Acquarelli e Disegni

MOSTRA PERSONALE NINO DORE
Testi in catalogo di Mariolina Cosseddu
Allestimenti di Wanda Nazzari
Centro Culturale Man Ray - Cagliari
Dal 5 al 16 aprile 2003

dore02Dell'attività artistica di Nino Dore va subito chiarito un presupposto: acquerelli e disegni non rappresentano una fase marginale o subordinata alla produzione pittorica; al contrario, ne sono l'ideale prosecuzione, il sostegno grafico e lirico di un'arte intesa come mestiere a tutto campo, come radicale scelta di vita.
A dispetto degli anni, acquerelli e disegni non sembrano avere subito le angherie del tempo; miracolosamente non invecchiano, continuano a mantenere quella stessa freschezza che Mauro Manca gli riconosceva già alla fine degli anni sessanta e che oggi è ancora possibile cogliere negli ultimi lavori datati dopo il 2000. La continuità non è ripetitività nè sicurezza di operare su un terreno solido e perciò vincente, semmai è una scommessa che si fa sempre più alta e la posta in gioco più compromettente: assicurare nel tempo la validità di un dettato stilistico e formale comporta il suo implicito rinnovamento, la sua capacità di comunicare con la stessa intensità senza flessioni o cedimenti, la sua ininterrotta funzione di emozionare lo sguardo e la coscienza. Alla base di questo processo c'è, immancabilmente, un consumato mestiere, praticato quotidianamente come terapia autoprescritta e somministrata come un rito purificatore. La necessità del lavoro si salda con la necessità di vita, l'una alimenta l'altra senza soluzione di continuità perché solo nella prassi dell'esercizio quotidiano trova respiro e scioglimento l'ansia dell'esistenza che si consuma.
Il rito giornaliero del dipingere non conosce dunque distinzioni di genere e si esercita negli oli come nei disegni, negli acquerelli come negli inchiostri. Se variano le tecniche non mutano in sostanza gli intenti e le condizioni: scegliere e preparare la carta, diluire i colori, misurare la superficie del foglio come un terreno vergine, sono solo i preliminari di un'arte che registra il ritmo dell'esistenza, il battito profondo dell'essere nel gesto che stende il colore, lo incalza, lo sostiene e lo abbandona nel gioco mai finito della dialettica pittorica. Così, sia che insista nel concitato vortice grafico dei disegni o distenda trame di colore nello spazio cosmico del foglio, l'operare artistico è sempre vissuto come azione, energia fisica e psichica che si traduce in un comportamento carico di indiscutibile senso etico. L'agire dell'artista è, per Nino Dore, un atto volitivo ed emozionale al tempo stesso, un atto che richiede profonda onestà intellettiva e autentica certezza nel ruolo dell'arte; solo così si spiega il significato morale del suo lavoro e la sua incrollabile fede in un codice espressivo che non abdica mai alle sollecitazioni del contemporaneo sentito come effimero e superficiale. Non serve chiedersi in quale dei grandi movimenti storici s'inserisce il lavoro di Nino Dore; riconosciutene le matrici nella stagione dell'informale o, se si predore01ferisce, in un certo espressionismo lirico, il suo linguaggio procede in una crescita organica che continua a sorprendere perché frutto di esperienze interiori tradotte in sistemi compositivi sempre nuovi e variati. Con acutezza, pochi anni addietro, nella presentazione della bella mostra al Palazzo della Provincia di Sassari, Giuliana Altea e Marco Magnani notavano: "… i vari apporti esterni vengono da lui accolti solo nella misura in cui si accordano alla direzione del suo pensiero, e anche allora sono assimilati e metabolizzati al punto da risultare indistinguibili". Certo, dai lontani esordi alla fine degli anni cinquanta ad oggi, il linguaggio di Nino Dore, pur non rinunciando mai alle proprie ragioni concettuali, ha conosciuto un progressivo dominio dei mezzi espressivi e, dalla esaltata foga gestuale degli anni sessanta è passato, via via, a momenti di altissima sintesi strutturale.
Se, infatti, negli olii si avverte più rigoroso l'impianto formale, negli acquarelli e nei disegni si ha la sensazione di una più svincolata libertà, dove la leggerezza delle velature, la delicatezza dei timbri o gli arruffati ingorghi dei segni a matita, evocano, in ogni caso, liriche visioni di raffinata poesia. E come nella lirica di Montale, quella degli "ossi di seppia", il sentimento dell'esistenza si coagula in illuminanti immagini metaforiche, così, nei componimenti cromatici di Nino Dore, il rapporto tra il sentire e l'agire si configura nella stessa dimensione del "correlativo oggettivo" montaliano. Il colore o, meglio, le relazioni di colore e di luce possono essere lette come equivalenti di condizioni dell'essere e perciò, proprio gli acquerelli e gli inchiostri, si lasciano sfogliare come un diario, concitato o quieto, esaltato od incupito. E, insieme, consentono di riappropriarsi dei gialli sublimi di Turner o degli azzurri dei cieli di Constable, delle cupe profondità di Friedrich o delle sorde accensioni di Rothko. In realtà l'uso dei colori ad acqua ha, come immediato effetto visivo, una intensissima resa illuministica, accresciuta sia dal contrappunto delle tinte audacemente accostate, sia dai rapporti di equilibrio e armonia tra la valenza dei colori e lo spazio tutto. In più, nel lavoro di Nino Ddore03ore si apprezzano gli interventi ad inchiostro indiano che abbassano o alzano i toni ottenuti contribuendo ad allargarne le infinite possibilità di soluzioni. Inutilmente però, vale la pena sottolinearlo, si cercherà, in questi brani di vita, un riferimento alla concretezza dei dati della realtà, l'illusione di riconoscere alberi o scogliere, tramonti infuocati o notturni tenebrosi e solo uno scherzo della visione, una ambiguità percettiva a cui non è estranea la sapiente capacità dell'artista di catturare la sensibilità dello spettatore. E se il colore degli acquarelli sollecita i sensi, il tratto dei segni a matita disturba il pensiero, costringe a cercare il nucleo nevralgico d'infiniti percorsi che s'inseguono nel labirintico intrico di linee avvolgenti e tortuose. Ma il disegno non è furia espressiva, piuttosto la rappresentazione grafica di un largo ed insistito giro di pensieri, di itinerari della mente che il ritmo dei segni puntualmente registra. Accelerato o regolare, discontinuo o frenetico, il moto che ne deriva si definisce a metà strada tra una scrittura automatica di ascendenza surrealista e una più pacata morfologia zen, quella che oggi meglio si addice alla riflessione di un uomo che guarda la vita dalla ponderata energia di una nuova maturità.

 

Mariolina Cosseddu