “Le favole del babbo per Eleonora”. […] Una vena leggera e surreale corre per tutte le illustrazioni, dando di Primo Pantoli, pittore, scultore e incisore dai tratti severi, una versione incline alla tenerezza.

[…] Inediti anche i lavori di Giuseppe Pettinau, il quale quasi stupisce nello schieramento di tredici raffinati disegni a china su piccolo formato. […] Pettinau traccia col rigo nero dell’inchiostro una sequenza di liquefatti ritratti che si dispongono seguendo un ordine sotterraneo intorno al nucleo opaco di un piccolo puntino generatore d’energia. […] Autori storici, di riconosciuta esperienza e valore, i tre artisti imprimono all’atto primo di “Carte e… carte”, allestita con sobrietà e ritmo da Wanda Nazzari, il suggello della qualità.”

Alessandra Menesini, Carte e… Carte: Rosanna D’alessandro, Angelo Liberati, Antonio Mallus, L’Unione Sarda: “Carte e… Carte”, parte seconda. La rassegna ideata e curata da Wanda Nazzari al Centro Culturale Man Ray, prosegue il suo cammino con le opere di Rosanna D’Alessandro, Angelo Liberati e Antonio Mallus. Tre artisti assai differenti per stili e tematiche, accostati per contrasto, anche tonale, sui muri del Man Ray in una proposta d’autore […]. 

Rappresentano dei morbidi paesaggi vegetali i fogli di Rosanna D’Alessandro , piante e rami generati dall’acqua, essenze botaniche che appartengono alla razza dei fiori notturni. C’è un segno netto a guidare la mano dell’artista, la sua consolidata capacità incisoria ad affiorare nelle sagome astratte coperte di un colore sabbioso e pacato. Si direbbero la faccia lunare delle luminose “Semenze”, sculture leggere e trasparenti realizzate nel lucido materiale d’invenzione di Rosanna D’Alessandro, il misterioso PATRM, con innesti di bacche e rami disidratati che si muovono ad ogni soffio d’aria.

Angelo Liberati schiera una serie di lavori ispirati ai versi e alle note di Leonard Cohen – musicista, romanziere e poeta – e ai testi di Nick Drake, cantautore inglese noto negli anni Sessanta e Settanta. Il lilla, il blu, il rosa di cui parlano le canzoni tornano tutti sui dipinti di Angelo Liberati, da sempre interessato ai linguaggi artistici confinanti con la pittura e, in particolare, al grande cinema di Luchino Visconti. 

La scrittura, le velature, le forme femminili, i colori caldi cari all’artista diventano un omaggio a quei poeti e a quelle parole. All’impianto narrativo e stratificato di Liberati si oppone, visivamente, il segno del vorticismo dinamico di Antonio Mallus. Marcate da un gesto intenso e veloce, le linee ad andamento centrifugo circoscrivono lo spazio e lo dilatano. In una sequenza di onde irregolari, il forte cromatismo dei dipinti diviene forza propulsiva, energia che si diffonde sino ai margini dei fogli. Realizzati in tecnica mista, come tutte le opere presenti in mostra, i lavori di Antonio Mallus si discostano dalla produzione precedente connotata, in genere, da una insistente frammentazione.

[…] La successione ravvicinata degli artisti offre un panorama variegato dell’attuale ricerca isolana, configurandosi come un’unica grande esposizione. A base del progetto, che prende in considerazione solo lavori recenti o eseguiti per l’occasione, c’è infatti un’attenta ricognizione del territorio. Ciò che conta, per la curatrice Wanda Nazzari, è l’effettiva familiarità degli artisti selezionati con un materiale considerato povero, meno nobile e duraturo della tela e sensibile all’umidità. Mezzo affascinante, peraltro, perché candido, cedevole, reattivo.

Marzia Marino, Fogli d’arte e colore con Carte e… Carte, L’Unione Sarda: “Continua al Man Ray di Cagliari “Carte e… Carte”, l’interessante rassegna ideata e curata da Wanda Nazzari, che in sei distinti appuntamenti ha voluto celebrare una delle tradizioni più antiche dell’arte, il lavoro su carta, le sue continue sperimentazioni e infinite potenzialità espressive di questo delicato supporto. In mostra fino a sabato Marina Madeddu, Maura Saddi e Dionigi Losengo […].

Matematica è l’opera di Marina Madeddu: piccoli quadrati di cartoncino tutti diversi, tutti concepiti come progetti distinti e costruiti sulla base di precise proporzioni auree che creano un’opera unica, con infinite possibilità di crescita, governata dal perfetto equilibrio tra pieni e vuoti. […]Abbandonata da tempo la linea retta, Marina Madeddu si concentra sulla linea curva, che qui diventa quasi un nastro svolazzante, in cui il movimento ondulato suggerisce un corrispondente effetto sonoro. Una continua ricerca sulla tridimensionalità e sulla percezione ottica della profondità che l’artista raggiunge anche attraverso le scelte cromatiche: colori acrilici fluorescenti, stesi sul foglio col pennello, attraverso vari passaggi, che sembrano aver catturato la luce.

Il percorso inverso contraddistingue il cammino di Dionigi Losengo. Anche lui come la Madeddu inizia dallo studio della sezione aurea del foglio, ma arriva a soluzioni completamente differenti: parte da una griglia, individua tre spazi e vi inserisce le forme con l’aiuto del tiralinee. Sono opere progettate con grande accuratezza, quelle in mostra, ottenute a furia di sottrarre, per esaltare le quali l’artista ha pensato di utilizzare il cartoncino nero, sul quale campeggiano il rosso e l’oro, colori che Losengo sceglie per investigare gli effetti della riflessione della luce ma che contribuiscono a creare un movimento intrinseco all’opera stessa. E’ un gioco di contrapposizioni e giustapposizioni di forme, pieni e vuoti, in un perfetto equilibrio compositivo.

E, infine, l’astrazione geometrica di Maura Saddi, sulla quale dominano la sintesi e l’anarchia delle linee diagonali e trasversali che conferiscono alla composizione un grande dinamismo e non escludono il rigore della fase progettuale. L’artista parte dalle prime due serigrafie, “Convergenze e Divergenze” e crea ribaltamenti e capovolgimenti giocati sull’opposizione del bianco e del nero. [..

Mauro Manunza: Rossi, Nazzari, Medda, tre fantasie dell’arte nella carta, L’Unione Sarda “Rossi, Nazzari, Medda esprimono ciascuno il proprio rapporto con la carta nel quarto appuntamento della Rassegna al Man Ray, con il titolo “Carte… e Carte”. […] che offre un panorama significativo di quel che si muove sull’isola nel campo di sperimentazione e consolidamento.

“Ombre stellari del tetraedro” è il concetto che ispira Rosanna Rossi nei tre lavori datati 2005. Sono grandi fogli acquerellati privi di supporto e ricchi di fascino, trasmettono sensazioni astrali e desiderio di abbandonarsi a vortici di possibile serenità. […] Ancora una volta l’artista cagliaritana mette in mostra la capacità di trasformare in morbidezza la rigidità di certe forme, in volumi la superficie piatta, in colore il nero abissale – nel contrasto col bianco e nelle infinite sfumature intermedie.

[…] Wanda Nazzari riesce a dar colore dove colore non sembra vi sia, lavorando […]esclusivamente sul bianco […] Qui la carta si forma in scultura, rivelando il segno tipico dell’incisione su legno. Nelle sei opere si riconoscono idealità di scelte personali sulle quali da qualche tempo l’autrice va sviluppando la ricerca […] un contesto bianco nel quale frammenti d’ala si rincorrono e si mischiano in rilievi geometrici […]. 

Italo Medda gioca anch’egli su una tonalità di base, che è il nero, e sulla manipolazione della carta […] da un complicato ordito di strisce, brandelli, minuti ritagli nasce un tessuto che sembra eseguito al telaio […] Queste nuove trame di carta […] si arricchiscono di equilibrati cromatismi e sorprendenti cascate di segni grafici: piccole forme di carta bianca sembrano muoversi in modo autonomo sui tre arazzi in mostra, ciascuno dei quali vuole rappresentare uno spartito musicale […].”

Marzia Marino, Quando l’artista dà le carte, L’Unione Sarda: Una storia millenaria quella della carta, da sempre custode della cultura dell’umanità, strumento indispensabile per le continue sperimentazioni degli artisti, ora principale protagonista al Centro Culturale Man Ray di Cagliari, dove è stato inaugurato il penultimo appuntamento di “Carte e… Carte”, la Rassegna ideata e curata da Wanda Nazzari che, ancora una volta, mette a confronto una triade di artisti ed il loro personale rapporto con il supporto cartaceo […].

La carta è per Gianni Atzeni la depositaria delle sue continue sperimentazioni grafiche. Una ricerca incessante sulla materia, sulla gestualità e sui materiali che lo hanno portato all’utilizzo delle tecniche incisorie più svariate.

Un lavoro calcografico, quello esposto, costituito da sei fogli in cui l’artista sembra reinventare i fiori in un mondo rimastone privo. “I fiori non piangono/i fiori profumano… I fiori giocano con il vento”, così recitano alcuni versi di Sergio Atzeni, apposti dall’artista a suggello della sua creazione.Quasi metafora del tempo che scorre inesorabile, il colore corposo, il nero assoluto del primo foglio, viene abilmente manipolato dall’artista fino a raggiungere tonalità sempre più sbiadite, ottenute utilizzando la lastra scarica. Il fiore si delinea sempre più definito: Atzeni usa la rafia, l’appoggia sulla matrice inchiostrata, copre il colore, la gira, la intreccia creando nodi inaspettati; gioca con gli spessori, costruisce nuovi fiori con una matrice in zinco, prova la stampa a secco, usando un cartoncino in rilievo. Il risultato è una natura viva, in continuo mutamento, in cui evidenti emergono le testimonianze del passato, stralci di fogli della rivista Thèlema alla quale l’artista si legò tra il 1983 e il 1986. 

E con fogli di carta francese Adelaide Lussu costruisce il suo Taruqquiz, un titolo curioso che svela il principio architettonico dell’artista. Al contrario leggiamo infatti, Ziqqurat, con un chiaro riferimento alla forma piramidale dei caratteristici templi a gradoni che nell’opera della Lussu però, digradano verso il basso. Forme simboliche quelle che si ripetono ossessivamente, sempre più piccole, con una precisa struttura sequenziale. Sono cerchi concentrici, che fanno pensare alle conformazioni dell’acqua, elemento principale nell’opera dell’artista. La carta, supporto prediletto dalla Lussu, si adatta, infatti, perfettamente all’acquarello, una tecnica lenta che, attraverso la sovrapposizione di continue velature, raggiunge effetti di grande profondità. La contrapposizione di colori caldi e colori freddi, del rosso e dell’azzurro oltremare, restituisce una luce rarefatta che caratterizza l’opera per incredibile freschezza e brillantezza. 

“Primario, istintivo e naturale” il rapporto di Gianfranco Pintus con la carta. Sin da bambino, strumento essenziale di gioco, di studio e di progetto, la carta è divenuta per l’artista essa stessa oggetto e opera d’arte. Per l’occasione Pintus ha optato per una carta di riso, apparentemente delicata, in realtà molto resistente e tenace. Un nastro continuo si avvolge su se stesso creando un intricato groviglio che si libra, fluido e leggero nel vuoto, suggerendo un senso atmosferico che coinvolge totalmente spazio e ambiente. Su tutto domina un’energia silenziosa che sembra descrivere le forme, suggerire le dinamiche circolari e i movimenti vorticosi. Un grande rigore compositivo riempie sapientemente i vuoti e ci mostra, in prospettiva, le due facce del nastro, come contrapposizione dei contrari, positivo e negativo, una verde e una rosa, tonalità opache e spente, suggerite certo dalla colorazione cruda della carta.”

Marzia Marino, Un pocker d’assi per “Carte e… Carte”, L’Unione Sarda: “[…] Si è chiusa sabato al Centro Culturale Man Ray di Cagliari “Carte e.. Carte”, la rassegna che in sei distinti appuntamenti ha voluto celebrare le più recenti sperimentazioni e le infinite possibilità di applicazione di questo delicato supporto. Un evento reso possibile come sottolinea Wanda Nazzari, ideatrice del progetto, anche grazie al prezioso contributo offerto da, Efisio Carbone, Silvia Ledda e Pamela Sau, tre giovani collaboratori che si sono occupati del piano allestitivo delle esposizioni.

Quattro gli artisti […]: Gino Frogheri, Alessandro Meloni, Antonello Ottonello, Igino Panzino.

Alessandro Meloni si è confrontato con un formato verticale, non facile per le dimensioni, 70 X 100, una stampa alla francese, senza margini, in cui le dimensioni della matrice corrispondono a quelle del foglio. Sono opere uniche, non seriali, lavori che alle tecniche incisorie tradizionali e alle forme espressive contemporanee, come la collografia, affiancano la pittura, utilizzata per preparare la carta, accuratamente scelta dall’artista. Una formazione matura e completa quella di Meloni, che ha fatto proprio il gesto e la materia dell’Informale: i grigi, i rossi, i segni neri, profondi, larghi, quasi xilografici, nell’apparente casualità della composizione, danno forma concreta al misurato progetto dell’artista, specchio della sua moderna sensibilità.

