Attraversamenti 2000

 

MOSTRA COLLETTIVA

Casa Olla - Quartu Sant'Elena
Dal 11 marzo al 21 maggio 2000

A cura di Ivo Serafino fenu

04I concetti di "pittura" e "arte" sono da sempre così contigui che, anche nel comune sentire e indipendentemente da ogni valutazione in termini qualitativi, sono diventati ambiguamente sovrapponibili se non, addirittura, intercambiabili. Anche oggi, del resto, in seno alle più spericolate sperimentazioni dell’arte contemporanea, la pittura è riuscita a conservare un’aura sacrale trasformandosi in una sorta di Dea Madre incombente e invasiva, al cui soffocante abbraccio gli artisti hanno cercato in diverse occasioni di sfuggire ma nel quale ciclicamente ritornano, in cerca di protezione e di nuovo nutrimento.
Dopo decenni di dominio del Concettuale e di più o meno dissacranti installazioni, dopo l’inaspettato ritorno transavanguardista degli anni Ottanta e il conseguente e scontato ripudio, in questi ultimi anni la pittura è, infatti, prepotentemente ricomparsa: necessaria e più attuale che mai per alcuni; una possibilità espressiva tra le tante offerte dalla complessa e poliedrica realtà attuale, per altri. A lei è tornato il pubblico ma, soprattutto, a lei sono tornati gli artisti, come si torna a una madre appunto, a capo chino, dopo averla ripudiata e vilipesa per puro calcolo opportunistico o per ragioni più profonde e meditate. E come una madre generosa, la pittura ha ancora una volta aperto le braccia accogliendoli tutti con la sua forza di archetipo dell’arte che incute soggezione, costringe al confronto, offre nuove vie.
In quest’ottica, il progetto Attraversamenti, propone i percorsi creativi di un cospicuo numero di artisti, tutti con un solido background già storicizzato, lontano da pericolose quanto facili improvvisazioni e da estemporanee infatuazioni legate al clima culturale contingente, ma tutti dialoganti con le più attuali proposte dell’arte contemporanea.
Con un’estrema varietà di soluzioni e nelle diverse specificità dei media utilizzati, alcuni di loro sono partiti dalla pittura e a essa sono rimasti fedelizedda01 con una complessa trama figurativa ovvero con una lirica e/o drammatica carica aniconica. Le carte intelate di Nino Dore sono paesaggi interiori romanticamente connotati e senza referenze oggettive, rigorosamente inseriti all’interno di una ricerca votata all’Informale. La pittura di Attilio Della Maria è invece intrisa di rimandi formali al Surrealismo ma la sua attenzione è tutta rivolta al mondo della comunicazione e all’elaborazione di un improbabile alfabeto, luogo e simbolo dell’incomunicabilità dell’oggi. Dal canto suo Mirella Mibelli, con un’opzione concretista, propone una pittura orientata all’introspezione e i suoi "cuori pulsanti" assumono il valore metaforico del sentimento e dell’interiorità, a dispetto dell’accecante luminosità coloristica, al contrario di Adelaide Lussu, la quale, recuperando una dimensione figurativa, conferisce alle sue icone un’aura mistica e morbosa in un gioco sottile di rimandi alle esperienze estetiche del passato. Wanda Nazzari e Antonello Dessì, si sono spesso allontanati dalla pratica pittorica per accostarsi a esperienze più spiccatamente concettuali, ma ciclicamente vi ritornano in una continua contaminazione di generi: la prima con i suoi polittici dà vita a vere e proprie pitto-sculture che nella loro articolazione ambientale e nella loro essenza oggettuale contemporaneamente strutturano e condizionano lo spazio fisico e si pongono come segni tangibili di una complessa realtà interiore; il secondo da sempre interessato al rapporto dialettico tra figura e sfondo conferisce alle sue opere una forte carica simbolica al contempo mistica e misterica che intriga per la sua complessità. Altri ne hanno subito il fascino o sono stati coartati dalla sua forza attrattiva nonostante si siano espressi con tecniche apparentemente distanti come i fotografi Stefano Grassi e Daniela Zedda, uno da sempre interessato allo studio del nudo femminile reso stavolta con un’attenzione particolare verso il movimento e, soprattutto, verso il rapporto spazio-forma-tempo che trasforma ogni scatto in una sorta di danza rituale, l’altra puntando il suo obiettivo al mondo dello spettacolo, precipuamente della musica, del teatro e della danza e del teatro-danza contemporanei, in una meditazione tutta interna al mondo dell’arte che travalica il fine cronachistico e fa di ogni immagine un "evento" o, meglio, "documento" d’arte. Infine Tonino Casula e Salis & Vitangeli affascinati dalle potenzialità espressive delle nuove tecnologie: la computer grafica per il primo, le cui Animazioni sono l’approdo non scontato di un percorso che nel mondo della visione, nella sua genesi e nelle sue ambiguità, ha trovato e continua a trovare linfa vitale; la plotter painting per i secondi, funzionale all’elaborazione di una "poetica dell’indeterminatezza" orientata a studiare situazioni sempre in itinere, processi metamorfici che si materializzano e trovano inquietanti riscontri nella manipolazione genetica e nelle ultime ricerche biotecnologiche.
Attraversamenti da e per la pittura dunque, con risultati che hanno il "pittorico" come orizzonte, inteso nel senso più nobile del termine e svincolato da una precisa operatività artistica definita e codificata. Artisti diversi, tutti consapevoli dell’ineludibilità di un confronto-scontro con la Grande Madre e per i quali tali attraversamenti sono stati spesso dolorosi e tortuosi, non privi di contraddizioni, di ripensamenti e per la maggior parte di loro ancora in fieri, ma tutti destinati, comunque, a lasciare un’impronta significativa all’interno dell’esperienza estetica contemporanea.

