Opere su carta

MOSTRA COLLETTIVA

Alessandro MELONI, Efisio NIOLU, Roberto PIAZZA, Monica SOLINAS

Centro Culturale Man Ray - Cagliari (19 - 30 giugno 1999)

Si terrà una conversazione sul tema: "la responsabilità del gallerista e la libertà dell'artista".
Moderatori: Franco Meloni, Alessandra Menesini.
Interverranno: Anna Maria Montaldo, Ubaldo Badas, Ermanno Leinardi, Angela Migliavacca, Anna Maria Cabras.

Dispiegati nei loro etimi originari per l'evento del segno, le parole khàrtes e charta trasmutano la loro etimologia in simbolica: se ogni avvento avviene nella temporalità i due termini, nell'accezione greca come latina, rimandano all'idea del foglio, della membrana naturale su cui il tempo incide le tracce molteplici del proprio accadere mutevole. E poiché il tempo è "un'estensione dell'anima" la khàrtes o la charta costituiscono l'ideale pellicola che trattiene, impressa, la fenomenologia del vissuto della coscienza e le sue èkstasis, ovvero il tempo che esce fuori di sé nella connessione reciproca tra il rapprendersi del passato e il protendimento verso il futuro che costituiscono l'esserci della presenza e il suo venir meno, ad ogni attimo, a se stessa.
Dell'"estensione dell'anima" dei quattro autori queste khàrtes rappresentano il diversificato cartogramma attuale. Così nel canone dell'opera su carta pensato sotto specie di illustrazione degli abbozzi, degli studi, che accompagnano o seguono una serie pittorica più impegnativa, Monica Solinas si concede una sosta illuminata dall'ariosa leggerezza dei colori che riverberano dai grandi monotipi - incisi su lastra metallica o di vetro stampato a mano - una gioia quasi aurorale. In altre carte d'acquerello questo istante di tersa lucentezza è toccato dalla grazia della foglia d'oro e d'argento che, raggiungendolo, rende compiuto l'attimo della disposizione interiore, sostanziato dalla vibrante percettività delle cromature incisorie.
Alessandro Meloni, invece, dà conto dei suoi propositi d'uscita dallo schema contenuto dell'incisione, rifiutandone la serialità e studiando modi diversi d'intenderla, anche attraverso l'impiego di nuovi materiali. Le sue ampie, carte da stampa risultano dall'utilizzo di puntasecca e collografia, tecnica che consente, dopo aver preparato la matrice, dipingendovi con la colla su cui è sparso il carborundum, di dare maggior risalto alle vaste virtualità gestuali della lastra, grazie all'impiego di mezzi più immediati come la spatola o la stessa colla. Le chiazze di nero intenso e vellutato sono attraversate, in tal modo, dai graffi lasciati dalla puntasecca e dalle scartavetrature che procedono ad una imprevista stratigrafia dei piani e delle profondità con cui i rilievi, le fughe o i rientri delle contrastature del grigio intermedio consentono di accedere a inopinate conformazioni visive.
Efisio Niolu affida ai grandi formati di carta su tela la sua concentrata e assidua riflessione che ora ha trovato un momento di passaggio in quanto le crepe, le abrasioni, le croste di colore, con cui dai loro reperti di degrado urbano era insidiata la razionalità della linea, sono state sottoposte a sceveramento. Appaiono ora depurate e risolte su superfici lisce, impaginate ancora su equilibri geometrici ma interpretati in maniera inversa all'intendimento concretista, poiché le forme vanno ammorbidendosi e piegandosi verso il recupero di un paesaggio nuovamente umanizzante che è localizzato tra le coordinate di un'appartenenza d'origine, verso le quali guidano le tonalità più carezzevoli e morbidamente mediterranee. Delle intuizioni passate resta sempre la carta sulla quale la fedeltà alla tecnica pittorica accentua la percezione dello sfaldamento, alle latitudini d'occidente, della geometrica razionalità da cui, però, ora avanza una linea frastagliata, irregolare, che attraverso le mutazioni del tempo e della coscienza sembra condurre verso nuove cartografie ancora solo in parte ipotizzabili di possibili rotte tra isole e continenti.
Roberto Piazza si sofferma anche lui, ancora sul suo segno assorto nelle prospettive urbane. Ma proprio l'uso dell'acquerello - velo su velo con qualche inserto di vernice o di pastello -, intende scomporre l'oggettività impenetrabile dei loro scorci enigmaticamente incombenti, in screziature di visuali attraverso cui fiottano agglutinazioni di luce e colore. Negli anfratti dei loro chiaroscuri, i geometrismi si trasformano nei supporti per la scomposizione e il dissolvimento dello skyline murato dalle architetture. Alle semiosi trattenute o incise nelle carte sono consegnati, dunque, i diversi istanti di una sosta, di un ripensamento o di un filtraggio di motivazioni, di procedure e risultanze estetiche, che si mostrano nel momento del loro presente, ossia negli istanti in cui il loro già cospicuo e nutrito passato è compreso in un momento in cui già va sottraendosi al proprio essere attuale nella possibilità di oltrepassarlo verso altre propensioni espressive.
Antonello Ruzzu