Limen

ALESSANDRO BIGGIO E SIMONE DULCIS
A cura di Alessandra Menesini
Allestimento di Wanda Nazzari

Centro Culturale Man Ray - Cagliari (3 - 14 maggio 2003)

Tracciano mappe di un territorio indefinito, inseguono voragini, esplorano labili confini. Ci abitano dentro, in questa zona al limite. In bilico tra adesione e rifiuto, tra esserci e sparire, tra clangori contemporanei ed echi di culture lontane.
Sciabola il nero bitume Simone Dulcis, e affonda nel bruno scuro della terra, mentre Alessandro Biggio stende sui suoi quadri una patina biancastra che si apre ogni tanto su limpidi azzurri.
Cacciatori urbani, entrambi.
Accomunati da uno stesso ardore, da un’urgenza espressiva che incide e corrode e scarnifica. Alla ricerca, questa volta insieme, del “LIMEN”, quella soglia in cui vorrebbero restare, la zona ondivaga e fluttuante dove niente è netto e tutto possibile.

02Serbando nel cuore un’Africa lontana - che gli è entrata dentro anni fa come un seme o una spina - Simone Dulcis porta i solchi dei tatuaggi tribali in quadri coperti di cedevole bitume, trasferendo nella realtà urbana segni rituali ed iniziatici. Segnali di riconoscimento, incisioni dolorose e necessarie su cui lui passa pennelli intinti di bianco e che poi finisce a colpi di spatola, per meglio ferire la materia catramosa.
Le barriere che corrono sui quadri come cicatrici, separano due terre uguali, due identiche facce che la linea di demarcazione illude di sicurezze geografiche, di differenze inesistenti. Se c’è uno squarcio di colore, Dulcis lo riempie di sabbia, l’ottunde con lo stucco, lo rende aspro e poroso. Così confonde le tracce, per poter continuare a combattere con acrilici, smalti e vecchie assi, con tutto quello che gli viene a tiro, una battaglia senza fine.


01Alessandro Biggio
nasconde le tele sotto colori ad acqua da imbianchino, più e più mani di pittura scolata e graffiata per costruire intonaci screpolati e lisi. Sui muri assenti graffia un numero, sempre lo stesso, un 1 che significa solitudine e somiglia a uno sparuto gancetto. Smentendo le leggi matematiche, Biggio trova che la somma di tanti uno dia sempre 1 e se le cifre sono chiuse all’interno di una linea continua (somigliante ad una gabbia) il risultato non cambia.
Si accampa, nei suoi paesaggi metropolitani e disabitati, la sagoma di un elmo che riaffiora dal mondo classico, un elmo da guerriero o da eroe v04enuto fuori del nero e ocra dei vasi micenei, da un’armonia antica evocata dal nome d’Exekias, sommo ceramografo attico. Non è l’unico simbolo ad apparire nella terra di nessuno di Alessandro Biggio, quella desolata waste land che dà il titolo ad uno dei quadri e ad un’opera di T.S.Eliot.
Emerge dalle profondità del mito il toro, disegnato o inciso come in una parete rupestre, animale sacro e idolo pagano. Fecondità, forza, sacrificio, vacche sacre, il vitello d’oro, Giove e i suoi travestimenti. Il bianco polveroso ingoia uomini e dei, simulacri e cimieri.

 

Alessandra Menesini