Ivo Serafino Fenu

 

ARTISTI

La rinuncia al lucore
Dal 11 al 19 marzo 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari
Sono paesaggi interiori romanticamente connotati quelli che da decenni oramai, con estrema coerenza e con grande generosità, Nino Dore riversa sulle sue carte intelate. Paesaggi senza referenze oggettive pertanto, rigorosamente inseriti all’interno di una ricerca tutta votata all’informale e all’aniconico, con la valenza e con le ambiguità che tali categorie hanno assunto nella prassi pittorica contemporanea.
Di certo, se vi è un artista il cui orizzonte è da sempre il pittorico questo è Nino Dore, e la sua pittura, pur supportata da una gestualità impulsiva e dirompente, talvolta "brutale", è solo apparentemente caotica e scomposta. Infatti la ricerca di Dore va da tempo evolvendosi e strutturandosi, seppure in un processo lento quanto meditato, in sovrapposizioni di piani di colore e complessi tagli compositivi dal cui confronto/scontro scaturisce una forte carica simbolica e lirica al contempo, che prima che formale è un’urgenza espressiva dai contenuti fortemente esistenziali.
Dal caos emerge sempre più netto un ordine strutturante, una trama segnica che più che imbrigliare veicola le forti pulsioni emotive del colore: un’esaltazione reciproca, un gioco di linee diagonali e spezzate, un vortice di contrasti tra colori primari mai squillanti e abbruniti da cupe sciabolate bituminose, un grido soffocato ma non per questo meno lancinante e drammatico.
Quella di Dore è una rinuncia al lucore. Sono risonanze profonde di chi, dall’alto della sua esperienze umana e artistica, ha rinunciato ai gratificanti e facili scintillii di superficie. Il supporto cartaceo, in tal senso, è fondamentale e qualificante nel risultato finale, ottundendo, con la sua diversa assorbenza in relazione alla più o meno spessa stratificazione del pigmento pittorico, la naturale brillantezza dell’olio.
Ma è, in definitiva, la ricerca di un’irraggiungibile armonia vissuta nel segno di una disperante precarietà. Una complessa struttura segnico-coloristica fagocita la luce e con essa lo spettatore in una atmosfera drammatica, frutto di un’inesausta ansia interiore, che proietta l’opera di Dore in una
dimensione atemporale, romanticamente totalizzante e perennemente attuale.