“Vado in giro e tengo gli occhi aperti” così recita l’opera di Igino Panzino che incide e taglia i fogli con la taglierina, li sovrappone, gioca con l’ambiguità dell’immagine, per fare emergere una scritta che allude ironicamente alla condizione di vivace curiosità propria degli artisti. Un uso discreto della carta, ottenuto rinunciando al colore e lavorando esclusivamente con il bianco del cartoncino; una grande manualità, una progettualità concreta e razionale quella dell’artista che raggiunge un esito di estrema raffinatezza e sorprendente eleganza formale. “Antico” il suo rapporto con la carta come quello di Antonello Ottonello, che, nato come scenografo, nel corso degli anni ha imparato a realizzare da solo “il fascinoso e nobile materiale”. Sette i fogli in mostra, tutti di carta riciclata, in cui si alternano giorno e notte, sole e luna, sostenuti in precario equilibrio da piccoli segmenti di legno, segni che rivendicano la necessità di un nuovo ordine nell’universo. È il tempo che scorre inesorabile è scandito dal digradare delle cromie, tutti pigmenti naturali che il gesto mischia alla sabbia, all’aridità dell’esistenza dell’uomo. Ma nell’opera di Ottonello appare sempre evidente la speranza, qui resa concreta e tangibile dal seme che dona la vita. E infine la nitidezza, la luminosità pulita, di sapore quasi metafisico, in cui campeggiano, come apparizioni, le sagome, simbolo inconfondibile ed inequivocabile della produzione artistica di Gino Frogheri. Un risultato raggiunto attraverso un progetto grafico-pittorico che, dopo una rielaborazione al computer, è stato stampato con moderni sistemi digitali. Frogheri alterna i pieni e i vuoti, pone sospesa e centrale la sua sagoma, la smaterializza nella luminosa purezza del bianco, la scompone per poi articolarla spezzata nello spazio.“

Durante questi mesi di intenso lavoro per la mostra Carte e… Carte, venni sorretta e affiancata, soprattutto per gli allestimenti, da alcuni giovani che frequentavano il Centro: Efisio Carbone, Silvia Ledda, Pamela Sau.

La prima volta che incontrai Efisio Carbone, ricordo di averlo rimproverato per uno scritto sul quale non ero d’accordo. Lui rimediò prontamente, io mi pentii di essere stata scortese e mi riproposi di seguire questo giovane così volonteroso che aveva deciso di intraprendere la difficile carriera dello storico dell’arte. Per farmi perdonare lo invitai nel mio studio e da allora iniziò a frequentare anche il Centro Man Ray. Il suo sorriso, i suoi modi gentili, la sua volontà di crescere e di imparare, la sua intelligenza creativa, sempre vigile e pronta a intervenire nei momenti di crisi e di fatica, incantarono tutti. La collaborazione con il Centro divenne sempre più assidua, lavorò con appassionata condivisione fino a raggiungere ruoli molto importanti: curatela di mostre, rigorosi progetti di allestimenti, assistenza preziosa  ai giovani artisti partecipanti all’happening Imperfetto Futuro 2008, 2009, 2012, curatela di due edizioni di STANZEDi luce e di tempo nel 2010; Land(e)Scape nel 2012. Ancora curatela della mostra Et in arcadia ego all’interno dell’evento Metti un nido in Cittadella 2014/15, nella quale ha riunito un gruppo di giovani artisti che si erano formati al Centro Man Ray, e ora fanno parte di prestigiose gallerie. Grande regalo, grazie.

Pamela Sau. Pamelina, come mi piace chiamarla, entrò al Man Ray nel gennaio 2007. Fresca di studi, si era laureata l’anno prima e aveva una gran voglia di lavorare. Arrivò con il suo curriculum e un sorriso smagliante, ci propose subito la sua collaborazione, nonostante sapesse che non poteva contare su alcun compenso. Totalmente priva di esperienza, ci meravigliò per la sua capacità intuitiva e organizzativa. Lucida intelligenza, Pamela non si perde mai, tutto quello che prova riesce a farlo. Dal 2007 al 2012 ha insegnato Storia dell’Arte e della Fotografia alla Man Ray Photo School, curando insieme a Stefano, le varie edizioni delle mostre didattiche. Generosa, instancabile, protettiva, presente e attivissima nelle varie edizioni di Imperfetto Futuro, collaboratrice perfetta e instancabile agli allestimenti di varie mostre importanti, ultima Metti un nido in Cittadella, evento di arte partecipativa e animazione culturale, per la quale si è prodigata all’inverosimile. Dal grande sostegno morale durante la fase della progettazione, all’allestimento amorevole e appassionato delle opere, come un’operazione d’appartenenza, fino a coinvolgere nel lavoro finale anche la piccola Gaia, sua figlia di due anni, che, in una sorta di gioco, si è divertita un mondo ad accompagnare la madre in giro per la città, a distribuire le locandine dell’evento. Pamelina sei grande!

 

 

 

 

 

 

 

 

a sinistra Efisio carbone

a destra Pamela Sau

Silvia Ledda dott.ssa in storia dell’arte, è stata con noi diversi anni, un’adorabile presenza che si fece molto amare. Silvia collaborò con molta competenza e con passione agli allestimenti di varie mostre tenute al Man Ray di via De Gioannis, importante Carte e…Carte che realizzò con Efisio Carbone e Pamela Sau, e seguì con grande interesse anche l’allestimento e la realizzazione alcuni set di ritratti in animazione (fotografia di scena), realizzati da Stefano per la mostra del 2008 Stanze VIII Edizione, Ritratti, a cura di Alessandra Menesini. Fece, inoltre, parte del gruppo dei giovani provenienti dal dipartimento di Storia dell’Arte che collaborarono con il Centro durante gli happening Imperfetto Futuro 2008, 2009 e 2012. 

Gianfranca Loi

Buona, riservata, costante, passionale! Fisicamente minuta, ma con una grande forza interiore. Ama l’arte, e in special modo la mia perché la vive giorno per giorno: non a caso, ogni tanto mi viene di pensare a lei come al mio angelo discreto, sempre pronta a proteggermi, ma anche a discutere, quando si tratta di giuste motivazioni, o del mio lavoro, del quale, con il passare degli anni, è diventata “gelosa”, fino a riprendermi, quando mi capita di regalare piccole opere come gesto d’affetto, senza averne prima parlato con lei, e scelto insieme. Gianfranca entrò al Man Ray nel 2008. Ricordo che non le fu facile adattarsi ad una realtà tanto frenetica come la nostra, ma le piacque molto e si diede da fare fino a diventare collaboratrice appassionata e, in alcuni casi, preziosa consigliera. Gianfranca fa tutto appassionatamente e scrupolosamente, come nell’ultimo impegno di Metti un nido in Cittadella al quale dedicammo più di un anno di faticoso lavoro. Difficilissimo impegno, per mille problemi e per mille collaborazioni, ma lei, sempre al mio fianco, a combattere con le infinite vicissitudini che un progetto come quello comportava.

a sinistra Silvia Ledda

a destra Gianfranca Loi

Alla fine del 2007, varie vicissitudini ci costrinsero a lasciare lo spazio di via De Gioannis. Lasciammo a mio figlio Stefano e al Man Ray la casa di via Campania e con mio marito Elio andai a vivere a Muravera, pensando di fare di necessità virtù e di godermi quegli spazi che amavo ma che vedevo di rado. Per quattro anni mi divisi tra Cagliari e Muravera lavorando alacremente, senza far saltare alcuna programmazione. Era molto faticoso, ma possibile. A Tuerra, così si chiama la località dove si trova la nostra casa, in quegli anni sono nate opere molto importanti per me. La solitudine, la nostalgia per la mia vita lasciata, mi fecero entrare in una sacca di dolore incredibile, che accettavo come normale, come se tutto fosse già programmato; e a questo dolore mi aggrappavo, respirandolo, come necessario. La mia creatività risalì potenziata a nuova vita e nacque la serie di opere Origine, legate ad alcune lettere di mio padre ritrovate nella “fuga”. Potere del dolore! Il dolore mi aveva scavato dentro fino a farmi ritrovare ancora viva la memoria delle mie origini.

2008

Tra il 2007 e il 2008 il Centro Culturale Man Ray ha prodotto un video dal titolo:

RITROVARSI, Integrare le generazioni per prevenire le de-generazioni, realizzato all’interno del progetto: Scuola-Famiglia-Società, su iniziativa della dott.ssa Pierangela Cocco, dirigente dell’ufficio scolastico Provinciale di Cagliari, nell’ambito di azioni attivate per contrastare il bullismo, secondo le linee guida diramate dal Ministero dell’Istruzione, contro un fenomeno divenuto emergenza educativa. Un grande lavoro durato un anno scolastico a cura del professor Pietro Rutelli, docente di Psicologia all’Università di Cagliari; della dott.ssa Pierangela Cocco, responsabile U.S.P; di Roberto Cajafa, regista e attore; di Stefano Grassi, regista video e fotografo, per conto del Centro Culturale Man Ray. Coordinamento Sabrina Cesetti e Maria Ausilia Mostallino U.S.P. (Cagliari).

Il progetto, finanziato dal Ministero della Pubblica Istruzione in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia Università degli Studi di Cagliari, ha compreso la stesura di un testo teatrale, realizzato dal concorso di gruppi di lavoro formati da genitori, allievi e insegnanti di due scuole cittadine: Scuola Media Alagon e Liceo Classico Siotto Pintor, sostenuti dal contributo di otto psicologi che si sono alternati durante le fasi di lavoro.

Esperienza molto interessante che ha prodotto uno spettacolo teatrale suddiviso in 4 scene, interpreti gli stessi creatori del testo: allievi, insegnanti, psicologi, genitori, con la regia di Roberto Cajafa. Il video realizzato dal Centro Culturale Man Ray con la regia di Stefano Grassi, comprende tutte le fasi di lavoro in progress dalle prime riunioni fino alle riprese dello spettacolo che è stato presentato nel Teatro del Conservatorio Pierluigi da Palestrina di Cagliari.

Nel settembre 2008, ricordo una importantissima edizione di Laboratorio – mostra didattica della Man Ray Photo School, a cura di Stefano Grassi e Pamela Sau, gentilmente ospitata, a titolo gratuito, nello spazio Laboratorio 168 di Gianmario Selis, già Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna, grande indagatore della scena dell’arte isolana e sostenitore degli artisti. Assistente silenzioso, per tanti anni, di varie iniziative culturali, con una spiccata tendenza al sociale, collaborò da esterno con il Centro Man Ray sin dal 1998. La sua presenza incoraggiante, i suoi consigli, il suo affetto, dimostrato in varie occasioni, ci diedero lo stimolo e la forza di continuare nella difficile gestione di una realtà sociale “temeraria”, fatta di incerte risorse finanziarie, sempre poche rispetto ai grossi progetti, e di tanta fatica, ma che valeva la pena vivere, così come è stato: appassionatamente, raschiando il fondo dei nostri personali ed esigui risparmi, per portare avanti degli eventi regionali e internazionali che includevano gli artisti storici, ma soprattutto i giovani, e sono tanti, che abbiamo amato e stimolato nel difficile cammino dell’arte. Da qualche tempo, non avendo più la galleria, e limitandoci a una o due mostre all’anno, i nostri incontri si sono diradati, ma tutti noi pensiamo a Gianmario Selis con l’affetto di sempre, e vogliamo ringraziarlo. Grazie ad un uomo colto e riservato che si è reso partecipe di importanti accadimenti, in una forma sempre discreta e silenziosa. Il bellissimo e difficile spazio di Gianmario venne studiato e misurato in lungo e in largo. Per l’occasione, il “padrone di casa” ci diede il permesso di utilizzare anche uno spazio soppalcato che ci risolse alcune situazioni, dato che le opere erano tante e particolarmente belle, soprattutto quelle di gruppo: fotografia di scena che indagava il tema delle Pin up.

Grande festa gioiosa e sentita il giorno dell’inaugurazione e grande afflusso di pubblico che continuò anche nei giorni a seguire, bellissimo ricordo! Ora quello spazio non esiste più, peccato!

Dal testo di Pamela Sau: “Il Centro Culturale Man Ray, al suo quattordicesimo anno di attività didattica, propone la collettiva degli allievi del Man Ray Photo School 2007-2008, diretta dal professionista fotografo e operatore video Stefano Grassi, autore di importanti lavori e operazioni artistiche. L’immagine fotografica è un potente strumento soggettivo di trasformazione, di analisi, di interpretazione e costruzione del reale. La nostra cultura, oggi, vive per associazioni di immagini. Alla stessa maniera del linguaggio le immagini comunicano, ma spesso, a causa del loro scorrere incessante la mente umana non riesce a coglierne il significato nella loro singolarità, poiché esso risulta sfuggente e confuso. La Scuola di Fotografia – semestrale, è finalizzata all’apprendimento della tecnica fotografica e allo sviluppo delle capacità di lettura delle immagini attraverso lezioni teoriche e pratiche condotte da esperti operatori culturali, fotografi e artisti. 

