Interrupted

MOSTRA PERSONALE DI SIMONE DULCIS

A cura di Alessandra Menesini

Centro Culturale Man Ray - Cagliari
Dal 5 al 15 aprile 2002

02Giovane artista cagliaritano Simone Dulcis inizia il suo percorso espositivo in un periodo relativamente recente, è del 1994 la sua prima mostra personale al Jazz Club di Quartu S. Elena, di ritorno dall'Africa dove vive per diversi anni. Il contatto con la cultura di questa terra lascia in lui un segno profondo che emerge nei suoi lavori. Dal primo contatto con il pubblico si susseguono numerose sia le mostre personali che la partecipazione a collettive, in ordine di tempo l'ultima prestigiosa, lo vede tra i protagonisti nel 2001 di "Artexpo New York 2001" ospitata al Javits Convention Center di New York.
Al percorso pittorico puro si affiancano le numerose collaborazioni scenografiche nell'ambito teatrale e ultimamente delle nuove collaborazioni professionali nel campo dell'intervento sociale attraverso l'arte terapia.
Dipinge con rabbia, scaricando sui quadri un'energia che ha la forma del boomerang, ferisce le tele, le rattoppa, le riempie delle note graffiate del jazz. Simone Dulcis accumula strati di bitume sfilacciato e gesso e sabbia su pannelli malconci e pezze di jeans, amando egli tutto ciò che è usato e resistente all'assalto di acrilici e smalti e, se capita, anche del cemento. Materiali adatti ad una barricata, per un bunker messo su coi pennelli e qualche bomboletta spray.
Al centro di "Interrupted", c'è una porta trovata da qualche parte e trascinata in studio col suo carico di memoria, incolpevole anta orbata della sua metà e divenuta il vessillo verticale di un racconto di strappi. Una porta coperta di nera tinta raschiata e scolata, chiazzata di bianco e percorsa dalla scrittura incisa con un chiodo. Versi, suoni, parole che il legno assorbe e ingoia. Dappertutto, e febbrili, le X con cui Simone Dulcis suggella l'incontro e la chiusura, simili, nel loro opporsi, alle scure fasce che interrompono altri dipinti e si pongono come barriera.
Seminati su quadri atri e roventi, affiorano i segni di un'infanzia africana, con i colori di un deserto acceso, le tracce dei carri, la sagoma di una maschera tribale, che si spinge, oblunga presenza, su territori metropolitani.
Sulle sue superfici porose e accidentate, Simone Dulcis imprime le cicatrici di ogni abbandono e distacco, la fine continua di ogni cosa che, tutti i giorni, ci sfiora e ci lascia. A contrastare gli incolmabili vuoti, appare qualche luce di rosa e di arancio o un pallidissimo celeste. Che non cancellano il buio ma aprono, tra i rossi e i neri e gli ocra di una pittura potente, dei piccolissimi spiragli.

Alessandra Menesini

 

Immagini