Ivo Serafino Fenu
 
 

Falsi Movimenti
Dal 11 al 19 marzo 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

Le Animazioni di Tonino Casula sono l’approdo non scontato di un percorso che nel mondo della visione, nella sua genesi e nelle sue ambiguità, ha trovato e continua a trovare linfa vitale. L’atteggiamento dell’artista verso la computer grafica è ambivalente: da un lato parrebbe la naturale evoluzione dei suoi studi estetico/teorici sul farsi e il disfarsi dell’immagine, una prosecuzione in video delle precedenti esperienze pittoriche, sfruttando in modo non banale le possibilità espressive dei nuovi media, dall’altro si percepisce una ricerca di natura ludica e lirica attraverso un raffronto serrato con tema musicale dato.
Ma l’artista non rinuncia, in linea con una scelta poetica consolidata, a negare le aspettative del pubblico e, in tal senso, la subordinazione dell’immagine al suono non è scontata ma, piuttosto, contraddetta. Ritmi, linee melodiche, cadenze, si concretizzano visivamente in sovrapposizioni di piani, in intrichi di forme e di colori, in un cangiantismo che spesso stravolge la sintassi musicale. Apparentemente gratificante, contaminato com’è dagli effetti dei video games, è, in realtà, un giuoco sottile, complesso e spesso fuorviante, nel quale è necessario un coinvolgimento razionale più che empatico, maggiore quanto più "facile" appare l’ambigua e falsa semovenza delle immagini sul monitor.
La stessa prassi che porta alla creazione del documento visivo è fortemente ambigua perché non sfrutta le innumerevoli possibilità che il medium offre a livello di elaborazione e rielaborazione dell’immagine – prassi oggi diffusissima tra le nuove generazioni di artisti e i cui immediati effetti grafico-pittorici finiscono per banalizzare e svuotare di senso l’immagine stessa – ma si pone, invece, in una dimensione polemicamente arcaizzante, quasi da amanuense medioevale che, paziente, linea dopo linea, piano dopo piano, colore dopo colore, costruisce l’immagine o la sequenza di immagini, piegando alla sua volontà creativa il medium senza rimanerne schiavo.
Una lotta impari, che presuppone da un lato un forte controllo della forma e, dall’altro, una mortificazione del mezzo: una consapevole ricerca dell’arcaicità dell’immagine multimediale e, insieme, una sfida per una fruizione criticamente attiva di un mondo visuale dalle facili lusinghe e dagli altrettanto facili quanto pericolosi e vacui trabocchetti.

Ivo Serafino Fenu


Cuori pulsanti
Dal 25 marzo al 2 aprile 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

Cuori pulsanti. Con estrema sintesi e con grande sensibilità poetica Maria Lai ci ha offerto, anni or sono, la più felice e precisa definizione dell’opera pittorica di Mirella Mibelli. È quella dell’artista, infatti, una pittura tutta votata all’introspezione ove il cuore assume il valore metaforico del sentimento e dell’interiorità, a dispetto dell’accecante luminosità coloristica e dell’utilizzo dell’acquerello, tecnica "leggera" quanto ardua, ma della quale la Mibelli è diventata maestra, forzandone e piegandone le insospettabili potenzialità espressive.
La sua ricerca mira a cogliere l’attimo, la fugacità di una realtà irripetibile, secondo gli insegnamenti di un grande dell’arte del Novecento, l’austriaco Oskar Kokoschka, del quale frequentò la Scuola del Vedere presso la Sommerakademie fur Bilbende Kunst di Salisburgo. Fermare, al di là dell’antinomia, la vita pulsante, con una pennellata veloce e priva di pentimenti, irripetibile anch’essa, come impone la tecnica dell’acquerello. È lecito parlare pertanto di "impressionismo" ma di un impressionismo teso a cogliere non i segni di una caleidoscopica realtà esteriore bensì un mondo interiore caotico e spesso tormentato, aprendo dunque, come il maestro austriaco, a una dimensione fortemente espressionistica.
L’opzione aniconica, nonostante un esordio e un prudente ritorno a una pittura velatamente figurativa, ha una ragion d’essere proprio per la specificità fortemente intimistica che impregna l’opera della Mibelli, per la quale la semplice riproposizione di una figuratività con precisi referenti oggettivi sarebbe stata estremamente limitante: inevitabile, pertanto, l’approdo a un concretismo dalla forte carica emozionale e irrazionale, "pulsante" appunto, e che in un altro maestro del Novecento, il russo-americano Mark Rothko, trova le maggiori affinità, essendo il capostipite di quell’impressionismo astratto dal quale anche la Mibelli è partita, seppur con una cifra personalissima di grande forza espressiva.
Alle vibranti superfici cromatiche tese a creare una spazialità di puri piani luminosi, immateriale eppure concreta, l’artista sovrappone, in un gioco di trasparenze dalla forte carica gestuale, i suoi lacerti di colore, ora trasparente ora profondo, ambiguo nel suo essere al contempo "cuore pulsante" e profonda voragine, nella cui sconcertante oscurità, metafora di un imperscrutabile inconscio, si rischia di precipitare e perdersi.