Diverse escursioni, inoltre, portano gli allievi alla riscoperta del territorio in cui vivono. Ogni allievo, all’inizio del corso, sceglie una tematica nella quale confrontarsi e sperimentare per tutta la sua durata “un modo nuovo di osservare la realtà attraverso l’approfondimento di un senso critico e costruttivo”, indispensabile per la ricerca di un proprio stile.

Questa mostra didattica, dal titolo Laboratorio 2008, è il risultato delle ricerche dei singoli allievi, assistiti dalla grande professionalità di Stefano Grassi, sui temi che variano dal reportage geografico al ritratto sociale, dalla macro fotografia all’archeologia industriale, dal racconto fotografico al concettuale. L’esposizione presenta, inoltre, il lavoro di gruppo realizzato durante il corso sul mondo delle PIN UP, seducenti e procaci icone, fenomeno anni ’50. Il tema, scelto durante l’anno, è stato progettato da tutti gli allievi secondo una tematica ben definita: la fotografia di scena. Di fondamentale importanza è stato il reperimento di attori che hanno posato per le scene secondo una precisa stesura di un copione e la realizzazione del progetto di allestimento (set, illuminazione, punti di vista e prospettive, abbigliamento, acconciature e trucco). L’operazione è frutto del lavoro di equipe, sotto l’attenta direzione di Stefano Grassi, in cui ogni allievo si è adoperato nel ruolo del regista ed ha contribuito alla realizzazione delle sequenze.

[…] La mostra Pin Up – Laboratorio 2008 prosegue con le tematiche personali dei singoli allievi.”

IMPERFETTO FUTURO 2008 VI EDIZIONE

A novembre 2008, ci venne concesso lo spazio del Centro Comunale d’Arte e Cultura il Lazzaretto di Cagliari, per la VI edizione di Imperfetto Futuro, rassegna ormai collaudata e molto attesa, alla quale collaborarono, oltre al gruppo Man Ray, anche diversi allievi della scuola di specializzazione in Storia dell’Arte del Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico-Artistiche dell’Università di Cagliari, diretta da Maria Luisa Frongia.

Dallo scritto di Efisio Carbone: 

“[…] Attraverso l’happening, l’azione-creazione si mostra generosamente in tutte le sue dinamiche divenendo presente e tangibile “furor” in dialogo costante e non più segreto con le forme artistiche che lo circondano. Imperfetto futuro, nel raccogliere questa eredità, ha il potere straordinario di legare insieme artisti emergenti con maestri dalla lunga e consolidata carriera; inoltre permette ai protagonisti di arricchire, attraverso un reciproco scambio, il proprio vissuto emozionale, humus prezioso per le creazioni future.”

Per le arti visive hanno preso parte: Federico Carta, Stefano Melis, Gabriele Pais, Enrico Piras, Simone Pisano, Antonello Sanna, Mattia Secci, Alberto Spada; per il teatro: Collettivo Darkness Elite, Le Compagnie del Cocomero, le allieve de La Fabbrica Illuminata, Roberta Locci, Luisa Massidda, Alessandro Pani, Elena Pau, Stefano Raccis, Daniela Spissu; per la musica: Aletheia, Il Coro della Scuola Civica di Musica, Marco Argiolas, Riccardo Dessì, Alessio Devita, Elena Ledda, Marco Loddo, Giuseppe Maggiolo Novella; per la danza: Compagnia Danza Labor Tersicorea, Devasta kings, OnOff, Valentina Cossu, gli Allievi di Luigia Frattaroli, Gabriele Vaccargiu. 

Le scuole: Liceo Artistico Statale “Foiso Fois” di Cagliari, sede di via San Giuseppe; Accademia di Belle Arti di Sassari; La Fabbrica Illuminata, Scuola per l’Arte dell’Attore di Cagliari, diretta da Marco Parodi; Scuola Civica di Musica di Cagliari; Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte e del Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico-Artistiche dell’Università degli Studi di Cagliari. Interventi di: Antonello Dessì, Mercurio Now; Marco Nateri, Wanda Nazzari, Elena Ledda, Stefano Grassi, Listen!; scrittura: Marcello Fois, Franca Nurchis; Video: Stefano Grassi; opere sceniche: Marco Nateri.

Mi preme complimentarmi vivamente e ringraziare Maria Paola Masala per lo splendido articolo di recensione sulla rassegna, intitolato Giovani, artisti, entusiasti, l’imperfetto futuro è tutto loro, dove, in una forma sintetica e da grande giornalista, ha saputo raccontare gli accadimenti e le emozioni di tre faticosissime giornate di happening.

Da Maria Paola Masala su L’Unione Sarda: “Forse, il senso di tutto – se tutto ha un senso – è in quella tela che Alberto Spada rovescia, per dipingerla sul lato nascosto. È in quel gesto di disobbedienza che rompe l’ordine e ne stabilisce un altro. Perché un ordine c’è, c’è stato, in questo Imperfetto Futuro che per tre giorni, ogni giorno di più, ha riempito la grande sala secentesca del Lazzaretto di Sant’Elia, regalando a Cagliari un momento di vitalissima sinergia tra arti visive, danza, musica teatro e fotografia. Un ordine caratterizzato da una scaletta fittissima (35 momenti diversi, un coinvolgimento di 150 artisti) e da un assunto: l’arte non consola. Interroga, inquieta, allarma, esalta, sbilancia, infastidisce, stride, toglie il fiato. Spesso è incomprensibile e pure noiosa. Ma di consolatorio non ha niente. Come la vita, del resto. E allora ecco che quell’Imperfetto futuro che dà il titolo alla rassegna assume oggi un significato ancora più forte. Ecco che questa manifestazione fatta da giovani (preziosi gli allievi del Dipartimento di storia dell’arte contemporanea di Marisa Frongia che hanno garantito l’accoglienza) sottolinea quest’anno più che mai – attraverso i suoi vari linguaggi artistici – l’inquietudine della precarietà, e insieme la voglia di costruirlo, questo imperfettissimo futuro. L’hanno fatto tutti, gli artisti che hanno partecipato gratuitamente, servendosi dei loro linguaggi e di un passato rappresentato dai “maestri”: e su tutti Wanda Nazzari, fondatrice del centro culturale Man Ray e anima (autogestita) dell’iniziativa, che ha chiamato a inaugurare la manifestazione “con un gesto e con un segno” un artista eclettico come Antonello Dessì.

In seguito protagonista, con i suoi 25 alunni del “Foiso Fois” di Cagliari, di una coinvolgente performance: Mercurio Now vedeva schierati, tra le certezze eterne e opposte di Dioniso (Massimiliano Coscia) e di Apollo (Stefano Dessì), la mercurialità impazzita degli adolescenti. […]

E che dire di Listen!? (Significa Ascolta! Ed è stato il clou della terza serata: l’esaltazione degli opposti. Con Elena Ledda vestita di carta, e di bianco, a cantare mirabilmente i suoi goccius, e otto coristi della scuola civica di musica […] a intonare uno dei canti gregoriani più belli, Jesu, dulcis memoria di Bernardo di Chiaravalle. Mentre le immagini seppiate di una recente manifestazione cagliaritana contro il decreto Gelmini trapassavano gli abiti, e si riflettevano sulle pareti bianche della sala: l’inquietudine del presente (e il suo forte impatto sociale) che irrompe sulla quasi eternità dei canti. A girare il video Stefano Grassi, che al Man Ray dirige la scuola di fotografia – protagonista trasversale della rassegna – a volere il contrasto Wanda Nazzari, che ha chiesto a Marco Nateri di creare i costumi e di curare la regia. Nateri, protagonista anche di una dura, angosciosa performance, che ha per protagoniste due gabbie di ferro da lui create: vi si infilano Roberta Locci e Alessandro Pani, danz-attori, quasi nudi, al termine di un percorso che li ha visti vestiti di bianco (ancora puri?) alle prese con il bisogno (e l’impossibilità) di comunicare. […] parlano lingue incomprensibili e infine fissano la loro incomunicabilità denudandosi e imprigionandosi in una gabbia che diventa la loro vita.

È di comprensione più immediata il disperato, feroce ”Io sono” di Silvia Plath interpretato con grande intensità da Elena Pau, che ha partecipato alla kermesse con altri giovani attori della Fabbrica Illuminata di Marco Parodi. A far da contrappunto alle sue considerazioni sulla vita, e sul dolore, il clarino di Marco Argiolas: prima amico (è la Ninna nanna di Brahms ad accarezzare le nostre orecchie), poi angoscioso come solo la musica sa essere. Davanti ai fornelli, la poetessa americana che morirà suicida prepara una frittata e racconta il suo male di vivere.

Spumeggiante il dialogo-scontro tra Stefano Raccis e Luisa Massidda, giocato su alcune pagine del film di Kenneth Branagh nel bel mezzo di un gelido inverno.

Affascinante, segnato dalla musica di Arvo Part, Simbiosi, del Trio Alluminium, performance di danza della scuola Tersicorea di Simonetta Pusceddu. Dove le luci di Gianni Melis danzano con Evelina Ambu, Ilaria Gallus e Annalisa Rocca. Ed è ancora danza, con le cinque allieve della scuola di Luigia Frattaroli, che mettono in scena una pagina di Lunamoonda, di Bruno Tognolini, ovvero il mondo salvato dagli Iskillellè. 

Con loro, il bravissimo Gabriele Vaccargiu. Protagonista anche di alcuni splendidi assolo (l’ultimo, struggente, danzato sul tema di Schindler’s List di John Williams).

E ancora: la danza dei deliziosi On Off, che hanno contrappuntato vari interventi, quella di strada dei Devasta Kings, breakers eccezionali, l’inquietante performance del Collettivo Darkness Elite (Visione I), testi e regia di Giacomo Pisano. E l’omaggio a Depero e al futurismo delle Compagnia del Cocomero, il dialogo estemporaneo tra il violino di Alessio De Vita (fedelissimo del Man Ray) e il pianoforte di Giuseppe Maggiolo Novella. E le improvvisazioni musicali di Riccardo Dessì e Marco Loddo e del gruppo jazz che conclude in bellezza con la Balente Stefania Liori. Si chiama Aletheia “verità”, termine che in questo contesto suona come un ossimoro. E ancora, le tele dipinte di Federico Carta, Stefano Melis, Gabriele Pais, Enrico Piras, Simone Pisano, Antonello Sanna, Mattia Secci, Alberto Spada.

Il performer più giovane di tutti è Mattia Dessì, anni 7: spetta a lui il compito di tracciare (dopo Stefano Raccis) il primo segno sulla grande tela della terza giornata. Disegna un rettangolo rosso, come rossa è la lunga striscia che con sempre maggior sicurezza, traccerà, a delimitare lo spazio del coro gregoriano. Chissà che cosa ha colto, di Imperfetto futuro, il piccolo Mattia. Che cosa ha capito delle pagine mirabili del Picta di Marcello Fois, lette da Daniela Spissu e Stefano Raccis, (… “niente è stato fatto per la vista, ma per l’anima” …). O dei versi di Franca Nurchis che chiudono la manifestazione “… tutto si chiude nel silenzio altissimo di un respiro, all’infinito”… Forse, anche per lui, è più facile cogliere il senso di quella tela rovesciata: gli racconta con un semplice gesto che l’obbedienza non è più una virtù. Tanto meno nell’arte.”

Maria Paola Masala

Bella, davvero bella, con i suoi capelli portati tutti bianchi e i suoi occhi meravigliosi. Grande cuore generoso, grande classe, disponibile all’ascolto e al coinvolgimento sentito, reale. Presenza gradevole, in tutti i sensi, basta incrociare il suo sguardo per incontrare un dono. Maria Paola sa donarsi. Lo ha dimostrato nel suo passato di grande giornalista che per fortuna, ancora prosegue, lo dimostra nella sua disponibilità a raccogliere, sempre con molta discrezione, le vite degli altri, a sorridere amorevole e a incoraggiare. Ama l’arte, la musica, il teatro. Le sue recensioni sono attente, partecipate, profonde, perché profondo è il suo sentire e la sua capacità di penetrare e descrivere i “passi” dello spirito.   

2009

Stanze VIII edizione, Ritratti, Stefano Grassi e Max Solinas.

