LABORATORIO XX edizione 2015

MOSTRA DIDATTICA MAN RAY PHOTO SCHOOL

a cura di Stefano Grassi e Ivana Salis

Galleria Temporary Storing
via XXIX Novembre 7 - Cagliari

Da mercoledì 30 settembre a giovedì 8 ottobre 2015 
Tutti i giorni - Orari: 17.00 - 20.00

Mercoledì 30 settembre alle ore 19.00, presso la Galleria Temporary Storing, il Centro Culturale Man Ray inaugura “Laboratorio 2015” XX edizione, Mostra Didattica della Man Ray Photo School, a cura di Stefano Grassi e Ivana Salis.
La scuola di fotografia Man Ray Photo School, al suo ventunesimo anno di attività, presenta una serie di immagini prodotte da alcuni allievi selezionati. I temi sviluppati quest’anno sono il ritratto sociale e il paesaggio. La mostra presenta, inoltre, le fotografie del lavoro di gruppo, realizzato sotto la direzione artistica e tecnica di Stefano Grassi, dedicato all'opera cinematografica surrealista Meshes of the Afternoon, di Maya Deren and Alexander Hammid (1943).
Le fotografie in mostra sono di: Margherita Anedda, Jessica Atzori, Anna Heydel, Claudia Piras, Omar Rossetti, Sabrina Sanna, Helen Serreli, Simone Spiga.
Da mercoledì 30 settembre al  giovedì 8 ottobre 2015 sarà possibile visitare l’esposizione tutti i giorni, dalle 17.00 alle 20.00, presso la Galleria Temporary Storing.
Durante la mostra sarà possibile richiedere informazioni sulla Scuola di Fotografia Man Ray Photo School 2015/2016.

In collaborazione con la Fondazione per l’Arte Bartoli Felter.

 

Testo critico 

Claudia PirasUn anno di lavoro per imparare a guardare fuori e dentro sé stessi. Un tempo per ascoltare e uno per agire, per riprendere con l’obiettivo ciò che ci sta a cuore, punge la coscienza, l’anima e non lascia indifferenti.
Le tematiche affrontate dagli allievi della Man Ray Photo School in questo “Laboratorio 2015 XX edizione”, introducono in un forte mondo introspettivo, in cui l’Io è angosciato come sosteneva Freud, non solo dalla lotta con i suoi alter ego, ma in questo terzo millennio dalla solitudine assordante della massa: giudice, ipocrita e individualista.
Jessica Atzori scrive il racconto della sua solitudine, essa è forza contro la paura. Da sola accetta ogni parte di sé, impara a crescere e non subire l’influenza negativa dell’esterno. Cammina scalza sull’erba, gradino dopo gradino, affronta le mancanze e le lacune, scrive con parole e immagini l’esperienza del vivere per essere.
Margherita Anedda smaterializza l’immagine di sé stessa nell’acqua, crea una situazione ibrida tra consistenza reale, simbolica e onirica. Ofelia canta mentre la vita cede il passo alla morte; il ruscello di Millet corona di fiori la sua folle vena. Il trapasso è breve, sono attimi ritrovati in cui abbandonare la corporeità e trovare la dimensione parallela del sogno.
Helen Serreli percorre lo spazio della memoria in un’analisi dell’essere perduto, sofferto, allontanato. Incentra la sua proustiana ricerca sul potere rievocativo degli oggetti che circondano l’ambiente domestico, la quotidianità di giorni vissuti come passato e contemporaneamente presente, nel momento stesso in cui l’attenzione si posa su loro. Il fumo invade l’ambiente e il ricordo divaga leggero.
Claudia Piras volge lo sguardo al di là, nel rammentare il legame imprescindibile tra la vita e la morte. Dallo Zibaldone diOmar Rossetti Leopardi si legge “l'esistenza è un male per tutte le cose che compongono l'universo”, poiché essa induce a sentire tutti i frammenti dell’essere, dentro e fuori dal corpo. Ogni graffio, lacerazione, ombra, pensiero, alito di vita, dipende dalla consapevolezza del nulla che arriva con la morte.
Anna Heydel percorre l’occasionalismo della forma, presentando delle immagini che sono il prodotto di profili e linee non volute, formatesi senza nesso. Non si vuole dare un’interpretazione univoca del caso, ma proporlo senza rispondere ad alcun quesito, se non quello dell’osservazione pura di un fenomeno.
Simone Spiga traccia una strada nella suggestione surreale delle storie infantili. I personaggi indelebili delle favole e della religione, spesso vissuta come racconto, si tramutano in visioni orrende e infernali. Gli angeli hanno penne luride e corna blasfeme, vittime dei loro stessi protetti. Le bambine indifese dal cappuccio rosso sono sadiche rappresentanti di malvagità. Un mondo alla rovescia nel quale il crudele cinismo ha strappato l’ingenuità alla ridente fanciullezza.
Omar Rossetti porta ai minimi termini il concetto di decadenza sociale, come lui la definisce, intendendo con questa espressione la blanda sopravvivenza di valori civici, nota oscura delle società avanzate. La fame dei paesi poveri o il terrorismo islamico sono parte della contemporaneità, ogni giorno tv o giornali li portano nella nostra vita. Il mondo in cui progresso e ricchezza vivono, non si cura di questo, tutto passa con la rapidità di uno slide show, incurante del fatto che nulla può essere a sé stante, tutto si ripercuote e propaga come onda.
Sabrina Sanna si dedica al reportage sociale visitando Kenia, Etiopia e Rajasthan, raccontando le persone che vi abitano. Sono volti di bambini vivaci e curiosi, espressione di luoghi difficili, in cui vivere ogni giorno significa lottare per sopravvivere. La loro purezza è immersa in vuote cornici, emerge l’assenza e l’attesa nei loro occhi è quella del domani.
Il lavoro di gruppo, ogni anno ispirato a una grande storia del cinema, è stato tratto dal cortometraggio surrealista Meshes of the Afternoon di Maya Deren, girato nel 1943. Gli allievi, diretti dalla regia di Stefano Grassi, lavorano in équipe alla realizzazione dei fotogrammi, alle riprese, al make up, e contemporaneamente sono attori.
Nel lavoro cult dell’artista statunitense di origine ucraina, le trame in cui la protagonista, la stessa Deren, s’ingarbuglia in un sonno allucinato del pomeriggio, sono quelle della visione di una tragedia, della sua percezione in una realtà determinata dalla reazione psichica che può derivarne. Una ricorrenza simbolica nella replica della stessa azione, come insegna Buñuel, in cui oggetti chiave portano a un epilogo, non certo. Lo stato di trance pone una sola condizione: tutto è possibile, nulla è dato.


Ivana Salis

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