Ivo Serafino Fenu

 


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Epifanie del sacro
Dal 25 marzo al 2 aprile 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

La produzione ultima di Antonello Dessì stupisce per l’apparente gradevolezza con la quale coinvolge visivamente lo spettatore in un gioco sapiente di preziosismi cromatico-materici e accattivanti grafismi supportati da un sempre più consapevole rapporto dialettico tra figura e sfondo.
Squarci apparentemente casuali su superfici opache eruttano conglomerati di materia traslucida e vivacemente colorata; lustrini e glitter animano di improvvisi bagliori e inaspettate iridescenze i pigmenti sottostanti, ora fluidi ora densi e grumosi, in un cangiantismo che nella luce trova un complice sicuro; arditi quanto inusuali accostamenti coloristici affascinano e sconcertano; infine, sciabolate di spatola sottraggono pigmento rivelando complesse preparazioni e stratificazioni.
Ma, nel più puro gioco dei ribaltamenti, ciò che più è apparente tanto più è esoterico, e in una dimensione che all’esoterismo si riallaccia, ne consegue che nell’apparenza iniziale, nell’immagine, è contenuto il mistero, perché il manifesto è l’occulto come, in definitiva, l’occulto è il manifesto.
E così, la facile presa iniziale dell’opera di Dessì si carica di una forte carica simbolica al contempo mistica e misterica, che intriga per la sua complessità e aggiunge senso e contenuto all’apparenza. I numerosi segni virgolettati che percorrono la superficie pittorica altro non sono, infatti, che l’ossessiva rielaborazione dello iota, nona lettera dell’alfabeto greco, il grafema più semplice ed essenziale, divenuto, col tempo, sinonimo del "nulla" ma che, nelle sue diverse declinazioni e combinazioni, si carica di valenze ben più complesse alludendo, nella sua ripetizioni quaternaria, addirittura all’Uno, all’essenza stessa della divinità.
Allora, questa scrittura che a tratti ricorda l’automatismo segnico e biomorfico di certo surrealismo, manifesta un’entità che trascende dogmi e fedi, e tende a uno spiritualismo universalistico di matrice ancora romantica che, inesausto, cerca ancora risposte. Pertanto, quei bagliori, quei cangiantismi, quelle superfici così sensibili alla motilità della luce, collocano tali opere nella dimensione atemporale delle sacre icone, facendone delle vere e proprie Epifanie.

Ivo Serafino Fenu

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WWW
Dal 8 al 16 aprile 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

Attilio Della Maria ha fatto degli attraversamenti la ragion d’essere della sua ricerca e della sua continua sperimentazione. Pittore "puro" agli esordi, pienamente partecipe di quelle correnti espressioniste che hanno percorso tutto il secolo sia nelle forme più drammaticamente icastiche sia in quelle non meno violentemente aniconiche, con l’amato Francis Bacon come referente primario. Raffinato fotografo poi, e sperimentatore di tecniche tendenti alla contaminazione dei due generi nell’ambito del concettualismo imperante nei decenni ’70 e ’80, per ritornare prepotentemente alla pittura in questi ultimi anni, in concomitanza della sua riscoperta come mezzo espressivo prediletto nella pratica artistica più attuale.
Eppure, nonostante questo nomadismo più tecnico che estetico, la poetica di Della Maria si è mantenuta sempre su livelli di grande coerenza sia stilistica sia contenutistica, arricchendosi, semmai, di ulteriori spunti offerti dalla contemporaneità e da sempre più approfondite meditazioni, caricandosi, ultimamente, di un ridondante universo simbolico abitato da oscuri demoni e imperscrutabili dei.
Il tema a lui più caro è, da sempre, quello del linguaggio e della comunicazione che lo ha portato all’elaborazione di un alfabeto, credibile quanto improbabile, privo però dell’organizzazione logica del discorso e, paradossalmente, luogo e simbolo dell’incomunicabilità. Consequenzialmente non poteva mancare l’amara riflessione sulla www. (World Wide Web), l’immensa ragnatela mondiale di internet, che subisce uno slittamento semantico trasformandosi in una ragnatela di parole (Word’s Wide Web), inevitabile metafora di un immenso e angosciante silenzio.
In 1999-W3=Word Wide Web la grande rete si materializza in un incombente moloc, al contempo divinità sanguinaria e creatura dell’uomo, divenuta autonoma e padrona, capace di fagocitare cultura e natura, storia e mito, in un universo tanto virtuale quanto concretamente invasivo. Il "grande fratello" orwelliano non poteva assumere sembianze più inquietanti, una sorta di Cardinal Decano di scipionesca memoria, coi simboli del suo potere, e vera imago di una modernità dietro la quale, nell’ottica dell’artista, si cela la disperata e funerea decadenza di una società giunta al suo triste autunno.