Dalla presentazione di Alessandra Menesini: “C’è un doppio dinamismo, nelle immagini di Stefano Grassi. È la tecnica del panning a sfumare i lineamenti e il corpo del suo unico soggetto, un giovane dark. “Trespass” – ovvero trasgressione, peccato, è il titolo di una sequenza che indaga il mondo notturno, oscuro, vagamente gotico. Piercing, ciuffi acuminati, borchie, catene, carnagione pallidissima, abiti neri: gli emblemi di appartenenza sono subito riconoscibili per chi sappia decodificarli. Manifestano l’adesione a una tribù urbana che deriva i suoi canoni nella letteratura ottocentesca e dal cinema horror. Ma, a emergere dagli scatti di Stefano Grassi, è una fisionomia fortemente individuale, un ritratto personale: è uno scavo attuato attraverso la luce che piove sugli occhi e sulle mani ed esalta i gesti che si offrono liberi all’obiettivo. Una spontaneità che è in realtà il frutto di un lungo lavoro sui set, di un esercizio di concentrazione teso alla ricerca di una sintonia fisica e mentale tra chi maneggia la macchina e chi posa. Il rapporto gerarchico fra le due parti è sostituito da una partecipazione che si fa adesione introspettiva. La ricerca del confine è condivisa ed è in questa terra di mezzo che il diaframma fra costruzione e istinto si fa più labile e inconsistente. Ingannevole, la verità dell’apparenza. Protagonista, più che il corpo così tanto sottolineato ed esaltato e poi negato e punito nei rituali della scarificazione, è la sfera interiore, la parte nascosta che chiamiamo anima.

Bianco e nero, anzi un nero zeppo d’ombre per gli “Angeli” di Max Solinas. Torsi nudi e irsutissimi, in pose frontali, venate in una malinconica ironia. Ritratti maschili, in una galleria dedicata ai non giovani e ai non belli. Ai senza casa o ai senza famiglia, a quelli che hanno scelto o subito un’esperienza non regolamentare. Di solito, i soggetti di Max Solinas vengono rappresentati con accanto un oggetto che, per attinenza o per contrasto, è una sorta di proiezione della loro personalità. Gli Angeli invece dispongono solo di uno sfondo oscuro e delle loro facce attraversate dalle rughe, dei loro gesti controllati, delle loro espressioni intense e dignitose. Succinte, le didascalie dicono il nome e un solo particolare della loro vicenda personale. Walter, senza fissa dimora. Antonello, orfano. Gino, marinaio. Qualcuno è tatuato su carni ormai lente, un altro indossa una cintura pitonata, un altro ancora finge di boxare, perché è stato pugile e campione del mondo. C’è il cinefilo, il pescatore, il poeta. Fissano l’obiettivo del fotografo che ha conquistato la loro fiducia e che è andato a cercare gli angeli molto lontano dal paradiso. Assurti a rango di protagonisti, si offrono a chi li osserva con una vaga perplessità nello sguardo. Hanno una storia aguzza da raccontare per ognuna delle pieghe del viso e nel viso un connubio di intensità e timidezza. Combattenti dalle molte battaglie, reduci dalle medaglie ammaccate, sono da iscriversi alla nutrita categoria degli ultimi che saranno i primi.”

Dalla recensione di Celestino Tabasso, In Bianco e Vero La vita conquista la Cittadella, A Cagliari “Angeli” di Solinas e “Trespass” di Grassi La fotografia tra lirismo e ricerca umana, da L’Unione Sarda del 17.01.2009:

Ieri il tempo non è stato clemente con le mostre della Cittadella dei Musei. Troppo buono, troppo limpido. Le fotografie di Stefano Grassi e Max Solinas avrebbero meritato un tocco di tregenda, o almeno qualche nuvolone gotico o un tocco di nebbia che anticipasse i toni cupi e crudi dell’esposizione. […] Completamente dark il lavoro di Grassi, scavato nella dura materia dell’attualità quello di Solinas.

In realtà c’è più di un filo che unisce “Trespass” e “Angeli”. Oltre alla scelta stilistica del bianco e nero le due esposizioni parallele hanno in comune l’essenzialità delle scene, l’assenza di qualunque elemento che non sia il corpo e il viso dei modelli, la rinuncia alla speranza e l’assenza dell’aggressività come toni morali dominanti. Ma soprattutto, in omaggio al nome scelto per il progetto di Wanda Nazzari curato da Alessandra Menesini, Grassi e Solinas presentano dei ritratti.

Quest’ultimo, in realtà, dei suoi “Angeli” presenta quasi delle biografie, scritte nel tempo di un sospiro. I soggetti delle sue fotografie vengono dai quartieri duri della vita, hanno addosso storie impegnative, incise ruga dopo ruga, e le mostrano senza ostentazioni ma sempre con rispetto di sé, a tratti con una fierezza da caballeros. Confesso che ho vissuto, dicono i loro sguardi acuminati. E gli occhi basterebbero, potendoli isolare con un rapido lavoro di forbici, per un’esposizione a sé. Quelli malinconici dell’orfano, quelli ferini e stretti a capocchia di spillo del “pugile”, quelli intensi come laser del “senza fissa dimora”.

Quello che non raccontano le pupille né le didascalie – […] lo dicono i corpi. Solinas ha voluto che tutti i suoi modelli si facessero ritrarre in jeans e a torso nudo, il massimo grado di esposizione per catturare la massima sincerità. Epidermidi che sono delle geografie, solcate da cicatrici a volte di bisturi e a volte di altro, mostrate poro per poro, pelo per pelo, piega per piega. Ne viene fuori un racconto intimo e totale che però non è mai spudorato. 

Non c’è un solo momento che faccia pensare a una galleria di freak, non si legge mai un intento sarcastico. Non sono caricature, sono ritratti di angeli. E gli angeli – si sa – restano in carica anche quando perdono la strada una volta arrivati sulla Terra. 

[…] Abituato come fotoreporter a raccontare la cronaca, Solinas stavolta inquadra direttamente le conseguenze della vita. Storie diversissime tra loro, e diversi sono i riferimenti stilistici che Solinas sposa per illustrarle. L’orfano mima la nostalgia del calore materno coccolandosi da solo in una posa che sarebbe piaciuta ai neorealisti e a Pasolini. Il pugile salta fuori dall’immagine, il gong dell’ultimo round ancora nelle orecchie, in una guardia così plastica che pare piombare da un fotogramma di “Sin City”, il film che ha animato le chine inimitabili di Miller. Sul “fruttarolo” piove una secchiata d’ombra caravaggesca, che lascia emergere solo il ventre imperiale e un’occhiata folgorante. E poi il “senza fissa dimora”, radiografato da uno scatto accuratissimo e umano, lirico e scrupoloso, che per profondità e qualità ricorda le lastre ai sali d’argento che i fotografi usavano nell’Ottocento per acchiappare l’anima dei briganti trascinati in caserma.

[…] Stefano Grassi fa interpretare a un giovane e borchiatissimo modello la sua ballata dark. Un assolo di piercing e cuoio che il fotografo ha ripreso con la tecnica del panning, che vede muoversi in simultanea l’obiettivo e il soggetto. […] Grassi lo ha voluto per condensare in otto fotogrammi un ballo solitario e composto, tessuto di gesti pieni di senso e vuoti di minaccia, ad onta di tutto l’equipaggiamento metallico che spunta dall’epidermide del modello. Ma quell’acciaio, spiega la Menesini, non serve ad aggredire il prossimo quanto a punire chi lo porta su di sé.

Al dark di “Trespass” il panning regala un’aura spessa di luminosità che accompagna i suoi movimenti nitidi, quasi delle zaffate del fluido iridescente che fate e stregoni sanno emettere dalle mani. Ma quest’eco luminosa dei suoi gesti non sfoca il nitore dell’immagine. La trama della rete che gli veste il torace, le spirali della corona spinata che gli cinge un polso, l’addensarsi in ciocche sottili dei capelli scampati al rasoio: tutti dettagli che si stagliano su una pelle candida e mutevole, ora di cera e ora di marmo tiepido, elemento portante di “Trespass” quanto gli occhi del dark, assorti e imperscrutabili. «Mi interessa – spiegava ieri Grassi all’inaugurazione – raccontare la parte oscura che ciascuno di noi ha, quella zona repressa dall’educazione e dalle convenzioni sociali». Lo ha fatto con levità e con la sapienza di chi sa far alleare il buio e la luce. […]”

Dalla recensione di Anna Brotzu, I ritratti di Solinas e Grassi tra i frammenti di ardue esistenze (Il giornale di Sardegna): “La trasgressione e la tenerezza nelle Stanze del Man Ray. Viaggio ai confini del bene e del male per l’ottava edizione della rassegna ideata da Wanda Nazzari e curata da Alessandra Menesini, con la galleria di “Ritratti”, firmati da Max Solinas e Stefano Grassi […]. Un racconto duale che si dipana attraverso gli sguardi intensi e fieri, sognanti e smaliziati di uomini veri, rubati per un istante alla vita, e le sensuali geometrie di una danza che reinventa iconografie metropolitane per indagare negli abissi dell’anima. Frammenti di esistenze ardue e difficili si intuiscono dalle fotografie degli “Angeli” di Solinas, storie di pugili e clochard pescatori e orfani racchiuse in uno scatto con una breve didascalia, appena un nome e un dettaglio, per ricostruire la lunga avventura dei giorni. Abitanti del mondo “senza fissa dimora” dagli occhi ardenti che molto, forse troppo hanno visto, con l’icastica possanza del “fruttarolo” e il volto impenetrabile di “sa pubia” […]. Creature reali proiettate in una dimensione straniante, in pose da reclame, restituiscono, pur nell’eleganza del bianco e nero, un senso di calda umanità che si trasfigura nelle sequenze “danzanti” di Grassi. Il protagonista è un giovane principe della notte, tra lacci, borchie e catene, emblemi dark e pallore lunare, tatuaggi e piercing che disegnano i confini delle moderne tribù metropolitane, terre d’angeli caduti, esseri arcani la cui fragile, cupa bellezza si consuma e svanisce in ultima, fulgida fiammata.”

Nel 2009, per nostra fortuna, ci venne riconfermato il Lazzaretto di Cagliari per Imperfetto futuro Art in progess VII Edizione.

Spazio funzionale all’operazione sia per le dimensioni che per la possibilità di adattamento alle varie discipline in gioco. Come l’anno precedente, coinvolsi nell’organizzazione, oltre allo staff Man Ray, anche giovani quali Efisio Carbone, che diede un grande sostegno per la sezione Arti visive, Pamela Sau con l’amica Alice Dessì e Silvia Ledda che si attivarono all’accoglienza. Naturalmente alla direzione, oltre a me, Stefano Grassi, Gianfranca Loi, Stefano Raccis. 

La rassegna coinvolse gli allievi delle scuole: Liceo Artistico Statale Foiso Fois di Cagliari; Centro Studi Danza Arabesque di Sinnai; Academìa Danza y Teatro di Cagliari; La Fabbrica Illuminata, Scuola per l’Arte e l’Attore di Cagliari; Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Cagliari.

Per le Arti Visive: Barbara Ardau, Alessandro Biggio, Ilaria Gorgoni, Andrea Milia, Gabriele Pais; per la Musica: Coro Francisco Guerrero, Titti Petrollese Band, Red White Blues, Alessandro Angiolini, M.A., Alessandro Atzori, Roberto Deidda, Alessio De Vita, Marco Loddo, Alessandro Olla, Jimmy Regan, Daniele Russo; per la Danza: le allieve di Valentina Cossu; allievi della scuola Academìa Danza y Teatro, maestro coreografo Theo Piu; allievi della scuola Centro Studi Danza Arabesque di Sinnai, maestro coreografo Theo Piu; Improvvisamente (Rita Spadola, Riccardo Vitello, Carla Onni), idea e regia: Carla Onni; Casadelladanza di Luigia Frattaroli; Compagnia di Danza Contemporanea Mezzanima, coreografie Gabriele Melis; per il Teatro: Paolo Angioni e Raffaele Corti, Andrea Lecca, Cécile Rabiller con Michael Mc Guinness e Giorgia La Nasa, Isella Orchis, Elena Pau, Flora Emma Raccis, Stefano Raccis, Angelo Zedda. Interventi performativi: Barbara Ardau: “Progetto Tavor”, con Barbara Ardau, Stefano Cau, Michela Mancosu, Ludovica Melis e gli allievi della 4 e della 5 B del Liceo Artistico Statale Foiso Fois di Cagliari, musiche di Daniele Sepe; Antonello Dessì: Canto d’amore: eutanasia per poveri (omaggio a Giorgio de Chirico), con Antonello Dessì, Giovanni Oppo e Claudia Serra. Video Stefano Grassi, Marcello Nocera; Fotografia Man Ray Photo School.

Dal mio testo di presentazione: “[…] L’happening riafferma, ancora oggi, un’esperienza artistica che supera qualsiasi frattura tra arte e vita, dando un riconoscimento etico all’atteggiamento liberatorio dell’artista. Liberazione individuale che diventa liberazione collettiva, comprendendo anche il pubblico, mai passivo, che interagisce con le proprie emozioni, entrando a far parte del “gioco”, dentro l’opera che diventa “gesto del vivere” […]. L’artista traccia il segno: visivo, musicale o teatrale, all’interno dello spazio, riproponendo la propria cifra, muovendosi in una dimensione collettiva, che è tempo di vita, di interrogazione e di affermazione, nell’atto di esserci come atto di esistere. […]”.

