Catarsi

MOSTRA COLLETTIVA

Centro Culturale Man Ray - Cagliari
Dal 16 al 27 maggio 2003

ANNALISA ACHENZA, SILVIA ARGIOLAS, ATTILIO DELLA MARIA, ALESSANDRO MELONI, CARLA MURA, WANDA NAZZARI,
FRANCA NURCHIS, GIUSEPPE PETTINAU, MARILENA PITTURRU, STEFANIA POLESE, ANTONELLO RUSCAZIO, GIULIANO SALE

Discorrere oggi di catarsi in arte può sembrare oltre misura anacronistico, fuori da ogni legittimazione storica e culturale. Può sembrare ma non è. Credo infatti che l'attualità viva del tema sia collegata in modo stretto alle gravi lacerazioni prodotte, nella sfera più intima della coscienza, da una falsa oggettività in continua ascesa, ipertrofica, vorace e subdola come non mai dopo il crollo assiologico della modernità, dopo l'immane collasso delle comunità autoctone nelle loro strutture portanti. Per altro verso, il fondamentalismo di una tecnica disanimante, svincolata dai presupposti umanistici che un tempo ne trattenevano l'esorbitanza, si connota ormai nei termini di una barbarie aperta che coniuga tragicamente l'orda primordiale di sangue con l'asettica sublimità dell'oro e del suo impero.

Certo, nell'antica Grecia - e in epoche successive ad essa, ma con ben altre valenze escatologiche sempre più relazionate alla sfera propria dell'arte e decisive senz'altro per le sorti di quest'ultima - la nozione di catarsi, con tutta la sua ottimistica fiducia in una prassi a sfondo mitico-sacrale che fosse liberatoria e rigeneratrice a un tempo, poté essere sostenuta soprattutto in virtù di contraddizioni reali "attive", e ancora operanti a misura di essere umano in un determinato contesto storico - comunitario, tra soggetto e oggetto, tra io e mondo, tra esperienza vissuta e istituzioni politiche in fieri. Ma se oggi tali contraddizioni non viaggiano più sull'onda dell'umanamente compatibile, ed anzi tendenti esse stesse ad una sorta di autocancellazione conclusiva dei relativi momenti topici conflittuali, distinti in quanto a costituzione formale di identità, allora anche la nozione di catarsi dovrà subire un mutamento profondo.

La mia convinzione è che essa non potrà più essere assunta, come in passato, nell'ambito di un risolvente e perciò positivo sistema organico di simboli, o di norme prescrittive articolate in un codice - e credo che questa mostra si qualifichi davvero, pur nella diversità degli approcci, all'interno di una difficile quanto avventurosa scepsi -, ma piuttosto in quello di una "negazione radicale condizionata" che sia in grado di configurare efficacemente, con la forza della ragione e dell'etica, i complessi contorni in negativo del possibile trascendente, il fantasma di una verità "altra" che non ha ancora un suo proprio essere.

Giuseppe Pettinau