Territori sconosciuti

 

MOSTRA PERSONALE DI LUCIANO SORO

Centro Culturale Man Ray - Cagliari
Dal 22 febbraio al 4 marzo 2002

50Gli inizi di Luciano Soro sono stati all'insegna del piacere di disegnare e dipingere ma anche della volontà di un contatto più profondo con l'uomo e il suo ambiente. Mare, barche, case e soprattutto uomini nella prosaica fatica quotidiana, sono stati per lungo tempo i soggetti preferiti delle sue tele. il primo premio Sardegna lavora per l'opera Raffineria Sarroch del '65 costituisce un particolare riconoscimento dei suo impegno d'artista. Operai, lavandaie, muratori, pescatori, minatori, lontani da ogni idealizzazione, si giovavano del segno espressionista e della vivacità fauve, ma soprattutto di un continuo esercizio di copia dal vero praticato sin dall'adolescenza.
Lontano dai grandi centri d'arte, e appartato rispetto agli stessi movimenti innovativi Cagliaritani, come Gruppo di Iniziativa e Gruppo Transazionale, Soro aveva comunque assimilato da libri e riviste una cultura pittorica di provenienza varia che lo spingeva a sperimentare più vie, sorretto sempre dal piacere del dipingere in libertà. Per decenni, sebbene non disdegnasse il paesaggio, la figura umana continuava a costituire il suo centro d'interesse, sia quando la sottoponeva negli anni Ottanta a un processo di stilizzazione manierata, sia quando vi faceva confluire deformazioni picassiane e sofferenze viscerali alla Bacon, e ancora quando utilizzava pagine di riviste patinate in campiture geometriche di colore, che non era più un avvicinarsi all'uomo reale ma a quello che la stampa rende oggetto allettante nei cartelloni pubblicitari e nelle riviste.
Così Soro consuma l'interesse per la figura umana, che ricompare sporadicamente ma solo come suggerimento casuale della materia colore.
Abbandonata la figura, Soro continua a condurre una sperimentazione, apparentemente non problematica, spesso divertita e piacevole. È il fare che45 l'appassiona, per quel tanto di inaspettato che l'alchimia dei colori e il divenire delle forme gli regala, per la possibilità che ha di intervento libero da schemi e preconcetti, guidato solo da un senso estetico ormai consapevole e smaliziato. Su piani geometrici giustapposti o parzialmente sovrapposti, fogli di giornali si trasformano, imbevuti di vernice e di tempera, in materia raggrinzita e tormentata, e se qualcosa della stampa si salva, e solo un particolare che diventa un oggetto misterioso o un'apertura su un "luogo" saturo di evocazioni. È il connubio del geometrico astratto con l'informale materico che va sempre più negli ultimi tempi rivelandosi come periodo felice dell'artista. Le opere in mostra sono una testimonianza di questo momento, ma esse hanno in aggiunta la particolarità di provenire quasi tutte da un'emozione forte vissuta dall'artista nel bacino di carenaggio del porto di Genova. Soro racconta di fiancate di barconi, umide di mare, di lastroni di ferro arrugginiti, corrosi, incrostati di depositi marini, di colate luminose di vernice su lamiere e legni, un arsenale grandioso di deposito e di lavoro dove la presenza dell'uomo si perde. Soro se ne torna a Cagliari con l'impressione di aver toccato con mano il potenziale estetico dei materiali e delle grandi proporzioni. Le sue spazialità geometriche si fanno lastre materiche, in cui affiorano i rimandi a banchine, a fiancate di navi, alla ruggine dei bacini di carenaggio, rimandi lentamente sommersi dalla sensazione di trovarci di fronte a una materia nuova, unica, che accogliendo emozioni conosciute ne generi delle nuove.
Ma l'artista non chiude qui questo suo ciclo, appagandosi di creare nuove materie, con potenziale estetico autonomo rispetto alla realtà che le ha ispirate, egli vuole rendere le sue opere portatrici di senso.
Cosi in Trofeo di caccia, con la vernice argento, e sopra un blu diluito a rapide tamponature, Soro realizza una sorta di cielo lamiera nel quale, quadro su quadro, apre una finestra a uno spazio cosmico in cui fluttuano resti organici incartapecoriti. Entra nell'opera il nostro mondo con le sue paure ecologiche. Un filo illusionistico percorre i tre piani del quadro riportandoli ad una unica superficie, ma quel filo non si sa da dove venga e dove porti.

Francesca Angela Zaru