Maria Paola Masala, L’imperfetto futuro dei giovani artisti – A confronto arte visiva, musica, teatro, danza e performance, L’Unione Sarda 19.11.2009: “Molti talenti, e la voglia di lasciare il segno. È la scommessa di Imperfetto futuro, la sfida che un pugno di giovani artisti (accompagnati da alcuni maestri) lanciano alla sonnacchiosa quotidianità di chi preferisce percorrere strade già note […]. Giunto alla settima edizione, il progetto dedicato alle sperimentazioni artistiche ripropone anche quest’anno negli affascinanti spazi del Lazzaretto di Cagliari una tre giorni di art in progress: arti visive, musica, teatro, danza, poesia. […] Ieri, con una conferenza anomala (dove ad essere protagonisti sono stati gli artisti e non gli organizzatori) Wanda Nazzari, fondatrice del Man Ray li ha presentati uno ad uno. Con lei Stefano Grassi, Stefano Raccis, Gianfranca Loi, curatori del progetto che ha visto la partecipazione di Efisio Carbone, Silvia Ledda, Pamela Sau. 

Diventato negli anni uno spazio sociale oltre che artistico, il Man Ray ha occupato sedi diverse (via Lamarmora, via De Gioannis, ora via Campania) adattandosi alle difficoltà del momento. E non è un caso che quando si è pensato a dare un nome alla rassegna sia saltato fuori questo tempo, Imperfetto futuro, inesistente nella grammatica italiana ma pieno di significati. Perché evoca un contrasto, suggerisce precarietà, dà il senso e il segno di una fortissima nostalgia del domani: Tre le giornate dedicate alla Rassegna […] Decine di giovani che avranno l’opportunità di lavorare con artisti affermati di arti visive, musica, teatro e danza. Tre giornate di art in progress durante le quali pittori, attori, musicisti, danzatori e poeti daranno vita alle loro performance, creando un continuo scambio. 

[…] Antonello Dessì (categoria maestri, spesso ospite della Rassegna) con Giovanni Oppo e Claudia Serra renderà omaggio a De Chirico con “Canto d’amore: eutanasia per poveri”. 

Da segnalare l’appello di Stefano Grassi alle Istituzioni per una gestione consorziale di uno spazio pubblico: un luogo da trasformare in un centro polifunzionale dove in nome della qualità si superino le divisioni. Un utopia, forse, ma Imperfetto futuro è anche questo”.

Anna Brotzu: Metti un talento in vetrina, Al via la Rassegna Imperfetto futuro confronto tra le diverse arti performative ideata dalla Nazzari: “un dialogo tra emergenti e maestri”, su Il Sardegna 19.11.2009: “Segni che irrompono sul candore di una tela; nell’aria parole e note e geometrie effimere di corpi danzanti. Da stasera a sabato il Lazzaretto di Sant’Elia a Cagliari ospiterà le intriganti, libere traiettorie dell’<<Imperfetto Futuro>> firmato Man Ray. Preziose alchimie e inedite dissonanze per un happening di arte in progress, come lo definisce l’ideatrice, la pittrice Wanda Nazzari, che nasce dall’incontro di diverse forme espressive per offrire ai giovani talenti uno spazio in cui esercitare la propria creatività e dialogare e confrontarsi con già affermati maestri e personalità di spicco della scena culturale isolana e non solo. […] “Sinergie e mescolanze fra linguaggi, dal teatro alla danza, la musica e la poesia, alle arti visive”. 

Nella sala trasformata in atelier, attori come Isella Orchis e Stefano Raccis daranno voce ai versi della Szymborska e del cagliaritano Giuseppe Pettinau, mentre Elena Pau si concederà “Libertà di canto” tra Jannacci, Gaber e Fo, e un frutto proibito campeggerà emblematico in “About Desire” della coreografa e danzatrice Carla Onni. Fulcro della kermesse le arti visive nella polimorfa accezione contemporanea, con vasti spazi bianchi da riempire a disposizione di Barbara Ardau e Alessandro Biggio e degli “emergenti” Ilaria Gorgoni (iaco), che “gioca” anche con moda e accessori, Andrea Milia, Gabriele Pais e Antonello Sanna, che creeranno le loro opere sotto gli occhi del pubblico, interagendo con le performance. La tentazione “metafisica” affiora nell’omaggio a De Chirico del “Canto d’amore: eutanasia per poveri” di Antonello Dessì, e c’è posto pure per la paradossale perfezione delle armi in un icastico “Effetto Tavor”.

Invisibile fil rouge, il rigore etico ed estetico che si apre ad infinite declinazioni nel segno della soggettività: nessun limite tematico e stilistico, semmai casuali ricorrenze, e ampie possibilità d’invenzione per i protagonisti che tra pittura e composizioni materiche, partiture gestuali e ambienti sonori offriranno agli spettatori insolite e piacevoli sinestesie.” 

Alessandra Menesini, Tra poesie e vulcani Imperfetto futuro lascia ancora il segno, L’unione sarda 24.11.2009.

Unità di tempo e di azione, nelle tre giornate di Imperfetto futuro-art in progress, organizzata dal Centro Culturale Man Ray. […] attori, musicisti, cantanti, danzatori, hanno frazionato e moltiplicato lo spazio del Lazzaretto con i loro interventi. In successione, seguiti da un pubblico deambulante, hanno dato vita a una kermesse ideata sette anni fa da Wanda Nazzari, che è ormai un appuntamento molto atteso. Imperfetto futuro è dedicato ai saranno famosi, ai giovani artisti, di tutte le discipline, chiamati a proporre gli esiti della loro ricerca. Non mancano i nomi tutelari, i nomi affermati che volentieri e a titolo gratuito partecipano a questo incrocio creativo.

È stata Isella Orchis, coadiuvata per la scenografia da Cesare Saliu, a dar voce alla poetessa Wislawa Szymborska, in “Dedicato ai gatti di Alda Merini e a quelli di qualcun’altra”, ed Elena Pau, affiancata dai suoi orchestrali in bombetta colorata, a rievocare le canzonette anni Ottanta, e la lezione di Dario Fo. […] Intanto, i pittori piazzati davanti alla tela bianca cominciavano a comporre i loro quadri […]. Erano Alessandro Biggio, Gabriele Pais, Ilaria Gorgoni, Andrea Milia. Barbara Ardau ha presentato Progetto Tavor, un’azione che prende il nome da un noto tranquillante, ma soprattutto dalla marca di fucili usati ad Israele (tranquillanti pure loro, in maniera definitiva). 

Anche Antonello Dessì ha rinunciato per questa volta ai pennelli, producendosi in una variazione di body art con aspersione di colori e versamento di liquidi sulla pelle di un volenteroso: “Canto d’amore: eutanasia per poveri (omaggio a Giorgio De Chirico)”, il lungo titolo. Sulle pareti la serie delle foto degli allievi della Man Ray Photo School, faceva da sfondo ai complicati impianti dei compositori di musiche elettroniche, star delle tre serate con coreografi e performer. Alessandro Olla, Massimiliano Atzeni, Alessio Devita e i loro colleghi si sono esibiti seguendo scalette non sempre rispettate, dato che improvvisare in un simile vivace contesto è una virtù. […] Di grande effetto l’entrata in fila indiana, coi loro tutù di tulle, delle sei allieve di Luigia Frattaroli: per un’ora intera, senza l’ausilio di alcuna colonna sonora (al ritmo del loro cuore, dice l’insegnante) hanno danzato con assoluta grazia in un pezzo intitolato “Lo spazio bianco”. Da segnalare, in tutti i giovani protagonisti, grande impegno e serietà non disgiunti da un evidente entusiasmo e il contributo contento del bambino Mattia Dessì che ha raffigurato un vulcano rosso sulla tela “libera”, dove tutti potevano tracciare un segno. Coinvolgere i visitatori è da sempre un’altra caratteristica di un’iniziativa aperta ad ogni tipo di espressione e che mescola le note della Messa a tre voci di William Byrd (eseguita dal Coro Francisco Guerrero) alle letture leggere per poi tornare ai toni drammatici delle tragedie delle morti bianche o ai malinconici blues.”

2009 

Stanze IX edizione – Architetture d’aria architetture di terra a cura di Mariolina Cosseddu.

Edizione molto sentita sulla quale, io e Mariolina avevamo meditato a lungo. La mostra venne ospitata alla Pinacoteca Nazionale di Cagliari, grazie alla direttrice Marcella Serreli che prese a cuore il nostro progetto e si adoperò per la concessione dello spazio. La rassegna, inoltre, venne inserita dalla professoressa Maria Luisa Frongia all’interno del programma didattico di Storia dell’Arte Contemporanea della Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Cagliari. Dunque, la Pinacoteca: spazio difficile per contenere le opere di sei artisti, ma lo studio accurato da parte del Centro Man Ray e di Marcella Serreli ci consentì di realizzare una rigorosa esposizione.

Preziosissima l’installazione a terra di Igino Panzino, frutto di un ricercato lavoro, che chiudeva la rassegna, aperta dalle meditate astrazioni di Stefano Grassi, situate sullo stesso piano dell’allestimento di Josephine Sassu che creò una costellazione di stelline specchianti per dialogare con gli antichi retabli. Ancora una volta, le deliziose allieve di Luigia Frattaroli ci incantarono con le loro performance il giorno della presentazione. Ricordo una Marcella Serreli curata, instancabile, entusiasta. Durante gli allestimenti parlammo tanto di arte ma anche di vita.

Marcella Serreli

Lucida, colta, trascinante, tentatrice (in seguito capirete il perché). Cuore grande e generoso. Umile. Grande pregio l’umiltà, dono raro che appartiene a pochi: quei pochi non lo sanno, anche per questo sono speciali. Marcella è una persona speciale, una donna che sa amare le altre donne, le aiuta, le consola, le protegge. Come protegge la sua famiglia e vive, con il mondo che la circonda, un rapporto continuo di condivisione e di rispetto, anche quando non è in linea con i suoi principi e con le sue idee. L’altro, anche se contrario, è sempre degno della sua considerazione. L’amore per il prossimo è innato, lo vedi dai suoi occhi sinceri e luminosi sempre, anche quando si toccano fatti dolorosi, pronta comunque a sorridere e a dire che passerà. Ma anche pronta a difendere a spada tratta il suo pensiero in nome della verità e della giustizia. 

Conobbi Marcella Serreli nel 1993 in occasione della mostra di Nivola alla Pinacoteca Nazionale di Cagliari. Incontro fuggevole, come sempre in queste occasioni. La rividi, diversi anni dopo, quando andai a trovarla nell’ufficio staccato, presso il castello di San Michele, perché avevo bisogno di una sua consulenza. Mi accolse con grande gioia e da allora i nostri incontri divennero sempre più frequenti, nonostante il mio micidiale lavoro e il suo. Marcella riuscì ad entrare completamente dentro il mio operare e a capirne le ragioni profonde. Il mio mondo poetico, non è facile. L’arte è un bellissimo tormento che mi ruba la mente, una necessità, un’eterna ricerca di leggerezza, che il mondo mi nega. L’arte è il mio rifugio che vivo come un dono. Nei miei incontri con Marcella, conobbi Antonia Giulia Maxia sua collaboratrice ai Servizi Educativi, personalità unica e carismatica.

Antonia Giulia Maxia, ovvero Antonella per una vita, finché, improvvisamente, decise di riprendersi il suo nome bellissimo: Antonia Giulia. Ce lo disse un giorno all’improvviso, lasciandoci spiazzati, ma convinti. Intelligenza vivacissima, grande cultura che non sfoggia mai, ma al momento opportuno dimostra. Amorevole, gentile, divertente, con uno charme che la rende particolarmente gradita. La nostra conoscenza di antica data, si approfondì durante il lungo tempo trascorso a lavorare per l’evento “Metti un nido in Cittadella”, al quale diede un grande contributo di intensa partecipazione. Nonostante le fatiche incredibili, gli incontri con Antonia Giulia erano sempre forieri di appassionate discussioni durante i lunghissimi allestimenti e nei rari momenti di pausa. Era felice di far parte di quel faticoso e difficile progetto, che la entusiasmava. Seria e riflessiva di fronte alle opere, alle quali dava un suo personale giudizio, con qualche riferimento, talvolta azzardato, ma interessante e profondamente colto, che portava a nuove letture. Grazie Antonia Giulia per i tuoi racconti liquidi fatti di osservazioni preziose, per la collaborazione divertita e partecipe durante le azioni performative, per il tuo sorriso giocoso, quasi infantile, per la tua “rara” malinconia che sai tramutare in gioia. È la malinconia degli artisti e dei poeti, schermo segreto di un animo infinitamente amabile e gentile.

a sinistra Antonia Giulia Maxia

a destra Marcella Serreli

Riprendendo il discorso sulla mostra Architetture d’Aria Architetture di Terra, allestita con grande gioia, riporto quanto scritto da Mariolina Cosseddu.