Ivo Serafino Fenu


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Icone
Dal 8 al 16 aprile 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

L’arcana lontananza dei ritratti del Fayyûm, la sacrale astrattezza delle icone bizantine, gli improbabili volti santi acheropiti, le bugiarde "veroniche" medioevali, il simbolismo delle immagini redoniane, la conturbante sensualità delle "femmine maliarde" di Gustave Moreau e, ancora, le moderne icone pop di Andy Warhol e di gran parte della cultura neofigurativa dell’ultimo decennio. Questo e altro stanno dietro le ultime opere di Adelaide Lussu. Un’aura mistica e morbosa allo stesso tempo, un gioco sottile di rimandi alle esperienze estetiche del passato rivissute in un’ottica che ha come referente la dimensione del contemporaneo in un difficile equilibrio, ogni volta da ritrovare, tra un concettualismo da sempre praticato, frutto di una grande cultura storico-artistica e un’altrettanta grande sapienza grafico-coloristica, al limite del virtuosismo.
Inevitabile pertanto, nel percorso artistico della Lussu, la mutazione delle precedenti forme, fossero essi gigli o rose, ireos o alberi di un conturbante mondo "organico" dalle forti implicazioni sessuali, in questi ritratti senza volto, così intensi e così sfuggenti. Una ricerca sofferta come sofferta e tormentata è la pratica pittorica che coagula e dà forma ad un magma coloristico stratificato in sapienti velature, nel quale i tratti fisionomici stentano a definirsi nonostante l’infaticabile lavorio di superficie e il sottile grafismo che, più che costruire, corrode le forme.
Pertanto, pur nella compiutezza di ogni singola opera, le forme mantengono un alto tasso di ambiguità. Se la sua produzione si era mantenuta fino ad ora oscillante tra aniconicità e allusive figurazioni, nella serie delle icone prevale una dimensione tanto intimistica e autoreferenziale da far pensare che l’artista sia alla ricerca del volto per eccellenza, il proprio, che affiora per un attimo per poi subito sprofondare nel profondo e informe caos dell’inconscio.
Un autoritratto interiore che stenta a definirsi perché troppo vasta mutevole e precaria è la realtà alla quale afferisce. Sono l’uno, il nessuno, i centomila volti di un’identità artistica e umana alla ricerca della "vera icona" di se stessa.

Ivo Serafino Fenu

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Metamorfosi
Dal 29 aprile al 7 maggio 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

Acqua, terra, aria, fuoco: i quattro elementi del mondo fisico e i principi che, nella tradizione, presiedono all’ordinamento del cosmo; distinti eppure in continua trasformazione uno nella specie dell’altro; in simbiosi stretta con l’essere umano, nella fattispecie una figura femminile che da essi pare originarsi e in essi dissolversi. Sono gli elementi più eclatanti che caratterizzano l’ultima produzione fotografica di Stefano Grassi.
Ma è solo un pretesto, si tratta in realtà di una meditazione tutta interna al mondo dell’arte nel senso più ampio e nobile del termine, un percorso che parte dalle Metamorfosi ovidiane attraverso l’interpretazione datane dall’arte barocca fino al senso panico della natura di marca dannunziana, per trascolorare poi in un seducente erotismo legato alla riscoperta di una dimensione ludica e primigenia, eppure distante dall’erotismo patinato e flou di alcuni maestri della fotografia degli ultimi decenni.
Il nudo femminile ha da sempre interessato la ricerca artistica di Stefano Grassi, ma alle precedenti forme ben tornite, plasticamente emergenti dal nero profondo, ai particolari anatomici definiti da complessi tagli compositivi, si è andata a sostituire un’attenzione verso il movimento e, soprattutto, verso il rapporto spazio-forma-tempo, trasformando ogni scatto in una sorta di danza rituale nella quale lo spazio si fonde con la figura grazie ai movimenti contemporanei e spesso opposti della modella, dell’autore e del suo occhio meccanico.
Tuttavia, nonostante l’apparente estemporaneità dell’attimo bloccato dall’obiettivo, ben poco è lasciato al caso, i movimenti sono perfettamente studiati e calibrati e il fotografo muove mano, macchina e corpo, come un pennello che, deciso, scivola sulla tela lasciando le tracce del suo passaggio, ora in rapidi segni ondulati e virgolettati, ora cadenzati in segni paralleli o in campiture dai forti contrasti chiaroscurali, trasformando il soggetto, in questo processo metamorfico artificioso e naturale allo stesso tempo, in acqua fluttuante, in guizzo di fiamma, in aria tremolante o in terra instabile, per la cui descrizione la terminologia più attinente non può essere che quella pittorica. Perché è nel pittorico, aldilà del mezzo e della tecnica, che tali opere trovano il loro ultimo e definitivo approdo.