“Architettura […] come spazio del visibile e del sensibile, come luogo del tempo, di quello passato e di quello futuro, come metafora del fare, del costruire, dell’immaginare. Per questi motivi abbiamo pensato a costruzioni aeree, lievi, effimere, vissute o sognate, ma anche ad architetture che costruiscono il mondo sulla terra e di architetture che nascono dalla terra e costruiscono l’ambiente naturale.

Pensare all’architettura significa pensare a un sistema di valori, ad un organismo di senso, a relazioni strutturali ed affettive, ad un’estetica della forma.

Gli artisti invitati propongono la loro personale ricerca interpretando liberamente un tema e, in ultima analisi, chiave per accedere al presente prolungato indefinitivamente, ad un attimo di eternità che il progetto racchiude e custodisce, all’esistenza intesa come ipotesi per il futuro. Reali o utopiche, terrene o celesti, le strutture architettoniche in mostra dichiarano che il contemporaneo, superati da tempo i confini delle singole arti, si apre alla ricerca multiforme e dialettica, talvolta spiazzante e persino provocatoria. A colloquio con le opere della Pinacoteca, che accolgono generosamente l’invasione della contemporaneità, i lavori in mostra ribadiscono il legame tra l’artista e il mondo sociale, tra la coscienza individuale e il continuo mutare della realtà.

[…] Un’architettura di segni e simboli che rimanda a complesse interpretazioni semiotiche della “Commedia” […]. Un lavoro indaginoso, quello di Antonello Dessì, che coniuga gli interessi filosofico-letterari con quelli pittorici e performativi. […] Convinto assertore della comunicazione segnico-simbolica, così come del valore degli archetipi mitologici della cultura occidentale, Antonello Dessì propone due opere pittoriche che, nel chiaro riferimento dantesco, si pongono come forma metaforica di architetture sovrumane e quali significati ancestrali di eterni dilemmi esistenziali. […] Le forme, sintetiche e simboliche, attraversano gli spazi e si configurano in schemi figurali di un alfabeto esoterico ma anche in concatenazioni cromatiche che evocano soluzioni di un certo geometrismo astratto. Si chiarisce, così, per Antonello Dessì, che l’astrologia può essere, in un’ultima analisi, una sorta di libro aperto dove il destino degli uomini è scritto in cielo e non in terra.

Il lavoro fotografico di Stefano Grassi nasce dall’incontro di due entità opposte ma complementari: acqua e pietra, natura ed artificio, architetture di terra che arginano mari, delimitano laghi, sbarrano fiumi. L’intimo rapporto tra la mobilità dell’acqua e la solidità delle architetture genera spettacoli al limite dell’astrazione che gli scatti progettati e ben calibrati fermano in suggestioni visive. […] La scelta di particolari atmosfere affida al tempo un ruolo imprescindibile: l’alba o la sera inoltrata modificano la percezione delle cose e alterano quel sentimento certo delle forme che le istantanee celebrano come momenti magici sottratti alla banalità del reale. Il lungo lavoro preparatorio, l’individuazione di coordinate spazio-temporali che sfruttano le condizioni di luce fredda e monocromatica, lasciano emergere strutture geometriche di impianto rigoroso e nitido che hanno in sé una propria indiscutibile evidenza estetica. I paesaggi che ne derivano acquistano una dimensione che sublima una realtà meramente funzionale e la trasforma in immagini altamente simboliche di quell’eterna lotta tra le forze della natura e le capacità dell’uomo. […]

Come un grande arazzo, asimmetrico e irregolare, si dispiega sulla superficie parietale della Pinacoteca, il lavoro di Adelaide Lussu, mappa astratta di una geografia terrestre. Piccoli fogli di carta rettangolare creano un’installazione chiaramente pensata per moduli compositivi che sembrano seguire un’intelaiatura dalle infinite possibilità di crescita e variabilità. La forma del rettangolo, elemento classico dell’architettura rinascimentale, diviene, nella visione di Adelaide Lussu, la struttura archetipica di un immaginario percorso nelle innumerevoli vie della progettualità. I fogli di carta accolgono quindi tutte le varianti cromatiche dei toni della terra, tanto da ottenere suggestivi effetti timbrici, intensi o velati, che dichiarano un sentimento vivo della materia terrosa e, più palesemente, rendono omaggio al colore come elemento primario della pittura.

La leggerezza della carta e l’immacolato candore delle stratificate concrezioni materiche di Wanda Nazzari appaiono la quintessenza stessa di immaginarie città ideali, lontane e irraggiungibili. […] Disposte su piani diversamente aggettanti rispetto alla superficie della carta, le forme scandite in strutture apparentemente astratte, lasciano intravedere, ad uno sguardo attento, l’immagine di città da contemplare da lontano, per stabilire la giusta distanza tra la realtà della materia sagomata e la suggestione evocativa che ne sprigiona.

Involucri finemente ricamati da segni percorribili con lo sguardo come pagine scritte, le architetture senza perimetri certi, talvolta sottili e filiformi come cattedrali gotiche, altre sdoppiate come superfici specchianti, sono, in realtà, metafore di un viaggio intimo e privato, simulacri di un’interiorità dialettica e speculativa. La carta trattata come filigrana si presta alla sapiente manualità con cui Wanda Nazzari inventa un dedalo di percorsi nel cuore di un tessuto urbano frastagliato, asimmetrico, ellittico, in cui è facile perdersi nell’illusione di una realtà tangibile. […]

(Igino Panzino) Progetta un’ampia installazione che contiene la riproduzione grafica della planimetria del complesso nuragico di Barumini e la racchiude in un’intelaiatura di elementi modulari che si espandono in opposte direzioni lasciando al centro l’impianto archeologico. Da quel contesto referenziale si amplia e si genera una serie di riquadri tridimensionali che contengono rilievi in cartoncino colorato di grigio, nero e rosso. […]

Apparentemente in antitesi, formale e cromatica, i due momenti dell’operazione di Igino Panzino sembrano denunciare la conflittualità tra insediamenti nuragici ed espansione urbanistica contemporanea […] Certo è che le due aree in qualche modo si sovrappongono e si intersecano ma non si annullano né si confondono. […] In realtà, il lavoro di Igino Panzino sposta l’attenzione verso due aspetti fondamentali delle istanze architettoniche e urbanistiche: da una parte il problema dello spazio, che è atto fondante di ogni operazione artistica e, dall’altra, l’indagine e il valore affidato all’identità di un territorio. […]

[…] Usare le stelle, come fa Josephine Sassu, per proporre architetture aeree, essenziali e coordinate è, dunque, operazione che incita a fantasticare, a pensare il mondo capovolto e proiettare nell’emisfero che ci sovrasta gli stessi desideri e le stesse ansie di un divenire terreno. […]Ma ciò che, in realtà, Josephine Sassu, realizza sulle pareti della Pinacoteca Nazionale, è una variabile celeste dei suoi “monumenti provvisori” che, inconsistenti ed incorporei, levitano nello spazio irridendo alla retorica della solennità monumentale. Della stessa natura “Tutto ciò che vorrei poterti dare”, minimale installazione che fa di Cepheus un dono lirico e giocoso quale atto d’amore dell’artista a destinatari attenti e complici.

[…] se si desiderano le stelle, Josephine Sassu le dona con la grazia, l’eleganza e l’ironia affettiva di chi, con estrema economia di mezzi, offre un elevato grado di senso e di poeticità.”

La mostra venne recensita da Alessandra Menesini su l’Unione Sarda, con un articolo intitolato Man Ray, architettura d’aria e di terra.

2010

Nel 2010, decima edizione di Stanze, Di luce e di tempo grande e importante mostra, che decisi di affidare al giovane storico Efisio Carbone, ruolo molto impegnativo anche perché si festeggiavano i dieci anni della rassegna “Stanze “. Efisio si dimostrò all’altezza della situazione e, oltre al lavoro di curatela e allestimento, contribuì alla riuscita dell’operazione prendendosi cura anche della parte musicale del progetto: scelta delle musiche e dei musicisti. In quell’occasione Carbone entrò, per la prima volta, negli studi di artisti storici importanti che furono tutti molto gentili e accoglienti con questo giovane del quale facevo le lodi. Uscivamo dai laboratori pieni di entusiasmo e felici delle scelte fatte per la mostra. 

Le opere di questa decima edizione erano tutte di grande livello. Ci capitò sovente di emozionarci sia in fase di scelta, che in fase di allestimento; potevamo essere fieri di aver creato con il nostro progetto un momento storico importante di Arte Contemporanea. Nell’allestimento molto curato, oltre alle opere della rassegna, erano presenti, in una sezione al piano superiore, le stampe fotografiche delle passate edizioni, realizzate da Stefano Grassi e rigorosamente selezionate. Sette giorni di allestimento che ci videro castellani attivi, gioiosi e talvolta rumorosi, soprattutto per le prove musicali, come quel giorno di fine allestimento, in cui lasciammo il Poema sinfonico per cento metronomi al piano terra mentre ci trovavamo nella torretta per concludere l’allestimento dell’opera di Tonino Casula. La musica, che iniziava a volume molto basso e lentamente aumentava in un crescendo vorticoso e incessante, aveva preso il via e cresceva a dismisura di volume, mettendo in seria difficoltà il custode, che, non potendo abbandonare il posto di lavoro, e non sapendo come spegnere l’impianto, si piazzò al centro della sala reggendosi la testa tra le mani e tappandosi le orecchie disperato, dando vita, inconsapevole, alla prima performance della rassegna!

Le performances videro impegnati il soprano Beatrice Murtas, i musicisti Robert Witt e Fabrizio Ferraro; il Coro Francisco Guerrero diretto dal maestro Francesco Bianco, la coreografa Luigia Frattaroli, il costumista Stefano Carboni, le ballerine Ludovica Lepori e Carolina Saba, l’attore Stefano Raccis. Vorrei ricordare lo scritto bellissimo di Raffaella Venturi che celebrava la decima edizione della rassegna e si poteva leggere, appeso alla parete, in apertura della mostra:

“Da allora – era il 1999 – siamo entrati in 10 “Stanze”. Abbiamo guardato dall’alto o dal sotto in su, affacciati o inchinati o rispecchiati, anche – i labirinti poetici di decine di interpreti chiamati a dar corpo ad una dimensione, o anche solo a una suggestione. Artisti che, con la propria ricerca plastica o pittorica o fotografica, hanno dato forma – fisica e mentale – a stazioni, a fermate, sempre diversissime fra loro. Alcune volte erano luoghi dell’anima, altri paesaggi, altre ancora autoritratti. Mai, con banalità, questa bella, critica e creatrice proposta è stata considerata dagli artisti convocati dai curatori come susseguirsi di “stanze” sulle cui pareti appendere qualcosa.

Credo che questo sia il senso più alto di tale iniziativa, giunta al suo decennale. Senso prossimo ad un immaginario soffitto mantegnesco di angeli affacciati, osservatori osservati di una camera, o stanza, astanti che agiscono sull’opera: la lunga gittata del progetto artistico, il vedere oltre il proprio vedere e continuare, nel tempo, un’indagine sul tempo. Sulla prospettiva del nostro tempo. Non quella rinascimentale, ma quella contemporanea, che ha ribaltato i codici e sovvertito la visione.

Grazie a Wanda, tenace pasionaria della sarda contemporaneità, sappiamo riconoscere un po’ di più di questo nostrano piccolo mondo. Ogni anno si attende un nuovo “Stanze”, ogni anno arriva. E adesso, insieme, andiamo verso la nuova decina!”

Dalla presentazione di Efisio Carbone: “Stanze”, rassegna di arti visive ideata e progettata da Wanda Nazzari, è uno degli eventi più importanti realizzati dal Centro Culturale Man Ray, spazio polivalente dedicato alle sperimentazioni artistiche contemporanee. L’evento, ormai giunto alla sua decima edizione, deve il suo carattere unico ed irripetibile alla scelta di un tema differente per ogni operazione, sul quale si confrontano artisti di indiscussa fama nazionale ed internazionale. Grazie alla qualità delle opere presentate, dei temi trattati, della cura della progettazione e della fondamentale supervisione della Nazzari, “Stanze” è giudicato dalla critica come uno degli eventi artistici più significativi del panorama isolano, capace di richiamare l’attenzione di specialisti del settore, di amanti e curiosi dell’arte, attraverso linguaggi sempre accessibili e comprensibili ad un vasto pubblico.

La decima edizione di “Stanze”, su idea di Wanda Nazzari intitolata “Di Luce e di Tempo” si avvale di valenti artisti che sempre hanno dato grande rilevanza allo studio della luce, catturata, generata e definita in uno spazio che è tempo. […]

Il percorso della mostra si apre con le opere di Wanda Nazzari, legni creati al confine tra pittura, scultura e incisione, dove la luce è rivelazione e il tempo è parola. Come magma incandescente le lettere antiche compongono brani quasi sempre biblici che attraversando la storia diventano simboli della natura umana e insieme divina dell’uomo. […] Ma sono anche tavole che generano agiografie: le croci, simbolo di un’umanità piagata, il martirio, ed infine la parola ancora una volta come mezzo di racconto che sopravvive al tempo. Sintesi suprema di questo progetto intitolato dalla Nazzari Origine, con un chiaro riferimento alla spiritualità paterna come origine della propria, è il Trittico. L’alta poetica dell’artista raccoglie il dono genitoriale e lo innalza ad emblema universale attraverso la rappresentazione dell’ultimo atto del percorso umano […] È il libro della vita ad essere rappresentato in queste tre straordinarie tavole incise su tutti i versi.

I giganti monoliti lignei raccontano di culti ancestrali, dell’origine dell’esistenza umana e della necessità intrinseca di trovare una spiritualità personale e corale; ecco quindi affiorare ancora incandescente la parola come radice, come essenza stessa del DNA umano, sia essa citazione di testi storici o intimo e perciò nascosto ricordo di una carezza del proprio padre. […]

Nel mondo di Rosanna Rossi la luce è colore e il tempo è ritmo, ritmo scandito da perfette pennellate misurate e calibrate che col loro fluire creano onde che sono respiri; è la celebrazione dell’autonomia strutturale del linguaggio pittorico, somma sintesi dell’idea Hegeliana secondo cui: “la pittura non è già priva della terza dimensione, ma la rifiuta intenzionalmente per sostituire il reale semplicemente spaziale con il principio più ricco e più alto del colore”.

Nel dipinto nero e grigio, di grande virtuosismo, la forma è ancora più assoluta. Quanto colore in quel grigio straordinario, che per l’artista è giustamente una conquista, ottenuto senza mai utilizzare il bianco e il nero!

Le due xilografie testimoniano la grande manualità della Rossi che si muove disinvolta anche nel campo dell’incisione, dove la luce spesso è restituita dall’assenza di materia.

Al centro della sala le sculture di Anna Saba. La mano dell’artista si muove sul marmo per mostrare la luce che esso conserva e per scoprire non la forma, in senso michelangiolesco, ma la materia stessa.

Il profondo rispetto che Anna Saba nutre per la natura la porta a conservare frammenti della matrice per mantenere intatto il rapporto tra pietra e terra, tra parte e tutto. “Ecco, così, emergere, in una sempre coerente fedeltà alla materia, affrontata con un taglio diretto nella ricerca di una contestuale esecuzione, colori, spugnosità, lucentezze” (M.L. Frongia).

Qui la luce è scoperta e il tempo è un processo naturale di creazione. “Di luce e di tempo” è il titolo che Stefano Grassi sceglie per la serie inedita. Titolo perfettamente calzante con il tema della mostra. Partendo da una impostazione vicina alle vedute di interni del precisionista Hopper, l’artista perviene, attraverso le quattro fotografie, ad esiti antitetici: la materia si disperde, le forme sbiadiscono e si fondono in superfici pittoriche di tintorettiana memoria; è la massa a essere rappresentata dentro architetture effimere, quelle dei centri commerciali, sorte senza storia solo per contenere oggetti di consumo.

La massa consuma e si consuma tra luci artificiali che illuminano mondi artificiali. 

La massa consuma se stessa e il tempo che vive, sia esso annichilito fino a sfocare l’immagine o così contratto e rapido da conservarne una flebile impronta. Il mondo di Bacon si nasconde dentro queste fotografie, con i suoi personaggi deformati che raccontano la misera condizione dell’uomo moderno schiacciato dall’incapacità di comunicare, ombra di se stesso incatenata da paure e angosce costantemente alimentate da chi vuole esercitare il controllo e tenere il comando. 

Daniela Zedda con il suo “Step Aside” ci dimostra invece come un occhio sensibile e fuori dagli schemi possa trovare l’introvabile. Il suo è un racconto di un viaggio che in quattro scatti ritrae aspetti inconsueti di una metropoli come New York. L’artista, nel suo errare, svela una città metafisica, insolitamente silenziosa.

L’apparente nonsense è il segreto del genio: ecco quindi il perché del punto di vista invertito all’uscita della fermata della metropolitana di Coney Island, che tramuta il mondo reale nel fondale di uno spazio teatrale, o le perfette pure architetture di uno spazio museale attraversate dalla sola luce naturale laddove ci aspetteremmo una fiumana rumorosa che banchetta con arte e cultura. L’artista immortala inoltre i pedoni nei loro riflessi da sotto in su fino all’ultimo scatto che nella trasgressione di un passo sulla linea gialla della metropolitana trova la strada per la sua metafora narrativa. […]

Dentro la torre, chiudono l’esposizione i video di Tonino Casula, siamo nello spazio della digital-art, dove la fisica cede il passo alla sola matematica. Questi micro-universi sono popolati da forme geometriche solide–liquide e da spazi e piani che si muovono su dimensioni che la nostra esperienza fenomenica non può conoscere; vera ginnastica per l’intelletto quindi, queste forme si muovono in simbiosi con i brani musicali, quasi fosse, lo spazio digitale, l’unico luogo possibile per un perfetto sodalizio tra arte e musica. Tra i diversi video presentati ricordiamo “A+B+C”, nel quale la destrutturazione analitica condotta da Cézanne è applicata all’universo virtuale nella consapevolezza di fondare un nuovo alfabeto, un nuovo linguaggio attraverso l’adozione di “modalità fondamentali reinventate.”

Si legga anche la recensione di Alessandra Menesini su L’Unione Sarda dal titolo: La Luce e il Tempo conquistano le Stanze del Castello.

Stanze XI edizione – Utopie del quotidiano

Per questioni organizzative, nel novembre 2010, sempre nel Castello San Michele, realizzammo anche l’undicesima edizione di Stanze, dal titolo Utopie del quotidiano, affidando la curatela a Rita Pamela Ladogana, allora assistente di Maria Luisa Frongia. 

Artisti: Alessandro Biggio, Zaza Calzia, Attilio Della Maria, Stefano Grassi, Angelo Liberati, Wanda Nazzari.

Primo ritorno alla vita dopo una fase molto dolorosa per me, e in nome di quel dolore realizzai la mia opera: Come fili di spada, catarsi e rinascita insieme. Opera faticosissima che, in parte, devo alla preziosa collaborazione della mia assistente Gianfranca Loi.

La politica del progetto Stanze è sempre stata quella di inserire un giovane nella cerchia di artisti storici chiamati a partecipare. Fu la volta di Alessandro Biggio che avevo incontrato, alcuni mesi prima, depresso e sfiduciato… l’aria della Sardegna gli stava stretta, ma fare il salto, con famiglia a carico, non era semplice. Aveva smesso di lavorare e si divideva tra i figli e il pensiero ossessivo di quell’arte che aveva dentro più che mai, ma che tentava di rinnegare perché insoddisfatto. Capii che era il momento di spronarlo e di dargli fiducia come avevo fatto altre volte e decisi che sarebbe stato lui l’artista giovane per la prossima edizione di Stanze. Accettò e, in risposta, realizzò un’installazione a terra dal titolo Hic sunt leones, metafora di un territorio da salvare, dove convivevano le sue faticate sculture di cenere e una serie di disegni acquerellati, pennellate di poesia. L’attento intervento di Marisa Frongia in fase di allestimento, risolse il complicato ensemble di Alessandro Biggio.

La bellissima presenza di Rita Pamela Ladogana, con la sua grande verve e la sua dialettica, diedero a questa edizione di Stanze una nota di plusvalore dal punto di vista didattico. Rita riuscì a creare una grande attenzione sulla mostra e una forte empatia con il pubblico, grazie ad una rara abilità comunicativa; fece una lezione su ogni artista, passando da una postazione all’altra, illustrando le opere. Il pubblico numeroso e attento la seguì con grande interesse per tutto il Castello.

Era incredibile vedere questa giovanissima e minuta ragazza così carica di energia e così dotta, parlare per ore senza stancarsi, polarizzando l’attenzione con una dialettica intelligente e priva di incertezze. Davvero bellissima!

Durante la serata, grande interpretazione di Stefano Raccis con la giovane Noemi Medas, di un testo fortemente voluto da me: Per Elsa prima di partire di Cesar Calvo e del quale curai la regia. Testo dalle forti implicazioni psicologiche dove il sentimento lacerato perisce dolorosamente, annullandosi nel dramma fatale dell’abbandono. Stefano lavorò moltissimo, anche perché la sua partner era molto giovane e aveva difficoltà ad entrare in un testo fatto di slanci e intimità accorate. Io li seguii molto, soprattutto durante le ultime prove che furono in crescendo, fino ad un risultato che andò al di là delle previsioni: operazione bellissima, interpretazione da grande teatro! Un altro momento catartico per me che avevo recentemente subito una perdita vera. 

Dallo scritto in catalogo di Rita Pamela Ladogana: Utopie del quotidiano: un tema complesso quello scelto per la XI edizione di Stanze. Una complessità volutamente ricercata, con l’intento di offrire un’opportunità di riflessione sull’intricato percorso intrapreso dall’arte contemporanea nel momento attuale. 

In virtù del suo significato non univoco, il termine utopia, lascia un ampio margine di libertà interpretativa. […] La risposta degli artisti si è rivelata di una singolare eterogeneità, derivata certamente dalla specificità delle ricerche che connotano i percorsi di ognuno di loro, ma soprattutto dalle differenti valenze interpretative del tema, con risultati di complessa decodificazione, carichi di significati e sfumature riconducibili ad una volontà diffusa di riappropriarsi di uno sguardo su se stessi. Anche i mezzi scelti per esprimersi si caratterizzano per grande varietà, come vuole la ricerca contemporanea che, ormai da tempo, ha abbattuto ogni limite di impiego di materiali.

Sono sei gli artisti chiamati quest’anno a realizzare i loro interventi per Stanze, un progetto multimediale creato da Wanda Nazzari e giunto nel 2010 alla sua undicesima edizione. Un appuntamento che fin dal principio ha mirato a favorire il dialogo, sempre interessante e proficuo, tra le proposte delle nuove generazioni e le indagini attuali degli artisti già affermati, la cui opera ha avuto un peso importante nella definizione delle linee di svolgimento della storia dell’arte contemporanea in Sardegna. Artisti “storici”, dunque, e artisti più giovani indirizzati verso il raggiungimento della loro maturità. Tra i primi, Attilio Della Maria propone una riflessione sull’alienazione e la perdita di identità dell’uomo contemporaneo, trovando una via di fuga in un universo utopico che funziona secondo i meccanismi del sogno. Con Angelo Liberati ci imbattiamo, invece, in una rete complessa di relazioni che unisce ricordi dal passato ed emozioni presenti, opponendosi positivamente alla falsa coerenza del flusso di immagini che quotidianamente ci travolge. Mentre per Wanda Nazzari l’utopia del quotidiano si risolve in un’introspezione intima che celebra il percorso catartico del dramma interiore, quel dramma che dalla vita si genera e nella vita stessa, nell’esperienza quotidiana, si consuma. Di grande impatto visivo ed emotivo è la proposta di Stefano Grassi, il quale sembra trovare una soluzione al disagio interiore solamente quando riesce a rifugiarsi, quasi a cercare riparo, nel sogno di un ritorno a quel “luogo” sicuro, nel quale viviamo protetti prima di venire al mondo. Alessandro Biggio, il più giovane del gruppo, cerca di nascondere la paura e il dubbio che in ogni frangente dell’esistere quotidiano si insinuano, con la trasposizione concreta del concetto astratto di controllo razionale. E all’opposto, Zaza Calzia, con più anni di vita e di esperienze, rimuove totalmente ogni paura, approdando ad una dimensione dominata dalla fantasia, particolarmente esuberante, che guida ogni suo gesto creativo, riuscendo a manipolare un quotidiano, continuamente richiamato, secondo nuove “immaginarie” alternative.

Legno, plexiglass, cenere, carte dipinte, ritagli ricavati da pannelli in fibra lignea, gres e carbone sono i materiali che Alessandro Biggio assembla in composizioni astratte dominate da ordine e chiarezza formale. Lo stesso ordine di natura geometrica che sovrintende al processo installativo elaborato dall’artista per lo spazio a lui riservato in questa occasione espositiva. […]

Gli elementi scultorei nascono, infatti, come parte del tutto ed esistono in virtù dell’intera composizione, trovando il loro peculiare significato nell’inserimento all’interno di una costruzione “mentale” potenzialmente protesa verso una trasfigurazione metaforica. […]

I progetti scultorei, così come la loro disposizione ritmico-dinamica nello spazio, rispondono piuttosto alle esigenze di un sentire interiore; trasposizione concreta del concetto astratto di controllo razionale. […] Confini incerti che si pongono in relazione con le forme irregolari delle sculture realizzate con la cenere, […]. Quell’incerto evocato dal titolo “Hic sunt leones”, espressione propria della cartografia, qui usata per indicare i territori inesplorati oltre i confini conosciuti, allusione plausibile alla paura e al dubbio che in ogni frangente dell’esistere quotidiano si insinuano.