Ivo Serafino Fenu


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Passi di poesia
Dal 29 aprile al 7 maggio 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

Limitarsi a circoscrivere l’attività di Daniela Zedda nell’ambito del fotoreportage sarebbe ingiusto e riduttivo, nonostante fotografi dello spessore di Henri Cartier Bresson abbiano già da tempo sdoganato il genere, facendolo assurgere alle più alte sfere della produzione artistica. Del resto l’allontanamento dalla contingenza della cronaca quotidiana è quanto mai netto e perentorio. L’attenzione della Zedda è rivolta, infatti, al mondo dello spettacolo, precipuamente della musica, del teatro e, nello specifico di questa mostra, della danza e del teatro-danza contemporanei. È, in fondo, una meditazione tutta interna al mondo dell’arte e su differenti espressioni artistiche, indagate, ma sarebbe più corretto dire, interpretate, tramite un'altra forma espressiva, quella fotografica, alla quale è sottratto il suo fine documentaristico per diventare, essa stessa, "evento" o, meglio, "documento" d’arte.
Artistiche sono, pertanto, la prassi operativa e la sensibilità compositiva che strutturano le diverse immagini fotografiche le quali, allo stesso tempo, devono cogliere l’attimo pregnante, il clou di una determinata situazione scenica e sintetizzarne, distillarne, il senso ultimo dell’insieme. È una sintesi tra frammento e tutto o, in una dimensione più generale, tra particolare e universale, rara e difficile da ottenere se non con un grande mestiere e un estremo rigore. Solo una forma mentis "classica" può riuscire in questo non facile compito.
E Daniela Zedda spesso vi è riuscita, facendo emergere dal fondo scuro che isola ed esalta le figure umane – semoventi eppure cristallizzate in un movimento che si perpetua nel tempo –, fissandole in pose perentorie e forme icastiche dai drammatici contrasti chiaroscurali. Lo spazio è creato dalle stesse figure che lo tagliano e lo plasmano con calibratissime linee diagonali ascendenti o discendenti, con equilibrate simmetrie o spericolati movimenti convergenti o oppositivi. Visioni che rispettando e talvolta esaltando, lo spirito dello spettacolo rappresentato, lo travalicano ponendosi come entità autonome, i cui referenti esterni divengono puri pretesti o, al limite, tenui suggerimenti.
Così l’immagine si carica di un’intensa pregnanza poetica, ora algida nella sua politezza formale, ora sconcertante nel rivelare il senso di un’assenza, ora struggente, come lo può essere un angelo ferito al quale pesa il fardello delle proprie ali.

Ivo Serafino Fenu


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Opposte pulsioni
Dal 13 al 21 maggio 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