[…] Zaza Calzia trova nel collage il pretesto migliore per dare sfogo alla sua esuberante fantasia: esercizio formale, ma soprattutto mezzo per approdare ad una dimensione “libera”, priva di complicazioni concettuali, dove attingere alla realtà apre prospettive nuove, nel senso della spontaneità e del piacere derivati dall’atto creativo. […] Lettere decontestualizzate e riassemblate. Segni alfabetici che perdono ogni valore referenziale e sono prima di tutto segni iconici, nella loro evidente concretezza. […] Nell’installazione in mostra le lettere debordano per la prima volta dai limiti bidimensionali della tela per evadere lo spazio: travolgente marea a ricoprire oggetti tridimensionali. […] Ritmo e corrispondenze ordinano la composizione, solo apparentemente casuale, dei ritagli. Variazioni attentamente studiate riguardano la dimensione dei frammenti, così come un ponderato calcolo controlla il disegno delle assonanze e divergenze cromatiche. […] E senza dubbio è la fantasia la dimensione ricercata dall’artista nella sua fuga dal quotidiano. Un quotidiano che pure è continuamente richiamato, ma per essere manipolato secondo nuove “immaginarie” alternative.

Davanti all’opera di Attilio Della Maria si avverte un senso di rispettosa distanza e allo stesso tempo di ansia interpretativa. […]Articolato in tre parti, l’impianto compositivo vuole evocare la formula del trittico, […] con l’intenzione, come l’autore stesso tiene a specificare, di utilizzare nella complessità del momento attuale un efficace modello di comunicazione del passato, di lontane origini gotiche e largamente diffuso in età rinascimentale. […] Ogni singolo elemento, sinteticamente definito, si inserisce in una rigida logica di costruzione prospettica. […] il risultato è un imprevisto effetto di straniamento, di sapore metafisico, funzionante secondo meccanismi propri del sogno piuttosto che del mondo sensibile. L’intersecarsi delle diagonali al centro coincide rigorosamente con la figura dominante […] Idolo antropomorfo e al contempo presenza oscura e impenetrabile. Concetto, quest’ultimo, rafforzato dalla presenza di una “monade”, contenuta all’interno della stessa figura, iconografia ricorrente nella produzione di Della Maria, simbolo per eccellenza di incomunicabilità e chiusura dall’esterno. […] Ci sono, inoltre, altre emergenze figurative […] gli sguardi incrociati sembrano metaforicamente convergere in un racconto di alienazione e perdita di identità dell’uomo contemporaneo, che trova una via di fuga solo nella dimensione onirica. 

[…] L’utopico, per Stefano Grassi, si traduce nella necessità di evasione, di fuga, di approdo ad una dimensione illusoria che deriva dall’esigenza di una profonda indagine interiore. Indagine complessa, di cui diventa complice la scelta dell’autoritratto. Espressione di un disagio interiore, soprattutto da quando gli artisti fotografi hanno iniziato a voler rappresentare il proprio io. In Stefano Grassi il disagio non si traduce in crisi di identità; nessuno sdoppiamento dell’io, […] specchio di complesse riflessioni che approdano alla verità dello stato d’animo. 

Nel risultato raggiunto, l’elemento reale è trasferito in una visione surreale, attraverso un lungo procedimento formale che pone in primo piano la ricerca di un risultato estetico. […] L’immagine assume una densità e consistenza pittoriche, soprattutto negli esiti del drappeggio sullo sfondo e nel disegno del volume ottenuto attraverso il dettato chiaroscurale. […] Il corpo appare quasi dematerializzato in conseguenza dei tempi lunghi di esposizione e, in alcuni punti, si raggiungono risultati di astrazione cromatica, soprattutto dove è scomparsa la demarcazione tra figura e sfondo. Dimensione surreale, quindi, frutto di una visione soggettiva che Stefano Grassi esplicita attraverso un procedimento nel quale l’elaborazione virtuale ha un ruolo minimo rispetto al lungo e faticoso lavoro concettuale sulla composizione.

[…] Angelo Liberati manifesta attraverso le sue opere un grande bisogno di raccontare. E affida al processo elaborativo dei suoi racconti il senso più profondo delle riflessioni personali. Un accumulo di presenze iconiche di varia natura, direttamente dipinte o trasferite attraverso tecniche di riporto, si impossessa dello spazio secondo un ordine di connessioni che è ben lontano tanto dalla casualità propria della tradizione dell’assemblaggio quanto da un rigido ordine che obbliga il percorso di lettura. […]

Passato e presente. Ricordi che si accavallano nella memoria, citazioni continue di un tempo trascorso, di atmosfere vissute negli anni giovanili a Roma, prima del trasferimento in Sardegna, convivono con la freschezza di emozioni vive, ancora pulsanti, appartenenti all’implosiva sfera del privato. Mai un riferimento diretto alla concreta dinamica del mondo in cui viviamo. Quasi rifiuto a voler comprendere nel racconto l’aspetto tragico insito nel devastante processo di livellamento culturale proprio del momento attuale.

[…] Virtuosismi figurativi ai quali Liberati è capace di accostare le indagini nel senso della materia e del colore: impasti densi e omogenei si alternano a calme distese di colore, talvolta ricoperto da sottili veline a creare effetti di significativa valenza ottica. Strati di colore disteso pervasi di una luce diffusa e brillante. […]

L’impatto emotivo è di sicuro molto forte. Davanti all’installazione di Wanda Nazzari si vive un’esperienza polisensoriale che, oltre la vista, coinvolge contemporaneamente l’olfatto, per l’odore intenso e penetrante della terra, e l’udito, per l’atmosfera avvolta in un ricercato silenzio, amplificato dalla specificità del luogo scelto ad accogliere l’opera. […]

L’installazione diventa mappa nella quale poter rintracciare i percorsi reconditi del dramma interiore, le pulsioni emotive che dalla vita si generano e nella vita stessa, nell’esperienza quotidiana, si consumano. Forma e natura costituiscono il binomio dominante, sviluppando un intrigante e complesso scambio di energie: la terra, elemento naturale che irrompe nella sua verità in un contesto capace di esaltarne le specificità fisiche, convive con le sculture lignee forgiate dall’operosità e dall’ingegno dell’artista. […]

Il legno nelle mani di Wanda Nazzari diventa testimonianza tangibile di una dimensione intima: nasce tra l’artista e la materia una sorta di armonia esistenziale. […]

L’artista scava creando delle spaccature, di vari spessori e dimensioni, quasi a voler sondare le profondità della materia al fine di condurla metaforicamente alla vita. […]

Metafora dell’anima che risorge, immediatamente evocata dalla presenza della terra generatrice di vita. Sculture che si dispongono su un’unica linea a ricreare suggestivamente l’idea di un cammino verso la luce, rafforzato dalla presenza dello spiraglio luminoso della feritoia, aperta nel muro spesso dello spazio che accoglie l’installazione. […]

L’evento è stato presentato da Maria Paola Masala, con un articolo su L’Unione Sarda, dal titolo Nelle Stanze del non-luogo a inseguire l’arte Utopie del quotidiano al Castello di San Michele Biggio, Calzia, Della Maria, Grassi, Liberati, Nazzari e recensito da Alessandra Menesini su L’Unione Sarda, col titolo Stanze, sei artisti indagano sullo scarto tra ideale e reale: “Ardenti, con bagliore di braci, i legni scolpiti da Wanda Nazzari con segni profondi e più lievi, con lettere ebraiche, con parole nascoste. Dipinti d’arancio e di viola, seminati in una fertile distesa di terriccio nero, sono disposti come i sentieri a passi perduti lungo un percorso lineare ma tormentato da dislivelli e basse, appena avvertibili, barriere. Le zolle frantumate coprono i margini delle tavole, smussano gli angoli, leniscono le fibre spezzate dalla sgorbia, gli apici acuminati “Come fili di spada”. Tra i muri in calcare della torretta del Castello di San Michele, a Cagliari, il sole entra soltanto da una feritoia e da un’apertura orientata a occidente. Ed è una luce endogena, a salire dalle screziature del colore, dalle incisioni, dagli spessori diversi di un’area dedicata alla memoria e alla riconciliazione, faticoso e ipnotico lavoro che calibra assenza e presenza e nell’ombra celebra la vita. Si è aperta il 9 ottobre – inaugurazione accompagnata dagli interventi teatrali di Stefano Raccis e Noemi Medas su testi di Cesar Calvo e dalle musiche di Flavio Secchi, Francesca Corrias e Walter Reis. 

Curata da Rita Pamela Ladogana la mostra, al Castello di San Michele di Cagliari fino al 7 novembre, propone a sei artisti di varie generazioni un tema complesso, la riflessione sullo scarto tra mondo ideale e mondo reale. Argomento che Angelo Liberati ha trovato consono alla sua collaudata poetica e gli ha consentito di proporre al pubblico un gruppo di dipinti dove possono essere ritrovati tutti i suoi motivi creativi: l’amor carnale, il grande cinema, i grandi maestri, la cronaca d’antan. Zaza Calzia dichiara di essersi divertita a raccogliere una grande quantità di cilindri di carta e poi incollarli assieme e poi attaccarci sopra le lettres découpées che ritaglia dall’Espresso. Ha poi ammucchiato i tubolari colorati in una sorta di shangai che in qualche punto si flette e si piega, avendo forse bisogno di un’anima di ferro. Autrice di assodato talento (e di insuperati acquarelli) Zaza Calzia ama anche la casualità e gli imprevisti della materia. Un atteggiamento mentale opposto a quello di Attilio Della Maria, costruttore di visioni attento alla sua personale simbologia. Autore che sempre si rifà a concetti filosofici, per Stanze ha concepito un grande pannello grigio da cui spuntano stilizzati volti umani in cartapesta e bitume. Ad attraversare il fondo neutro, un “grifagno” (un piccolo mostro adunco) che interviene sulla superficie specchiata e interrompe la simmetria di due lastre incise su zinco che, poste ai lati del quadro, lo trasformano in un trittico. 

“Come back, dreamer, come back”: la stampa di Stefano Grassi è una «radiografia dell’anima». Realizzata con la tecnica del viraggio dei colori, rappresenta un uomo ritratto dall’alto in posizione fetale. Bluastro e celeste, venato di bianco, è il liquido amniotico che di nuovo nutre il sognatore tornato indietro, alla sua fase prenatale, e avvolge un corpo quasi indefinito. 

Utopico è per Alessandro Biggio il mantenimento dell’ordine nei sismi quotidiani. Il giovane artista ha scelto un titolo da antichi cartografi, “Hic sunt leones”, per una grafica installazione realizzata col recupero di vecchie assi di legno nero, di lastre di plexiglas graffiate col chiodo, di sculture di cenere a forma di coni e di sfere, di tratti veloci di idropittura. Cose fragili, posate sul pavimento secondo uno schema che pare perfetto ma può essere sconvolto in qualsiasi momento.”

Come sede didattica della Man Ray Photo School, per l’annualità 2010/2011, il comune di Cagliari e Camù ci concessero il Castello di San Michele, dove si svolsero anche diverse mostre didattiche. La sede era situata al piano terra del Castello, all’interno di uno spazio adibito a sala conferenze, che si prestava molto bene, avendo i soffitti alti, alla realizzazione dei vari set fotografici. I dipendenti del Castello erano sempre molto disponibili e collaborativi, soprattutto durante gli allestimenti delle mostre. Di tutti ricordo la grande correttezza e il senso del dovere unito alla cordialità.

Vorrei ricordare in particolare, Marcella Ortu, attenta e rigorosa, ma sempre affettuosa e disponibile, Giancarlo Zedda, cordialissimo e pronto a risolvere i vari problemi inerenti l’impianto luci, Enrica Spissu, affabile e gentile, che ci salutava con il suo meraviglioso sorriso, mettendoci di buon umore, Ester Prost, precisa, gentile, attenta, disposta a darci una mano in caso di bisogno. 

Diversi sono stati gli eventi importanti organizzati all’interno del Castello. Tre Rassegne di Stanze, due a cura di Efisio Carbone e una di Rita Ladogana; la XVI edizione di Laboratorio, mostra didattica a cura di Stefano Grassi e Pamela Sau; una edizione del progetto Le Avanguardie artistiche del ‘900: Vassilij Kandinskij e la sintesi delle arti, percorso didattico–musicale dedicato alla figura dell’artista che aprì la strada all’astrattismo e al suo rapporto creativo con musicisti a lui contemporanei, quali Arnold Schönberg e Aleksandr Skrjabin: testo e voce narrante Stefano Grassi; percorso didattico musicale e piano solo Giuseppe Maggiolo Novella; in Vassilij Kandinskij l’attore Stefano Raccis; mixer video Gianfranca Loi.

2010 – Aula di didatticaMan Ray Photoschool                                         Castello di San Michele, Cagliari

sotto: 2010 – STANZE X edizione – Di luce e di tempo                             Castello di San Michele, Cagliari

2010 – Sala posa – Man Ray Photoschool                                                     Castello di San Michele, Cagliari

sotto: 2010 – STANZE X edizione – Di luce e di tempo                             Castello di San Michele, Cagliari