Un’apparente compostezza, una misura quasi classica e un arcano rigore informano i polittici e i pannelli di Wanda Nazzari. Vere e proprie pitto-sculture che nella loro articolazione ambientale e nella loro essenza oggettuale – mai casuale ma puntigliosamente organizzata –, contemporaneamente strutturano e condizionano lo spazio fisico e si pongono come signacula di una complessa realtà interiore. Questo perché, il sostanziale equilibrio compositivo è coscientemente contraddetto da un lavorìo di superficie che rivela un’ansia di ricerca e un anelito a una dimensione interiore "profonda". Quasi un controcanto alla meditata ponderazione d’insieme che svela, viceversa, una vis tutta romantica, nell’accezione più pregnante del termine.
Sono superfici corrusche e corrose, ottenute mediante un lungo e attentissimo lavoro di intaglio che solo una pluriennale consuetudine con le tecniche incisorie può garantire, e nel quale la sgorbia incide, slabbra, sfrangia e solleva il legno, ottenendo, nonostante l’apparente uniformità e la certosina meticolosità, un singolare effetto di movimento e di tensione lineare, poi enfatizzato dall’elemento coloristico, non semplicemente sovrapposto ma funzionale e strettamente correlato al disciplinato rilievo.
I colori che ammantano le superfici lignee, per lo più appartenenti alla gamma dei blu, dei turchesi e soprattutto dell’amato viola, mai piatti ma vibranti per le sapienti velature che li originano, evocano allo stesso tempo, nella loro pluralità di significati, atmosfere cupe e notturne, l’interiorità dell’anima, la mestizia del lutto o, viceversa, soprattutto col viola, il vitale seppure pacato movimento dei fluidi, l’armonia tra gli opposti afferenti sia alla dualità spirito-materia sia allo scontro tra sereno raziocinio e focosa passionalità.
E sotterraneo, dalla superficie alveolata, affiora un fluido magmatico e incandescente che, di tanto in tanto, dove ha ceduto la ruvida crosta, erutta e accende. Una ferita, una lacerazione, una sofferenza esistenziale la quale, ancorché dolorosa e traumatica, è niente affatto funerea ma cova piuttosto, in un anelito di infinito e in virtù di un disperato ottimismo, un’immensa e irrefrenabile vitalità.

Ivo Serafino Fenu

 

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Trans-figurazioni
Dal 13 al 21 maggio 2000
Casa Olla - Quartu Sant'Elena

Allestimenti di Wanda Nazzari

Nel cuore di ogni fenomeno non c’è una risposta bensì una domanda. Giovanna Salis e Massimo Vitangeli da anni stanno sottoponendo a verifica quest’affermazione del fisico americano John Wheeler (teorico dei buchi neri) con una sperimentazione artistica tanto profonda quanto sconcertante e, soprattutto, aperta, in rapporto alla pluralità delle risposte sempre provvisorie che via via sono riusciti a ottenere. Sembrerebbe, la loro, una "poetica dell’indeterminatezza", orientata a studiare situazioni sempre in itinere, processi metamorfici che si materializzano e trovano inquietanti riscontri nella manipolazione genetica e nelle ultime ricerche biotecnologiche. Consequenzialmente è il mondo animale, vittima e protagonista di tali spericolate e forzate mutazioni, a divenire, nell’opera di Salis & Vitangeli, triste metafora di una condizione umana prossima ventura.
Ecco, allora, una libellula ingigantita su un grande pannello realizzato in plotter-painting, "riscaldata" da velature a olio, che incombe e inonda con la sua abbacinate luminosità l’ambiente circostante. Uno sciame di altre libellule, bloccate nell’atto di in un improbabile volo sotto uno strato di polvere vulcanica, converge verso l’immagine madre, al contempo reale e virtuale, presenza concreta quanto impossibile aspirazione.
Ancora una volta la lettura può essere polisemica. Da un lato tutta la "terribilità" di una natura alterata, frutto di un processo di sintesi, raggelata nell’abbraccio di morte di un grigio mantello che non può non evocare l’ecatombe pompeiana, qui, però, per niente naturale ma più o meno consapevolmente provocata dall’uomo stesso. Dall’altro, in positivo, il calore apparentemente rassicurante emanato dalla "grande icona", la quale, non certo casualmente, rimanda a un’iconografia cara alla tradizione cristiana, la Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor.
Ora, partendo dall’assunto iniziale, qual è il significato ultimo della complessa installazione se non quella di suggerire una lettura della coltre lavica – in sé strumento di morte –, come necessaria alla palingenesi di un essere superiore, nell’ottica, ovviamente, di un angosciante disegno eugenetico? Sembra prevalere, pertanto, una prospettiva che ribalta il messaggio salvifico della Trasfigurazione e che pone l’opera, ancora una volta, come devastante e cupa trans-figurazione del punto di non ritorno verso cui stanno precipitando, ineluttabilmente, le "magnifiche sorti e progressive" del genere umano.

Ivo Serafino Fenu

 

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